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Intervista a Felix Bushe, cantante e leader dei Gengahr, una delle band più interessanti uscite dall'Inghilterra negli ultimi mesi, grazie a un ottimo esordio, A Dream Outside, che è una raccolta di vere e proprie gemme psych-pop.  

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C’è del movimento tra le giovani leve musicali in Inghilterra ultimamente, dopo anni di idee e formule ripetute ad libitum sulle orme dell’ondata di recupero post-punk della metà del decennio scorso. Ora c’è invece più varietà e, osiamo dire, più qualità: l’abbiamo visto con Eaves e i suoi rimandi al prog, così come è possibile vederlo nella psichedelia dei Temples o nella furia rock’n’roll degli Strypes.

I Gengahr sono più pop rispetto ai nomi citati, ma non per questo la loro proposta è meno interessante di quella dei coetanei. Il loro esordio A Dream Outside è infatti una piccola collezione di gemme psych-pop, dove le melodie cristalline figlie della penna di Felix Bushe, il leader della band, sono impreziosite da chitarre sognanti in grado di dare il via a un trip raffinato ma sicuramente efficace. Abbiamo avuto modo di contattare proprio Felix per un’interessante chiacchierata via Skype in modo da saperne di più su presente, passato e futuro dei Gengahr. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Gengahr – She’s a Witch

Per prima cosa ti chiederei di raccontarci brevemente la storia della band, dagli inizi fino all’uscita del vostro primo disco, a giugno 2015…

Io andavo a scuola con Danny e Hugh, abbiamo iniziato a suonare assieme già quando avevamo quattordici-quindici anni. Poi quattro o cinque anni fa abbiamo incontrato anche John, che prima suonava in un’altra band. Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare insieme sulle nostre doti e sulle nostre canzoni, cercando di migliorare sempre più fino ad oggi e al disco. Direi che è stato importante lavorare con le stesse persone per un periodo così lungo, ci ha aiutati a capire cosa volevamo fare e come farlo.

Come siete entrati in contatto con la Transgressive, l’etichetta che ha fatto uscire A Dream Outside?

Abbiamo avuto contatti con diverse etichette inglesi fin dal periodo natalizio del 2013; la proposta e le idee della Transgressive ci sono sembrate tra le migliori fin da subito. Poi ci siamo incontrati al Liverpool Sound City, che è un festival che si svolge in primavera ogni anno, e abbiamo avuto modo di parlare del nostro futuro guardandoci negli occhi, che è sempre la cosa migliore. A distanza di più di un anno e dopo l’uscita del disco posso dire che siamo stati fortunati a lavorare con la Transgressive e che probabilmente è stato il meglio che potesse capitarci.

Nelle vostre canzoni c’è un sempre un elemento di psichedelia, ma anche melodie e concisione pop. Come mescolate questi elementi?

Cerchiamo sempre di fare musica che sia interessante, prima di tutto per noi e poi anche per il pubblico. Dal mio punto di vista cerco sempre di scrivere canzoni che siano belle e valide, e per farlo spesso mi appello a quelle che sono le strutture del pop e del songwriting più classici, che funzionano sempre. Poi cerchiamo di costruire un suono che ci piaccia attorno a queste canzoni, ed è lì che entra in scena la parte psichedelica della nostra musica, sia sulle tracce più veloci che su quelle un po’ più lente cerchiamo di creare nuove suggestioni con i nostri suoni.

Gengahr – Heroine

Per esempio mi piacerebbe sapere qualcosa di più su She’s A Witch, che è una canzone che corrisponde abbastanza bene a quanto detto…

È nata come una normale canzone pop, ho scritto abbastanza velocemente una strofa e un ritornello belli diretti, poi ho cercato di avere una rottura o almeno qualcosa che cambiasse volto alla canzone. Ci siamo riusciti con il suono della chitarra, che in quella canzone svolge appunto un ruolo di rottura e cambiamento. Cerchiamo sempre di inserire nelle canzoni un elemento che sia non convenzionale e che possa sorprendere chi ascolta, in modo che non si trovi ad ascoltare del pop generico ma qualcosa di nuovo e di personale.

E su Fill My Gums With Blood cosa puoi raccontarci invece? Di quel brano mi piacciono il ritmo e il lavoro della batteria

È un pezzo abbastanza diverso dagli altri, in cui molti elementi sono tirati indietro. A volte tendiamo a mettere tante cose nei nostri brani, ma spesso una bella canzone è tale se resiste anche con pochi elementi, quelli essenziali. Nel caso di Fill My Gums With Blood la canzone si basa su poche cose, soprattutto sul lavoro di basso e batteria, e ci piace così, non abbiamo voluto aggiungere molto altro.

Genghar – Fill my gums with blood

Quale dei due elementi, psichedelia o pop, prevale quando suonate dal vivo?

Penso che venga fuori la nostra parte più rock rispetto a quella pop quando siamo sul palco. Le canzoni sono più aggressive e dinamiche rispetto a quanto lo siano sul disco, a volte la gente si sorprende di quanto siano diverse. Tentiamo di fare le cose per bene, anche se a volte non riusciamo a tenere tutto sotto controllo come durante il soundcheck, preferiamo essere più esplosivi e diretti. È bello vedere la reazione del pubblico quando si trova davanti a un lato differente della band rispetto al disco. Quindi non cerchiamo di rifare il disco al 100%, ci mettiamo altro.

Preferite suonare ai festival o in locali più piccoli, come accadrà in Italia a novembre?

Sono sfide diverse: nei locali hai più controllo su ciò che fai, hai tempo per fare un soundcheck completo e per prepararti, mentre ai festival è tutto più stressante, hai solo venti minuti per prepararti prima dell’inizio, quindi il livello di stress è la differenza maggiore. Mi piace suonare ai festival durante l’estate, nelle ultime settimane abbiamo fatto diverse date di questo tipo, stressanti ma che danno soddisfazione, però a volte mi viene voglia di tornare in luoghi più piccoli e suonare davanti a una piccola folla sudata e più vicina, quindi aspetto l’inverno.

Sia l’anno scorso che quest’anno avete suonato a quello che probabilmente è il festival più importante, quello di Glastonbury. Cosa avete pensato quando siete stati chiamati per suonare lì?

L’anno scorso è stata la nostra prima esperienza su un palco di un festival così grande, anche se eravamo su un palco minore, l’Introducing Stage. In quel caso c’era anche il fatto che era una competizione con altre band che aggiungeva ancor più sapore. Quest’anno è stato ancor più speciale perché abbiamo suonato sul John Peel Stage, che è un palco molto importante. Quindi abbiamo visto la cosa come una specie di consacrazione, arrivare per il secondo anno consecutivo a Glastonbury e per di più su un palco importante.

Gengahr – Hunter

Mi piacerebbe sapere se ascoltate musica rock contemporanea o classica, dei decenni scorsi, e anche se preferite artisti britannici o americani…

Durante la registrazione del disco ci siamo ispirati più a band straniere, soprattutto americane, che britanniche. E a band contemporanee, anche se naturalmente nel mio background ci sono molti artisti degli anni sessanta e settanta, anche inglesi come ad esempio David Bowie. Durante la produzione però abbiamo ascoltato soprattutto band moderne, soprattutto band chitarristiche degli ultimi cinque o al massimo dieci anni, per esempio ci piace molto il lavoro sulle chitarre dei War On Drugs.

Parlando dei tuoi testi, ci sono molti riferimenti al soprannaturale: parli ad esempio di streghe, demoni, fantasmi. Come mai? Vuoi scappare dalla realtà o ci sono altri motivi?

Penso che con la canzoni tu possa andare dove vuoi, non hai limiti legati alla realtà o al tempo e al luogo che vivi. Vedo lo scrivere canzoni come un’opportunità per scappare e per creare qualcosa di diverso. I miei autori preferiti sono quelli che hanno cercato di creare mondi, per esempio David Bowie non è mai stato legato strettamente alla realtà, ha sempre creato i suoi mondi e ha cercato di esplorarli, creando le atmosfere più adatte per le sue canzoni. C’è chi invece quando scrive pensa a descrivere quello che c’è veramente intorno a lui, può essere una buona soluzione anche quella, ma io preferisco guardare altrove.

Venite dalla zona nord di Londra. Com’è fare musica lì, specialmente per una band? Mi sembra che quella sia più una zona di musicisti elettronici…

A Londra non c’è una vera e propria scena come invece accade in altre città inglesi, però penso che le cose stiano migliorando. Non ci sono ancora molte band che riescono ad emergere, ma credo che la situazione si stia evolvendo. Credo però che si debba fare un discorso più ampio, sull’intero Regno Unito. Siamo amici con diverse band che provengono da varie città, suoniamo spesso agli stessi festival e in varie situazioni, e questo credo sia importante, stiamo emergendo tutti contemporaneamente e gli spazi per farlo ci sono.

Gengahr – Powder

Ora una domanda su uno degli “argomenti caldi” di quest’anno, cioè la scarsa presenza di musiciste donne nei festival e in generale nel mondo della musica. Cosa pensi delle polemiche emerse nelle ultime settimane?

Non penso che sia veramente un problema così grande come è stato dipinto. Ci capita spesso di suonare con band in cui suonano o cantano ragazze e non le abbiamo mai sentite lamentarsi di non essere prese in considerazione. Sicuramente esistono più band fatte di soli ragazzi, questo è un fatto, e di conseguenza nei cartelloni dei festival si trovano più band di questo tipo. Penso però che non si possa risolvere il problema inserendo forzatamente band di ragazze nelle line-up, ma agendo sulla base, cioè invogliando più giovani ragazze a prendere uno strumento e a formare delle band. Per esempio già il fatto che Florence + The Machine  sia stata l’headliner di Glastonbury quest’anno incoraggerà molte ragazze a tentare di seguire il suo esempio. Il problema non è in chi seleziona le band per i festival, ma sta alla base, nell’incoraggiare anche le ragazze a tentare di far carriera nella musica. Chi organizza un festival vuole avere i migliori artisti sui suoi palchi, non pensa certo al sesso di chi si esibisce. Bisogna quindi lavorare per avere artiste di alto livello, quando ce ne saranno molte le vedrete sicuramente a Glastonbury e nel cartellone di tutti i festival.

Progetti per il futuro?

Stiamo scrivendo un altro album, anche se abbiamo molte date e siamo sempre in giro. Il nostro obiettivo di quest’anno è quello di far conoscere il nostro disco a più persone possibili, suonando sempre e guadagnando così notorietà. È importante per noi cercare di creare una fan-base che possa permetterci di continuare la nostra carriera. Sarà un anno abbastanza duro, ma faremo del nostro meglio. Poi penseremo a registrare il secondo album, cercando di migliorare ancora rispetto al primo e di dare al pubblico le migliori canzoni che possiamo, sia dal punto di vista della scrittura che del suono.

Gengahr – A Dream outside, album trailer

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.