venerdì, Agosto 14, 2020
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Deerhoof – La isla bonita: la recensione

Vent’anni di carriera e tredici album. E non si sente affatto, perchè l’ultimo album dei Deerhoof dimostra incredibile freschezza e vivace inventiva; realizzato sotto l’influenza dei Ramones, “La isla bonita” viene concepito in parallelo alla tournee dello scorso febbraio dove nella setlist veniva inclusa la cover di “Pinhead”, brano che li spinge a buttare giù una traccia come “Exit Only” in un solo take e a decidere che lo spirito del nuovo album sarebbe dovuto gravitare intorno allo stesso concetto. Ed “Exit Only”, effettivamente la traccia più rozza e urgente di tutto il nuovo lavoro spezza la tracklist a metà, ma non ne esaurisce spirito e approccio, se non in termini attitudinali, quelli che mettono al centro il groove.

Attraversato da uno spirito iconoclasta e ludico, “La isla bonita” è un concentrato di lacerti cacofonici, un saggio sulla ripetizione e sulle possibilità che il dancefloor sia un costante dialogo tra cervello e nervi senza soluzione di continuità, questo perchè mentre Satomi Matsuzaki continua a vomitare nonsense lirico, la cui sostanza risiede principalmente nel passaggio tra oriente e occidente, segno e parola pre-semantica orientata sulla via di un mantra ipnotico, l’accoppiata John Dieterich ed Ed Rodriguez ritrova il prodigioso equilibrio degli esordi tra distensione armonica e tagliente rottura dello schema, con il drumming di Greg Saunier sempre più ridotto all’osso e scarnificato, tanto da non capire più da dove provenga, se dal corpo o da una sublimazione inorganica dello strumento.

Tracce come Last Fad,  Tiny Bubbles, Big House Waltz, forzano il suono in direzione di un funk oscuro e ventrale, e se in qualche modo la strada sembra quella introdotta dai precedenti due album della band, questo si configura come la sintesi tra Deerhoof Vs. Evil e Breakup Songs mantenendo l’ancoraggio alla forma ballabile del primo e incanalando le derive più complesse del secondo in una dimensione più immediata ma non per questo meno visionaria, la stessa che consente ai testi di Satomi di essere subliminalmente politici, considerato che “La isla bonita” è un album che a più riprese racconta un’America contrastante, tra icone popolari e mal di vivere.

Chiude l’album la bellissima Oh Bummer, uno degli esempi dell’altra faccia dei Deerhoof, quella più sottile e meditativa, con la tramatura delle chitarre che disegna un paesaggio metallico degno degli intarsi di Glenn Branca, improvvisamente oscuro, senza scampo, mostruoso come un Dragone Elettrico che scarica in una volta 80.000 V.

Ugo Carpi
Ugo Carpi
Uogo Carpi ascolta e scrive per passione. Predilige il rock selvaggio, rumoroso, fatto con il sangue e con il cuore.

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