Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il cinema di Stephane Brizé rimane ancorato ad una visione fortemente antropologica. Ci racconta le aberrazioni del lavoro oppure quelle dell'istituto famigliare attraverso quelle radici storiche che dal passato osservano il presente. Una Vita, al cinema, distribuito da Academy Two. 

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Ad un anno di distanza dallo splendido “La legge del mercato” Stéphane Brizé adatta per lo schermo il primo romanzo di Guy de Maupassant “Une vie”, tornando a collaborare per la fotografia con Antoine Héberlé e scegliendo il formato 1:33 per confinare la storia di Jeanne (Judith Chemla) in uno spazio angusto.

Rispetto al punto di vista antropologico del film precedente, Brizé cambia apparentemente impostazione modificando la struttura cronologica del romanzo di Maupassant per inserire numerosi salti temporali ed elaborare una serie di quadri di ispirazione impressionista e marcatamente ellittici.

Se l’attenzione ai gesti minimi del quotidiano rimane al centro del suo cinema, a partire dalla bellissima sequenza dove Jeanne impara i segreti del giardinaggio insegnati dal padre (Jean-Pierre Darroussin); nella quiete di una diegesi senza musica, tranne alcune incursioni di “fortepiano” selezionate con l’aiuto di Olivier Baumont, Brizé inserisce squarci improvvisi che spezzano l’equilibrio e accentuano la natura convulsa di un’immagine filmata con la camera a mano, quasi sempre instabile e pulsante.

La storia di Jeanne, figlia di un barone dell’aristocrazia normanna dell’ottocento, ruota intorno alla definizione di un mondo rurale lontano da quello borghese delle grandi città, che lo scrittore francese racconterà nelle sue opere successive, ma diventa in un certo senso il centro di un’analisi impietosa sui rapporti umani e sui sentimenti, a partire dalla loro origine famigliare.

Brizé visualizza da subito l’immagine sepolcrale e nerissima che si identificherà con la follia di Jeanne, evidenziando proprio la sensibilità della donna come un insanabile male di vivere. La sua incapacità di comprendere le regole sociali che consentono il radicarsi della menzogna, decreterà il girare a vuoto della sua vita e la coazione a ripetere della condizione di vittima.

Brizé accentua con particolare acume il ruolo della religione organizzata nella vita di tutti i giorni, con alcune sequenze che assumono il ruolo di un beffardo motto di spirito, mentre i momenti più tragici come la scoperta del primo tradimento del marito e la morte dei due amanti successivamente scoperti dal padre di un’amica, vengono collocati ex abrutpo, come ellissi violentissime e un sapiente utilizzo del fuori campo.

In particolare, la sequenza della mattanza già consumata è tra quelle più forti nel rilevare quello straniamento della visione a cui Brizé ricorre più volte nel film, non solo spezzandone la continuità attraverso immagini stridenti, ma anche alterando la percezione del racconto. La schiena nuda di Gilberte de Fourville trapassata da un colpo di fucile e Jeanne vestita in nero sullo sfondo silvestre della sua tenuta, hanno spesso la funzione di presagire una discesa verso l’inferno e la solitudine.

In questo senso il cinema di Brizé rimane ancorato ad una visione fortemente antropologica, con uno stile diversamente immersivo che ci racconta le aberrazioni del lavoro oppure quelle dell’istituto famigliare attraverso quelle radici storiche che dal passato osservano il presente.

Michele Faggi

Stephane Brizè
Una vita
Francia - 2016, Belgio

Con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Swann Arlaud, Nina Meurisse
Durata 119 min
Titolo originale Une vie