Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Nella cornice della retrospettiva dedicata alle maestranze tedesche fattesi le ossa a Babelsberg e dintorni sotto la Repubblica di Weimar e successivamente emigrate negli Stati Uniti, la Berlinale ha presentato il primo film diretto dall’amburghese Detlef Sierck col nuovo “nom de caméra” di Douglas Sirk. Liberamente ispirato al romanzo Hangsman’s Village di Bart Lytton, il film rasenta l’instant movie per come rielabora gli eventi che hanno fatto da cornice all’attentato ai danni di Reinhard Heydrich nel cuore della Boemia 

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Nella cornice della retrospettiva dedicata alle maestranze tedesche fattesi le ossa a Babelsberg e dintorni sotto la Repubblica di Weimar e successivamente emigrate negli Stati Uniti, la Berlinale ha presentato il primo film diretto dall’amburghese Detlef Sierck col nuovo “nom de caméra” di Douglas Sirk. Liberamente ispirato al romanzo Hangsman’s Village di Bart Lytton, il film rasenta l’instant movie per come rielabora gli eventi che hanno fatto da cornice all’attentato ai danni di Reinhard Heydrich nel cuore della Boemia. Il pazzo di Hitler è proprio lui, uno dei più gelidi e fantasiosi sacerdoti del credo nazista, famoso per le esecuzioni di massa meglio se contraddistinte dagli stessi cappi al collo che “adornano”, come un monito, i titoli di testa.

La prima pellicola americana di Sirk decolla come un Heimatfilm, dipingendo l’idillio boemo della cittadina di Lidice, a 30 km da Praga, che la dominazione tedesca piega senza spezzare. Facciamo subito la conoscenza dell’eroe Karel (un dimenticabile Alan Curtis) e della fidanzata Jarmila (Patricia Morrison), che lo accoglie al suo ritorno – in incognito – nel paesello natale. La prima scena strepitosa è l’incontro dei due piccioncini in una landa brumosa che più brumosa non si può, sotto gli occhi di un ambiguo figuro che vive in una grotta. Siamo già dalle parti del melodramma “bigger than life” che consegnerà Sirk alla storia del cinema e attirerà come un magnete un giovanotto ansioso di imparare il mestiere di nome Rainer Werner Fassbinder.

La grande sorpresa, tuttavia, è rappresentata dall’interpretazione strepitosa e mimetica di John Carradine, il cui viso oblungo e secco rassomiglia davvero quello del volenteroso carnefice che in Boemia faceva il bello e il cattivo tempo. Carradine dispone di cinque scene di numero, che da sole valgono l’intero film. Il suo Heydrich è un criminale posato e senza scrupoli, ossessionato dalle bellezze minorenni e col dente avvelenato nei confronti della cultura e del nonsense religioso. La sua irruzione nel bel mezzo di una lezione di filosofia kantiana, così come l’assassinio di un prete dal momento che la processione intralcia il traffico, sono due perle nerissime che spiegano plasticamente il funzionamento della massima nazista secondo la quale “ogni volta che sento la parola cultura, metto mano alla pistola”. Cultura, o religione. Tutto ciò che offriva un credo alternativo al dogma uno e trino del popolo che collimava col partito che collimava col Führer andava spazzato via in un sol colpo, senza perdersi in raffinatezze dialettiche.

Un concetto che gli sceneggiatori Peretz Hirschbein, Melvin Levy e Doris Malloy conoscevano bene, e non solo loro. Va infatti ricordato che Sirk cominciò a dirigere sotto il nazismo, e sotto il nazismo, nel 1937, realizzò i suoi due primi, grandi successi: Zu neuen Ufern (La prigioniera di Sydney) e La Habanera, protagonista l’anti-Riefenstahl svedese naturalizzata tedesca, Zarah Leander, maestosa, fascinosa nonché ugola d’oro. Entrambi i film succitati contengono dialoghi e spunti da brivido, anche se sono lontani anni luce dalla subdola perfidia di Veit Harlan, altro genio del melodramma. Abituato com’era a subire le direttive goebbelsiane in termini di dialoghi subliminalmente razzisti, con Il pazzo di Hitler Sirk dà prova di sincero antinazismo abbracciando in toto un altro tipo di propaganda, quella a stelle e strisce – del resto il film uscì in piena guerra – ma riesce anche a salvare la pellicola da un rapido invecchiamento. Vista oggi, infatti, non ha perso un briciolo di efficacia drammaturgica, e le si perdonano gli insistiti riferimenti religiosi (la strage finale è letta in chiave di martirio) e un casting che, Carradine a parte, lascia un po’ a desiderare: Howard Freeman, che interpreta Himmler, ha tratti tondeggianti che ricordano Göring, semmai.

Questa prima opera statunitense di Sirk si basa quindi su una commistione di generi – Heimatfilm, guerra e propaganda, innervati di mélo – e ne esce a testa alta con un appello in chiusa che tuttora fa venire la pelle d’oca. Ma il momento più riuscito e crudele del film è forse il “ritorno a casa” di un minatore accusato di sabotaggio. Siamo nella sua umile dimora, bussano alla porta e il figlio più piccolo esclama “forse è papà!”. Lo è, ma nella bara, davanti alla quale crolla la moglie mentre il figlioletto più grande, già seduto a tavola, afferra il tozzo di pane collocato sul piatto del babbo. È la guerra, baby.