mercoledì, Ottobre 21, 2020

La donna che canta di Denis Villeneuve: la recensione

Denis Villeneuve è un talento da tener d'occhio, dopo il potente Polytechnique, focalizzato sul massacro di Montreal avvenuto nel 1989 all'interno di una scuola, continua a lavorare con La donna che canta sulle possibilità del racconto in un modo per certi versi vicino ad altri cineasti Canadesi come Robert Lepage e Atom Egoyan con una capacità di far palpitare le immagini su un'architettura invisibile ma non per questo meno complessa

Denis Villeneuve è un talento da tener d’occhio, dopo il potente Polytechnique, focalizzato sul massacro di Montreal avvenuto nel 1989 all’interno di una scuola, si serve della drammaturgia di  Wajdi Mouawad continuando a lavorare ne La donna che canta ( Incendies ) sulle possibilità del racconto in un modo per certi versi vicino ad altri cineasti Canadesi come Robert Lepage e Atom Egoyan, ovvero con una capacità di far palpitare le immagini su un’architettura invisibile ma non per questo meno complessa.

Incendies in questo senso è un film profondamente Canadese e in modo impercettibile porta dentro e fuori dal paese la complessità dei processi identitari che hanno caratterizzato la formazione di uno stato allo stesso tempo post-coloniale e coloniale. Non è una considerazione peregrina, soprattutto nel contesto in cui le immagini e la forza politica del film lavorano su più storie del Medio Oriente, sovrapponendo gli eventi della guerra civile Libanese, quella dei massacri a  catena tra i Falangisti cristiani e  i Mussulmani, con frammenti di storia contemporanea, come se si alludesse a una disseminazione culturale di proporzioni più vaste rispetto ai suoi confini, con le radici ficcate in un presente intimo e allo stesso tempo transnazionale.

Villeneuve ha girato Incendies in Giordania, per l’impossibilità di allestire un set in Libano, ma è proprio questo che gli ha consentito di lavorare su una visione più ampia del conflitto tra culture. Un tema che per altre vie passa anche da Adoration di Atom Egoyan ma che Villeneuve traspone su un livello che di volta in volta è intimo, politico, collettivo. Narwal (una straordinaria Lubna Azabal) muore e lascia ai due unici figli di un parto gemellare, Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin) e Simon Marwan (Maxim Gaudette), due buste e un atto testamentario.

In Palestina da qualche parte vivono ancora il padre dei gemelli e un terzo figlio di Narwal, la donna desidera che le buste gli siano recapitate. Se le sinossi non avessero di tanto in tanto una funzione esplicativa di tipo “democratico” dovrebbero essere bandite dalle recensioni; in questo caso in particolare la linearità della sintesi opera una forzatura contro il Cinema di Denis Villeneuve che non parte ovviamente dallo stesso punto, ma lavora sulle immagini della memoria, politica e personale, come fossero frammenti di una storia più vasta.

Siamo davvero dalle parti del miglior Egoyan quando le cose, gli oggetti, gli elementi materiali e immateriali dell’immagine convergono in una combinazione che rifugge le associazioni binarie muovendo continuamente il senso delle cose fuori dalla supremazia della parola o del linguaggio per il linguaggio, fonti di assoluta falsificazione come le parole “flashback” e “flashforward” tirate in ballo come scorciatoia per parlare del complesso processo multi-identitario sul quale Villeneuve lavora.

Viene in mente la ricerca di Charles Levin quando parla della “dualità” ufficiale del Canada e del numero assolutamente più grande di possibili “nazioni” che oltre a quella del Québec vogliono diventare “segretamente” indipendenti; un sistema che si divide ulteriormente grazie alla presenza aborigena disseminata per tutte queste provincie. Levin parla di un superamento del concetto di nazione e della morfologia del primo stato a potersi chiamare realmente post-moderno; senza spingerci oltre e senza per forza ridurre il fenomeno in una parola come multiculturalismo, il film di Villeneuve ci è sembrato di una potenza davvero rara nella capacità di espandere un’idea che nello spazio del cinema di alcuni autori Canadesi è una presenza costante.

Il Medio Oriente di Incendies è astrattamente concreto, un’identità complessa che viene a poco poco esfoliata con una dolorosissima penetrazione nella genesi di una famiglia ignara delle proprie radici; le immagini attraversano la linea di un tempo orizzontale incendiando letteralmente un percorso di connessioni continuamente rovesciate e disattese e che solo nel momento in cui dovrebbero farsi parola rivelata, lettera scritta, sospendono invece di chiudere, aprendosi ad un nuovo doloroso calvario dell’identità, una sovrapposizione tra padre, figlio e stupro che fa davvero accapponare la pelle per le implicazioni oltre la politica dei popoli e verso un’antropologia di tipo famigliare.

Le immagini di Villeneuve sono duttili e spesso lanciate con-tro la parola che anticipa o segue la visione mettendoci in una posizione di costante dis-velamento perchè come dice Simon alla sorella, nel momento in cui la conoscenza sembra raggiungere il grado più insopportabile, uno + uno non fa due; una frase che citando gli studi probabilistici di Krishna Palem (Jeanne Marwan in Incendies è assistente di una cattedra di Matematica) non è certo una didascalia ad effetto e  ben spiega il cinema di un autore davvero notevole e coraggioso nel costruire e poi abbandonare il proprio cinema alla libertà dello sguardo

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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