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I Ganglians intervistati al Primavera Sound di Barcellona 

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I Ganglians fanno parte di quel calderone di gruppi usciti dall’underground americano in questi ultimi anni, che professano un suono lo-fi, con richiami tra i più disparati. Nel caso del quartetto californiano sono i Beach Boys, riadattati, stravolti e riaggiornati, a costituire la base di partenza. In occasione dei loro concerti al Primavera Sound Abbiamo parlato con la band di questo e del loro recente Monsters Head Room uscito per Woodsist e recensito anche su IE da questa parte , ecco cosa ci hanno detto.

Potete raccontarci la storia della band dall’inizio fino ad oggi? Quali sono stati i principali passi della vostra carriera finora?

Ryan ha iniziato a suonare la chitarra poco più di tre anni fa e a registrare qualcosa su un 4 piste, partendo dalle armonie vocali, perché non sapeva suonare altri strumenti. L’ispirazione principale era quella dei Beach Boys, che hanno fatto un sacco di lavori eccezionali basandosi su quelle armonie. Ryan ha poi conosciuto Adrian, che solitamente suonava e jammava con Kyle ed Alex, così gli ha chiesto di fare uno show assieme, coinvolgendo anche i suoi due compagni. Si può dire che da lì è iniziata la storia della band. Solitamente è Ryan a scrivere le canzoni e a proporle a tutti; poi le suoniamo assieme e lavoriamo sul sound. Così è nato il primo album, Monster Head Room, in pratica, che è uscito più o meno in contemporanea con un EP. Ormai è uscito da quasi un anno, quindi nel frattempo abbiamo lavorato a nuove canzoni: un paio finiranno su un 7” che sta per uscire, le altre sul prossimo album.

Il termine “Ganglians” è solitamente riferito a un agglomerato di nervi; nel vostro caso deriva invece da “gang” ed “aliens”. Vi sentite davvero come una gang di alieni nel mondo e nella musica?

In definitiva sì. Ci sono molti riferimenti ai cartoon e alla fantascienza nella nostra musica. Inoltre ci vediamo un po’ come una band di freaks, quasi da un altro mondo, che usano anche strani suoni, un po’ come armi di alieni nei film di fantascienza, a volte. Non ci siamo mai presi troppo sul serio, fin dall’inizio; alla fine ciò che vogliamo è divertirci e far divertire la gente che ci ascolta e che viene a vederci.

Il disco esce per la Woodsist. Come avete iniziato a lavorare con l’etichetta?

C’è dietro una storia interessante e abbastanza divertente. Un mio amico mi ha suggerito di ascoltare i Woods; una settimana dopo il suo consiglio mi ha contattato tramite Myspace proprio Jeremy Earl dei Woods per dirmi che era interessato a far uscire un nostro album sulla sua etichetta, che è appunto la Woodsist. Devo dire che ci troviamo davvero bene con loro, è una specie di approdo naturale, molto in linea con quello che facciamo.

Nella vostra musica possiamo trovare molte influenze, anche passando da una canzone all’altra. In una prima descrizione generale si può dire che siate una band noise-garage, come Wavves o Woods, ma molto influenzata dal classico pop psichedelico dei Beach Boys e di altre band degli anni ’60. Cosa pensate di questa descrizione?

È una descrizione abbastanza accurata. È vero, in questo periodo ci sono molte band che hanno un approccio simile al nostro, con riferimenti noise-garage. Quello che secondo noi ci differenzia è il grande amore che ha Ryan per i Beach Boys, che si fa sentire spesso, sia a livello di scrittura delle canzoni, sia nel lavoro in studio su di esse.

Un altro elemento che possiamo trovare in più momenti è la musica surf. Forse perché venite dalla California?

In realtà non crediamo che il surf rock sia qualcosa che ha un ruolo così grande nella nostra musica. È vero che a volte le chitarre sul disco hanno un suono che può ricordare quel genere, ma non è qualcosa di cercato e voluto, è piuttosto frutto del lavoro in studio, che più o meno casualmente ha portato ad usare certi effetti, perché pensavamo che suonassero bene in quella canzone in quel momento.

Non c’è solo il sole nelle vostre canzoni. Per esempio Valient Brave ha un sound più oscuro. Come è nata quella canzone?

Valient Brave è probabilmente il pezzo che preferiamo tra quelli sul disco, quello su cui abbiamo lavorato di più e che ci ha dato più soddisfazioni, alla fine. Non a caso lo abbiamo messo proprio a metà disco, al vertice di una specie di climax. La nostra idea era quella di creare un suono “a onde”, quindi abbiamo giocato un po’ in studio per cercare di ottenere questo effetto. Alla fine ci siamo riusciti e pensiamo che il pezzo sia venuto davvero bene, come lo volevamo.

Un’altra canzone con un sound meno solare è 100 Years. In quel pezzo si possono intravedere influenze del blues elettrico degli anni ’70. Si può dire che c’è qualcosa legato al blues nella vostra musica e specialmente in quella canzone?

In realtà il blues non è tra le nostre influenze maggiori, ad esempio Alex non lo sopporta proprio. Poi è naturale che certi giri d’accordi o certi suoni emergano, perché fanno parte di un patrimonio musicale comune, che tutti hanno, e il blues ne fa parte. È comunque qualcosa da cui ci sentiamo abbastanza distanti; probabilmente in quel brano qualcosa c’è, più per il mood generale, che è abbastanza oscuro.

Come dicevate prima, più o meno in contemporanea con il disco è uscito un EP. L’album ha un suono più pulito rispetto a quest’ultimo. Quali sono state le differenze nella produzione che hanno portato a questi risultati, così diversi?

La differenza principale è nel fatto che per l’album ci ha aiutato un nostro amico, che di mestiere fa il produttore. Quindi abbiamo lavorato con una strumentazione migliore e anche per più tempo. Mentre nell’EP i pezzi erano quasi “buona la prima”, per il disco abbiamo registrato le canzoni in 3-4 giorni, poi ci abbiamo lavorato, pulendo il suono e aggiungendo effetti, per quasi un mese.

Oggi a Barcellona suonerete due differenti concerti, uno elettrico ed uno acustico. Posso immaginare bene il set elettrico; come sarà invece l’altro? Suonerete le canzoni più calme o proverete qualcosa anche con le altre?

Non abbiamo ancora idea di come sarà il set acustico, che dura una ventina di minuti. In pratica non abbiamo avuto ancora modo di provare. Quindi non garantiamo nulla… Sicuramente punteremo sui brani più calmi, ma tenteremo di fare qualcosa anche con un pezzo più veloce e “rock’n’roll”.

Questo è il vostro primo tour europeo. Come sta andando e cosa vi aspettate da questa esperienza?

Sta andando molto bene, innanzitutto ci stiamo divertendo parecchio e già questa è una bella cosa. Poi è stimolante suonare a festival come il Primavera o in altri locali pieni di gente. È in pratica la prima volta che suoniamo davanti a così tanta gente, spesso in America abbiamo fatto piccoli concerti, anche house concert per esempio, davanti a poche persone, che magari stavano anche lontane dal palco ad ascoltarci a braccia conserte. Qui in Europa c’è molto più calore.

Ganglians su Myspace

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.