lunedì, Giugno 24, 2024

Brian Eno, la consegna del Leone d’oro e l’incontro: il resoconto

Il 22 ottobre 2021, il presidente della Biennale Roberto Cicutto e la direttrice artistica della Biennale Musica Lucia Ronchetti, hanno consegnato il Leone D'oro alla carriera a Brian Eno. Vi raccontiamo la cerimonia e il Q&A con Tom Service, giornalista della BBC, svoltosi nella Sala delle Colonne di Ca' Giustinian

Roberto Cicutto, presidente della Biennale di Venezia e Lucia Ronchetti, direttrice artistica della Biennale Musica, hanno consegnato il Leone d’oro alla carriera a Brian Eno, nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, il giorno successivo alla prima mondiale di Ships, il lavoro commissionato dalla stessa fondazione al musicista inglese, eseguito al Teatro La Fenice con la Baltic Sea Philarmonic diretta da Kristjan Järvi e recensito anche qui sulle pagine indie-eye.
L’articolata motivazione, letta dalla stessa Ronchetti, descrive prassi e scelte che hanno rivoluzionato il modo di intendere lo studio di registrazione e la composizione nella lunga carriera di Brian Eno.

L’aspetto centrale, che ben si integra con tutto il lavoro di connessioni e contaminazioni pensate per l’edizione 2023 del festival, è quello di una ricerca mai sopita sulla qualità e la bellezza del suono digitale, ma anche la concezione dello spazio acustico come strumento compositivo.
L’orchestra amplificata di Ships, disegna e coglie lo stato fluido e caotico della vita interna al suono, identificandone gli elementi più instabili e più ampi. Come nell’ipotesi metadiscorsiva Monteverdiana, Eno propone un’analisi compositiva attraverso dilatazioni e ricorrenze di echi acustici, flussi sonori lenti ed esitanti, che fanno emergere configurazioni armoniche inudite, inaudite, fantasmatiche.

Con la mitezza che ha sempre contraddistinto le sue uscite pubbliche nel contesto di interviste e approfondimenti, Eno ringrazia sentitamente, e riconosce come un’occasione unica la possibilità di lavorare con un ensemble che supera i 40 elementi, grazie all’invito di Lucia Ronchetti e della Biennale: Non ho mai avuto una grande simpatia per le orchestre si scherniscea causa del mio background legato alla musica pop, ma ho cambiato completamente prospettiva quando ho incontrato i musicisti della Baltic Sea, il cui amalgama non è quello di un’orchestra tradizionale, ma di un gruppo di persone che ama davvero suonare i propri strumenti. Anche per questo ho pensato che avrei potuto collaborare con loro. Ecco che ho incontrato Kristjan Järvi, il loro direttore, un vulcano di energia e creatività

Eno gioca con l’appellativo di “maestro” o con la definizione di “genio”, confessando un certo disagio rispetto al significato che viene attribuito al titolo: Una cosa lusinghiera, certamente, ma nessuna idea viene fuori da una sola persona. Aggiunge di aver avuto la possibilità di vivere sotto una stella fortunata, in una cultura che teneva in considerazione l’arte creativa e che gli ha consentito di frequentare la scuola d’arte, un aspetto inesistente nell’Inghilterra di oggi dove tutto si paga.

Questa idea di mobilità ed egualitarismo sociale tornerà più volte, soprattutto nella conversazione con Tom Service, giornalista della BBC che ha condotto una conversazione di circa mezz’ora con l’artista.
Prima del Q&A, ha sottolineato quanto La Biennale sia un esempio virtuoso per amore e tradizione nel sostegno delle arti e della cultura.

La formazione bristoliana di Eno comincia dalla pittura durante gli anni sessanta, attraverso gli studi alla scuola d’arte e l’amore per gli artisti russi degli anni venti. Lo racconta subito a Tom Service per definire un concetto fondamentale nella sua concezione creativa: La storia di un’artista è la storia di un’intera scena che comprende la critica, i galleristi e tutto il motore che muove e si muove intorno ad un’opera. Viviamo in tempi dove siamo costretti a confrontarci con una certa idea di genialità, legata a figure come Elon Musk o Steve Jobs. Quando si osserva con attenzione le loro storie e quelle dei loro prodotti, si comprende come tutto ciò sia in realtà scaturito da una complessa rete socio-culturale.

Per sottolineare questo aspetto si affida ad una metafora biologica, raccontando le strutture fungine, come organismi complessi di cui il fungo è solo una parte dell’insieme: Io stesso mi immagino come un fungo – dice giocando con il pubblico – anche se non sembra un’immagine così lusinghiera”. Si oppone quindi al mito statunitense del self-made-man, accentuando la necessità di valutare ciò che ci circonda, dal sistema educativo fino a quello delle comunicazioni e dei trasporti.

Alla domanda di Service legata ai modi e alle scelte che ha attivato per superare limiti e confini tra linguaggi e discipline diverse, Eno ribadisce l’importanza della sua formazione come pittore. Al di là delle intenzioni nel diventarlo, quel luogo ha avuto un ruolo centrale nell’Inghilterra degli anni sessanta, perché consentiva di conoscere nuova musica, più che all’interno degli spazi formativi deputati, dove l’accademia seguiva principi austeri, noiosi e impermeabili. Ricorda a questo proposito una lezione tenuta dal grande Morton Feldman nella scuola d’arte frequentata da Eno. Questa era inserita nello stesso complesso del college musicale, ma da quell’edificio non venne nessuno ad assistere alla conferenza.

Sono gli anni in cui cominciano ad apparire una nuova generazione di strumenti: i sintetizzatori, ma anche i registratori a nastro, e pensai che non ci fossero ancora regole per il loro utilizzo. Potevo suonarli come avrebbe potuto fare qualsiasi altra persona al mondo, perché nessuno sapeva ancora come sfruttarli.

Proprio in quel momento comincia a collezionare registratori a nastro a tal punto da arrivare a possederne ben 31: Pensavo che fossero gli strumenti più interessanti in quel momento perché potevi fare qualsiasi cosa con il suono registrato su nastro, ampliarne la durata, riprodurlo all’indietro, ed era stupefacente, potevi cambiare l’ordine del tempo, non c’era niente di simile nella storia prima di questo, per questo ne ero completamente affascinato.

Il giornalista inglese gli chiede se lo stesso entusiasmo degli anni sessanta sia rimasto intatto nella percezione che ha successivamente avuto della tecnologia con cui si è confrontato durante il suo percorso artistico. Eno mette allora a confronto due idee opposte. Quella di chi ha sfruttato una pulsione adolescenziale per sviluppare i social media, progettati a suo avviso per dividerci in base a polarizzazioni distruttive, contrarie ai principi di comunità. E l’idea di premio come possibilità d’incontro proficuo e di scambio reciproco tra chi percepisce un oggetto d’arte e chi lo produce.
Al contrario, i social media capitalizzano il proprio successo sulla base delle differenze che ci dividono. Estensione di questo aspetto è per Eno la crescente tendenza autoritaria dei governi.
E a questo proposito fa l’esempio di Israele, ripetendo alcuni concetti che sono già noti per la sua adesione al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni noto come BDS e che sostiene la causa del popolo palestinese.
Non ho mai avuto un account social media – aggiunge – e mi sento molto brillante per aver preso questa decisione.

Service allora lo incalza chiedendo quale sia la differenza tra l’algoritmo utilizzato dai social media per ragioni di profitto e quello che ha caratterizzato la sua ricerca sulla musica generativa.
Eno distingue le due percezioni in base alla curiosità per i mondi sconosciuti: Gli artisti che si credono audaci, combattenti, rivoluzionari – specifica – talvolta possono risultare terribili. Ciò che mi interessa è la creazione di mondi esterni e sconosciuti. Questi possono estendere il vocabolario che usiamo per comprenderli, incluso quello dove viviamo. Questa stessa esplorazione consente di sperimentare il superamento di un limite e di domandarsi quanta libertà potremmo avere, come potremmo affrontarla e gestirla.

In questo cuneo, per Brian Eno è fondamentale la differenza tra scienza ed arte. La prima si occupa di questo mondo e della sua misurazione. L’arte è invece legata a mondi che ancora non conosciamo: Come potrebbero essere? Cosa accadrebbe se fossero percepiti in questo modo? Come potremmo farne esperienza? La scienza per necessità cerca di escludere il più possibile i sentimenti, nessuno vorrebbe che la verifica di un esperimento risultasse compromessa solo perché chi la esegue si sentiva depresso o perché il suo matrimonio sta andando a rotoli. L’arte è invece interessata anche ai sentimenti, i sentimenti sono la prima cosa con cui abbiamo a che fare, pensare è la seconda cosa che facciamo. Prima sentiamo e poi se ci è possibile traduciamo il tutto razionalmente e successivamente decidiamo di agire. Le persone pensano che i sentimenti siano l’aspetto più soffice della questione e quindi tendono a non considerarli seriamente. Di fatto molte delle decisioni più importanti vengono fatte sulla base dei sentimenti, non sulla base di dati, quando per esempio ti senti innamorato, vuoi passare la vita con una determinata persona, quando vuoi evitare qualcuno, quando pensi al lavoro che desideri fare, dove vorresti vivere, se avessi la possibilità di scegliere. Non si tratta di calcoli, ma di decisioni basate sui sentimenti. Dal momento che possiamo utilizzare queste due forme di conoscenza, si tratta di bilanciarle e di rispettarle entrambe.

E se ForeverAndEverNoMore, l’album di Brian Eno pubblicato nel 2022 prefigura l’estinzione del pianeta, la visione di Eno cerca di bilanciare due aspetti senza offrire risposte certe.
Se la scienza ci offre un quadro terrificante, c’è un modo per definirsi ottimisti recuperando una frase di Gandhi sulla democrazia: sarebbe una bella idea, rispondeva il Mahatma a chi gli chiedeva cosa ne pensasse. Prassi quindi. Per un socialista come me – ha specificato – l’unico modo per conservare un deciso ottimismo è fare di tutto per realizzare un mondo più giusto ed egualitario per le persone di altri paesi, per le donne, per le persone con disabilità, cercando di arrestare questa condizione secondo la quale alcuni possono diventare oscenamente ricchi, come effetto e conseguenza della ciclicità continua del capitalismo.

Se allora, sempre per Eno, l’idea di democrazia attuale è minata dall’attitudine di alcuni potenti ad esercitare con assoluta certezza le loro ragioni, la sua musica, da sempre, preferisce abitare incertezza e dubbio. Godere di quella significa sperimentare ogni giorno, perché l’arte ha questa possibilità di creare oggetti seduttivi, strani e nuovi allo stesso tempo. Dovremmo allora vivere e amare il mondo, senza sopprimere la parte più difficileha concluso ovvero senza doverlo per forza comprendere.

[Foto dell’articolo – Ships, prove dello spettacolo – foto di Bernd Possardt, gentile concessione ufficio stampa La Biennale Musica 2023 ]

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker, un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana e un Critico Cinematografico iscritto a SNCCI. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip e del mondo Podcast, che ha affrontato in varie forme e format. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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