Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

"Gagarine" entra nel cuore dell'abitazione sociale contrapponendo all'entropia disgregatrice che conduce alla cancellazione degli spazi, la forza creatrice del recupero come fonte possibile di vita. Materiali trovati nella città fantasma, reinventati per rovesciare le finalità delle macchine celibi duchampiane: alla quantità intensiva di energia si sostituisce la creazione di un nuovo organismo meccanico e organico, materiale e mnestico, pronto per il decollo in un'altra dimensione. Sulla splendido film di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh  

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La “decostruzione selettiva” che ha raso al suolo l’enorme complesso della Cité Gagarine è il segnale di una riconfigurazione del lessico legato all’abitabilità che rischia di cannibalizzarne i principi. Basta pensare ad alcuni franchising che hanno costruito la loro comunicazione sul concetto di studentato sociale, mangiandosi di fatto spazi comunitari, per affittare stanze minuscole a mille euro al mese. In quel caso si veicola la versione residenziale dello scambio culturale, come un’esperienza di alto profilo, di fatto inaccessibile per uno studente che fa fatica ad arrivare a fine mese per pagarsi gli studi fuori sede. La coscienza è salva dal punto di vista del marketing positivo, complice il target dell’organizzazione eventi che si riferiscono a quei luoghi: un fumogeno crocevia di cultura alternativa, dal clubbing alla musica indipendente, senza alcuna identità politica, buono per stordire gli imbecilli e gli ipocriti.

Diametralmente opposta e più stratificata la storia della struttura che ha rappresentato il successo e la progressiva perdita di riferimenti del partito comunista francese, ma identica nel rivelare una necessità urgente come quella della città come bene comune. Il complesso edilizio che ospitava quasi 400 famiglie fu costruito nel 1961 all’interno del borgo parigino di Ivry-sur-Seine; un progetto abitativo fortemente legato ai principi dei paesi socialisti, basato sulla spinta verso il futuro dell’architettura funzionale. Quando il contatto del partito con la classe operaia era ancora vivo, Cité Gagarine suggellava il patto di fiducia con una serie di simboli che venivano aggregati nell’immenso comprensorio.

La visita di Jurij Alekseevič in loco, per una memorabile celebrazione allestita nel 1963, era quello più evidente, perché sanciva la natura futuribile del progetto con la vetrina dell’esperienza comunista francese. La cintura rossa comincia ad allentarsi durante gli anni ottanta, con la progressiva de-industrializzazione della zona e un radicale ricambio generazionale che svuoterà il complesso dai lavoratori sotto licenziamento, accogliendo immigrati dalle ex colonie francesi.

Cité Gagarine diventa progressivamente un luogo difficile, attraversato dal degrado e abbandonato dalla stessa utopia comunista, incapace di soddisfare le esigenze dei cittadini, di garantire una ristrutturazione, di riferirsi ad una società multietnica in continua trasformazione. Il complesso stesso diventa una flagrante aberrazione, sospeso tra il fallimento di un progetto politico e il radicale attaccamento delle generazioni cresciute in quelle stanze. Un doloroso cortocircuito tra identità e deperibilità della città contemporanea che si manifesta nella descrizione di Cité Gagarine come luogo fantasma, abitato solo in parte, assicurato come un bunker dalle porte anti-squat, infestato dai ratti, innervato da corridoi fatiscenti ed infine, difficilmente attraversabile in tutta la sua estensione, per il grande numero di zone inagibili e ascensori fuori uso.

Descrizione insufficiente, pilotata dal linguaggio dei progetti di riqualificazione orientati a favorire il turismo a breve termine e che quasi mai hanno tenuto conto del percorso di formazione legato al tessuto umano, prima ancora che urbano.

La demolizione del complesso viene effettuata il 31 agosto del 2019, davanti alle quasi quattrocento famiglie che lo avevano abitato.

Il film di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh parte da questa antinomia. L’entropia del luogo, la disgregazione degli elementi materiali costitutivi e come forza contraria, l’energia creativa di Youri, che in quella struttura di cemento e mattoni rossi, ha vissuto tutta l’infanzia e l’adolescenza fino ai suoi sedici anni. All’analisi costi-benefici del governo della città, il ragazzo contrappone il tentativo di curare personalmente le ferite del luogo, riparando i circuiti che bloccano gli ascensori, acquistando a buon mercato tubi al neon e illuminazioni al led per interni, così da ribadire un principio di riqualificazione sociale che parta da una scommessa personale e collettiva, come azione diretta sui luoghi di appartenenza.

Contro lo sradicamento imposto Youri racconta la sua generazione rielaborando la percezione di un territorio definito come inservibile e pericoloso dal potere, ma anche da chi ha perso ogni speranza. Liatard e Trouilh filmano il luogo come fosse il guscio di una colonia astrale, una grande nave madre con l’equipaggio pronto all’evacuazione. Quello della fantascienza è il linguaggio visuale a cui ricorrono, tanto da descrivere l’odissea di Youri come un estremo tentativo di sintesi.

L’ecosistema da preservare è un crocevia tra interno ed esterno, natura e memoria, fantasia e tecnologia di consumo, reinventata con lo spirito del riciclo e del recupero. Viene in mente il disperato esperimento di giardinaggio spaziale gestito da Lowell Freeman in “Silent Running” di Douglas Trumbull. In quel caso, la corsa silenziosa di un lembo di terra procede verso un cosmo senza più coscienza, mentre la presenza umana sulla terra ha decretato la fine di ogni organismo vegetale, per fare spazio all’ipertrofia dell’urbanizzazione.

Un tema molto frequentato nella fantascienza letteraria e cinematografica a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta, che qui viene riletto da una prospettiva opposta. Il forte senso di comunità che guida le scelte di Youri ha una qualità fortemente radicata nel tessuto urbano. La natura artificiale preservata nel ventre di cemento è la conseguenza di una forte interiorizzazione della Cité Gagarine come incubatore di vita. Tutti i dispositivi che ne consentivano il funzionamento, dalle luci ai fusibili che attivavano il movimento degli ascensori, vengono contratti nello spazio vitale di Youri come tentativo estremo di resistenza alla dissoluzione di quei luoghi. La struttura scheletrica di sostegno, le viscere, le giunzioni sinaptiche, le connessioni elettriche e meccaniche che tenevano in piedi il mastodontico complesso edilizio, vengono nuovamente innestate nell’habitat concepito per la sopravvivenza individuale, pronto al decollo verso una dimensione dove il movimento non significhi per forza sradicamento.

L’illuminotecnica in particolare, diventa per Youri il mezzo per fornire a Cité Gagarine una lingua, parte di quella geografia luminosa che si estende su tutta la città e che viene interiorizzata in una nuova mappatura capace di ridisegnare lo spazio architettonico dall’interno verso l’esterno. Si tratta di un rovesciamento esplicito della dimensione scopica dei “mapping” luminosi controllati da intelligenze artificiali, perché ne reinventa le caratteristiche esaltandone le qualità esperienziali tattili. Immersivo non è lo spazio virtuale, ma le viscere di metallo e acciaio ferite da una nuova geografia interna e aperte ad una nuova definizione del tempo attraverso lo spazio.

Sul tetto della Cité Gagarine, ad osservare il cuore elettrico di Parigi c’erano stati anche i PNL per girare il video di Deux Frères. Una visione stupefatta non così diversa da quella che occupa lo sguardo di Youri, la cui fusione con i cavi, il cemento e le vene elettriche del complesso, diventa una cosa sola.

Gagarine“, fortemente voluto da Thierry Frémaux per la selezione ufficiale di Cannes 2020, evita la dissezione dell’immagine secondo coordinate documentali, preferendo un’affascinante e personale vicinanza al realismo magico, capace di trasformare l’imponente presenza volumetrica del colosso edilizio nell’architettura possibile di un organismo vivente.

L’allestimento dello spazio vitale concepito da Youri è una reazione creativa alla brutalità delle ruspe che distruggono il campo Rom dove vive Fari, la ragazza con cui condivide il suo percorso di resistenza. Tutti gli oggetti aggregati in quello spazio possibile, tra pareti sfondate e l’allargamento del perimetro abitabile, sono materiali trovati, elementi reinventati, macchine solo in parte duchampiane, perché rovesciano la quantità intensiva di energia a favore della creazione di un nuovo organismo meccanico e organico, materiale e mnestico. La riscrittura immaginale di Cité Gagarine non genera una nuova macchina celibe, ma un sistema capace di generare vita.

Liatard e Trouilh accolgono la città fantasma incorporata in quella globale, ne raccolgono i residui, gli oggetti, i ricordi, gli scarti, per ricombinarli in un nuovo spazio possibile, grazie ad una scrittura che dalla realtà materiale, riesce a creare i presupposti per un cinema della memoria inventivo e combinatorio. 

Michele Faggi

Fanny Liatard e Jérémy Trouilh
Gagarine
Francia - 2020

Con Alséni Bathily, Lyna Khoudri, Jamil McCraven, Finnegan Oldfield, Farida Rahouadj, Denis Lavant
Durata 98 min