Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Una giornata dedicata quasi interamente alla presenza di Nanni Moretti quella di ieri a Pesaro, non solo nel contesto degli appuntamenti programmati dalla 48ma edizione della Mostra del Nuovo Cinema, che quest'anno omaggiava il regista nato a Brunico con una retrospettiva completa ma anche per un'iniziativa collaterale che ha visto Moretti impegnato in una lettura dei "Sillabari" di Goffredo Parise, presso la libreria "Il Catalogo" di Pesaro 

Di

Una giornata dedicata quasi interamente alla presenza di Nanni Moretti quella di ieri a Pesaro, non solo nel contesto degli appuntamenti programmati dalla 48ma edizione della Mostra del Nuovo Cinema, che quest’anno omaggiava il regista nato a Brunico con una retrospettiva completa ma anche per un’iniziativa collaterale che ha visto Moretti impegnato in una lettura dei “Sillabari” di Goffredo Parise, presso la libreria “Il Catalogo” di Pesaro, occasione per presentare un audiolibro edito da Emons, dove appunto Moretti legge i Sillabari per intero. Lettura non enfatica quella di Moretti, per certi versi sorprendente e rivelatoria; il mondo “realisticamente visionario” di Parise trova una voce attinente, nell’interpretazione e nel percorso interpretativo di Moretti, ma anche alcune risonanze con lo stesso cinema del regista, tanto che ci è sembrato un momento di commozione semplice e diretto. A chi gli ha chiesto come mai si fosse avventurato in questo progetto, ha risposto che di Parise gli è sempre piaciuto lo stile e i Sillabari sono l’oggetto che ha regalato di più insieme a Heimat 2 di Edgar Reisz, oltre ad essere un testo tra quelli che ha più amato. Trascrivere Moretti è un’impresa impossibile, per una questione di tempi, di amore per la parola, il gioco, la digressione e la deriva, anche nel senso del suo ultimo film, Habemus Papam. Qui di seguito un resoconto  (in)fedele dell’incontro di Nanni Moretti con il pubblico e la stampa che ha avuto luogo ieri presso il Teatro Sperimentale di Pesaro, moderato da Bruno Torri e Vito Zagarrio, che ha curato il volume dedicato a Moretti edito da Marsilio insieme alla fondazione Nuovo Cinema.

Il cinema nuovo che ha origine negli anni sessanta, è quello in cui si identifica tutto il percorso del Pesaro Film Festival, tu come ti inserisci in questa linea di continuità?

Le mie esperienze come spettatore sono state importanti anche per il mio lavoro di regista. Come spettatore tanti anni fa e come regista anche oggi sono molto legato al cinema degli autori degli anni sessanta, perchè erano cineasti che riflettevano sul Cinema e contemporaneamente sulla realtà; ognuno con il proprio stile. Attraverso quei film si prefigurava un nuovo Cinema e una nuova realtà, una nuova società. Non erano solo aridi film che riflettevano sul Cinema, o film politici un po’ rozzi che si disinteressavano del mezzo espressivo utilizzato, si trattava di autori consapevoli che riflettevano sulla realtà, rifiutando il cinema e la realtà che avevano avuto in eredità.

Moretti e la Cinefilia…

Ci sono registi molto più colti di me cinematograficamente, il primo che mi viene in mente è Gianni Amelio. Sono arrivato ad essere uno spettatore costante abbastanza tardi, non è che la mia infanzia è come quella raccontata da Truffaut; ho cominciato ad andare al cinema con una certa assiduità verso i quindici anni, il pomeriggio andavo ai cinema Nuovo Olimpia oppure al Farnese di Roma, e la sera ero alla piscina del Foro Italico a giocare a Pallanuoto. E’ difficile parlare di se stessi e dire, “ah io sono cambiato”, oppure “io sono rimasto lo stesso”, abbiamo sempre poco distacco rispetto a noi stessi, ma per quel poco che posso capire di me, rispetto a quarant’anni fa, quando cominciavo a fare i miei filmini in super 8, mi sembra come spettatore di avere la stessa curiosità, cosi anche come regista la stessa voglia di raccontare storie attraverso il cinema. Il mio rapporto con il cinema è integro, sono sempre curioso di vedere i film degli altri registi, ogni tanto li programmo nel mio cinema o li distribuisco. Se faccio tutto questo lo faccio con piacere e non per dovere, non mi sento portatore di una missione.

Sei quasi sempre l’attore principale dei tuoi film, questo comporta un surplus di fatica, essere attore e regista, come controlli il set in questa doppia veste?

Era più difficile all’inizio; da Palombella Rossa in poi ho avuto la possibilità di vedere il ciak appena fatto; un controllo video immediato che prima non era possibile. Bisogna essere concentrati su più fronti, bisogna essere regista e attore, e se sei attore devi recitare e anche dirigere gli attori che stanno accanto a te in quel ciak, è un pochino più difficile ma non mi lamento. Fin dall’inizio mi son venute naturali tre cose: mettermi non solo dietro la macchina da presa ma anche davanti come attore e come persona, un critico direbbe come “corpo”. Altra cosa che mi è sempre venuta naturale, tranne nell’ultimo film forse, è raccontare del mio ambiente, politico, sociale, generazionale. Non è un obbligo raccontare quello che si conosce meglio , è semplicemente sempre stato cosi. E la terza cosa è raccontare questo ambiente con ironia, prendendolo e prendendomi in giro. Non faceva parte di un programma espressivo ed estetico ragionato a tavolino, sono tutte cose che sono venute naturali, raccontare di me e del mio mondo come attore.

Il tuo mondo registico è cambiato dagli esordi ad oggi?

Giocavo a Pallanuoto e mi ero specializzato in un tiro che era la palombella, il pallo netto che esiste anche a calcio e a tennis. Ma la palombella dalla parte sbagliata, ovvero quella da destra verso sinistra. Questo perchè avevo fatto di necessità virtù, avevo visione di gioco, ero il regista della squadra ma non ero forte fisicamente, e mi ero in questo modo costruito un mio stile , la palombella è un gioco di astuzia e precisione, non di potenza. Il primo lungometraggio l’ho girato in super 8 come i primi corti, sapevo che non potevo utilizzare attori professionisti, facendo quindi di necessità virtù anche in questo caso, ed è una cosa che ho fatto poi a lungo, ovvero usare attori non professionisti, un conoscente, un amico, un parente, fare di necessità virtù appunto, sapere di non poter contare su grandi mezzi, dolly carrelli etc; anche al cinema mi piacevano certi film fatti con la mdp fissa senza movimenti inutili; fino a Sogni d’oro per certi versi, la mdp non inseguiva gli attori ma questi si muovevano in un quadro fisso, per ricordare che si stava assistendo ad un mio punto di vista sulla realtà; in questo senso , e qui passo dalla regia alla recitazione, come spettatore e come regista preferisco quegli attori e quelle attrici che non si annullano completamentre nel personaggio che interpretano, non mi dispiace quando il film ricorda allo spettatore che si sta vedendo un film.

C’è un distacco progressivo dai personaggi che hai interpretato nel corso della tua filmografia, che cosa ne pensi?

Beh prima come spettatore ero alla ricerca di una perfezione formale che poi cercavo di produrre nei miei film come regista magari con altri risultati, come spettatore tendevo a non emozionarmi e magari a dare meno importanza all’intreccio e alla storia.
Ecco, ho presente un momento preciso, dicembre ’81 un film visto da me come spettatore, La signora della porta accanto di Truffaut; da li cambiano alcune cose, come spettatore ho cercato di leggere meno possibile, di sapere il meno possibile prima della visione, infatti per fortuna non avevo letto le recensioni prima di vedere il film di Truffaut. Mi emozionai molto, mi colpì molto il finale. Da Bianca, ovvero dalla scrittura di quel film ho cominciato a dare più importanza all’intreccio narrativo e alla storia e ad emozionarmi molto di più come spettatore, per questo volevo cominciare ad emezionarmi anche come regista. Per Bianca ho chiamato a lavorare alla sceneggiatura un’altra persona per la prima volta, Sandro Petraglia che ha collaborato con me anche per la Messa è finita. In questo senz’altro c’è uno stacco, un salto.

Il tuo rapporto con la critica italiana e poi internazionale…

….non è che mi metta a leggere..vabbè…mettiamola cosi, prima leggevo tutto e conservavo tutto, poi leggevo parecchio e conservavo tutto, ora leggo qualcosa e conservo poco. Non posso certo lamentarmi adesso, da un certo momento in poi, non dico la Francia, però una parte del pubblico francese, della critica, il festival di Cannes hanno adottato i miei film a partire da Bianca e La messa è finita;

finchè dura“, questa è una frase che diceva mio padre, mio padre era professore di epigrafia greca e sempre lo costringevo a far l’attore, un piccolo ruolo nei miei film, ed era molto dotato. Quando andavo a scuola non sapevo di latino e greco e in quinta ginnasio dopo la promozione, mio padre mi diceva: “finchè dura” e poi in prima liceo non è durata. Mi viene in mente quella frase a proposito della Francia.

A proposito dei tuoi rapporti con la critica; all’inzio venivi confuso con i cosidetti nuovi comici, questa cosa ti faceva arrabbiare, considerato che le tue origini e la tua formazione erano completamente diverse?

non mi arrabbiavo, aspettavo….

il tuo rapporto con l’ideologia e la politica….

Non ho fatto altro che prendere in giro la sinistra nei miei film, anche nella realtà, raccontare il mio ambiente con ironia. Non c’entra molto con la tua domanda, ma alcune delle persone che sono qui oggi hanno visto i miei primi film. Il primo era in super 8 riservato al pubblico dei cineblub che ora non c’è più, un pubblico molto circoscritto. Ebbe molto successo in questo piccolo circuito e ho potuto fare un film più industriale e professionale, in questo passaggio dal super 8 all’industria non è che ho preteso di conoscere i gusti del pubblico e sono andato incontro ai loro presunti gusti, magari banalizzando quello che era il mio stile o la mia ironia, ho fatto un altro film molto simile per ambientazione e personaggi, molto simile al precedente. Non mi sono spaventato per questa nuova possibilità di avere un pubblico più ampio. Quando ho fatto parte del movimento dei girotondi non ho filmato niente, neanche sotto forma di reportage; sono rare le volte in cui la politica è entrata direttamente nei miei film; un po’ in Aprile, ne Il Caimano solo in parte, in Palombella Rossa in modo molto poco realista. Non era per dovere e non volevo cambiare la testa degli spettatori, volevo raccontare la mia storia. Dopo un mio film si forma un sentimento, nei miei confronti quasi sempre negativo , questo sentimento si addensa in qualche personaggio, diventa un soggetto e poi diventa una sceneggiatura e di volta in volta questo sentimento esige uno stile diverso, un modo diverso di fare un film. Un modo produttivamente diverso, per esempio ci sono dei film per cui ho bisogno di cominciare con una sceneggiatura molto strutturata, ci sono altri film, come Aprile, Caro Diario, Palombella Rossa dove comincio a girare con un po’ meno di una sceneggiatura, dove ci sono dei buchi narrativi che spero di riempire durante riprese e montaggio, una incompletezza che spero di completare lavorando. La politica è entrata nei miei film molto meno di quanto si pensi, prima venivo considerato un regista molto personale quasi privato, poi dopo i girotondi venivo considerato un regista molto politico. Io avevo partecipato a quel movimento come cittadino ma non come regista. Io volevo usare me stesso per un modo di far politica in cui credevo. In quell’anno quel nostro modo di far politica fu diverso, era un movimento che criticava la destra al governo ma anche quella che consideravamo una insufficiente politica che stava all’opposizione, era una cosa nuova, come erano nuovi i temi che affrontavamo e che riguardavano tutto l’elettorato: scuola pubblica, indipendenza dell’informazione televisiva, ci interessava parlare di temi che riguardassero tutti. Per un po’ di tempo, continuando a separare le due attività, mi sono riposato del mio lavoro di regista e mi sono occupato in modo disinteressanto a un movimento autonomo, la politica nei miei film è entrata poco. Anche riguardo ad Habemus papam qualcuno diceva: “è lecito vedere dietro la storia di ques’tuomo una lettura sulla società italiana?” No! non è lecito, un po’ demogogicamente dico che quasi tutte le interpretazioni sono lecite però ogni tanto, no. Ne La stanza del figlio per esempio c’è una scena molto cruda in cui viene chiusa la bara di legno del ragazzo, e allora qualcuno mi chiede se era “possibile vedere dietro la morte di quel ragazzo la morte del 68“, ecco…no!

Il caimano, tre film che si fondono in uno: una storia d’amore che finisce, un film sul berlusconismo, un film su un certo tipo di cinema, anche Habemus Papam segue due tracce narrative….

Ci sono dei film che nascono solo attorno ad una “cosa”, La stanza del figlio per esempio. Poi ci sono altri film, come Sogni d’oro che è la storia di un regista, dei suoi sogni, lui è un professore e si innamora di una sua studentessa, ed è poi anche la storia del film che questo regista sta girando, la mamma di Freud, che era un’idea di Remo Remotti. Ci sono dei film in cui ci sono più ingredienti, dei film in cui ci sono più strati narrativi che si intrecciano e dei film che sono soprattutto quella cosa li, adesso non so spiegare il motivo, più passa il tempo e più mi piace lavorare, ma faccio fatica a spiegare il perchè delle delle scelte.

Moretti e le donne….

Devo dire che negli ultimi tempi spesso ho collaborato alla sceneggiatura anche con sceneggiatrici, anche per questo film che sto scrivendo ora, poi è una scenografa quella che ha curato la scenografia di Habemus Papam, Paola Bizzarri, ed era la prima volta che lavoravo con lei, spesso Esmeralda Calabria ha montato i miei film; ci lavoro bene, certo nei miei film ci sono più personaggi maschili che femminili, ma nel prossimo film la protagonista è una donna.

Moretti produttore, esercente, distributore, organizzatore di eventi, festival di corti alla Sacher e la direzione del festival di Torino; questa presenza multipla ti ha impegnato molto e immagino continuerà a farlo, non lo fai per un senso di dovere immagino, che cosa ti da quindi oltre ad una soddisfazione personale?

Posso dire come sono nate queste iniziative, Angelo Barbagallo aveva 28 anni io 33 , nell’86 mi ritenevo un regista fortunato e volevo restituire un pò di questa fortuna facendo esordire altri registi, spesso gli esordienti che avrebbero bisogno di piu mezzi invece esordiscono tra mille difficoltà, pochi soldi, pochi mezzi, poche settimane di riprese. A noi faceva piacere far esordire dei registi e così è stato con Calopresti, Luchetti, Mazzacurati , Valia Santella. In quel periodo alcuni produttori tentavano dei finti film internazionali, sceneggiature che facevano il giro del mondo, coproduttori, attori stra-doppiati, ibridi che non interessavano nessuno; a dispetto di questa retorica perdente del finto film internazionale, volevano fare dei film con delle radici, con dei paesaggi sia dal punto di vista esteriore che interiore. Fare quindi una mia casa di produzione con cui produrre i film di registi quasi sempre esordienti che volevo io per primo vedere al cinema. Come produttore non mi sono mai posto nei confronti di questi registi dal punto di vista del regista, ma ancora una volta dal punto di vista dello spettatore. Mi ponevo come spettatore di fronte a queste sceneggiature, lasciandoli in pace durante le riprese ma essendo presente durante il montaggio. Essere quindi presente senza imporre il mio stile, non mi interessava fare dei film alla Moretti, mi interessava capire la strada dei registi, per capirli e aiutarli in base al loro tono e alla loro pesrsonalità. Questo contro la situazione di trenta anni fa, quando i cinema chiudevano tutti. Abbiamo aperto la nostra sala per mostrare quei film che avevano bisogno di un aiuto. Si è creato un rapporto di fiducia reciproca con il pubblico, io mostro dei film considerati difficili, faccio affidamento su un tipo di pubblico interessato a questo tipo di film. Cosi come distributore, faccio a questo proposito l’ultimo esempio; il film dei Taviani, pensavo di vederlo per primo perchè li conosco da almeno 35 anni, invece poi ho scoperto che lo vedevo per ultimo, che tutti gli altri distributori italiani avevano detto bello ma invendibile, bello ma difficile, bello ma al pubblico non interessa. Io credo che se un film è bello un distributore lo deve distribuire sperando che esistano gli spettori interessati a vederlo, il pubblico non è sempre innocente per carità, però in questo caso è stata una bella sorpresa. Come distributore, non riesco a spiegare il perchè di certe scelte; ho distribuito spesso film Iraniani (N.d.r. il più recente, Una separazione di Asghar Farhadi ) ma non so spiegare il perchè di questo incontro, è successo, ecco. Martedi al cinema Nuovo Sacher di Roma, comincia l’ottava edizione di una rassegna che si chiama Bimbi Belli, film italiani di esordio della stagione, mostrati in arena; quest’anno i film sono tanti, cominciamo con quello di Laura Morante, “Ciliegine”, alla fine di ogni proiezione ci sarà un dibattito condotto da me


 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi