sabato, Settembre 26, 2020

Jagjaguwar – new psychic invasion

logoIn attesa dell’imminente pubblicazione del nuovo album di Okkervil River (sorprese in arrivo qui su Indie-Eye), facciamo il punto su una delle case discografiche più attive ed interessanti in circolazione: la Jagjaguwar. Sono diversi anni ormai che la splendida etichetta indipendente di Bloomington (Indiana), si è imposta come una delle realtà più attente e coraggiose del sempre più fitto panorama statunitense. Un roster già di altissimo livello per quantità, qualità e varietà delle produzioni viene costantemente allargato a nuove formazioni che si inseriscono con differenti sensibilità all’interno del panorama sonoro caro alla label: folk (non necessariamente weird), alternative country e rock psichedelico. In particolare è proprio in ambito psichedelico che la Jagjaguwar ha pubblicato le cose migliori nel recente passato scandagliando il genere in tutta la sua ricchezza di sfumature: la psichedelia rock velvettiana e nervosa degli Oneida, quella folk e bucolica degli Skygreen Leopards e infine la psichedelica heavy e lisergica del doppio progetto Black Mountain e Pink Mountaintops. Nomi di primo piano dell’underground americano a cui oggi si aggiungono nuovi progetti che promettono di garantire alla Jagjaguwar una piazza d’onore tra le migliori etichette di questo 2007.
the besnard lakesSempre più spesso proiettata verso il Canada, la Jagjaguwar a febbraio ha pubblicato The Besnard Lakes, band proveniente da Montreal e capitanata dalla coppia (in arte e nella vita) formata da Jace Lasek e Olga Goreas. “The Besnard Lakes Are The Dark Horse” è il loro secondo lavoro (primo su Jagjaguwar) ed è stato registrato nei Breakglass Studios di Montreal che già ospitarono le band più note della città (Wolf Parade, Sunset Rubdown, Islands e Stars tra gli altri). Gli otto brani dell’album si presentano come elegie rock molto dilatate a base di chitarre e cori con cui The Besnard Lakes stupiscono per la loro capacità di rivedere la tradizione della psichedelia pop dai Beach Boys ai Pink Floyd modellandola sulla base di suggestioni più contemporanee che richiamano alla mente i Mercury Rev, i Low, i Flaming Lips e a tratti l’epos dei Sigur Ros. Per farsi un’idea, dal sito dell’etichetta è possibile scaricare l’mp3 di “And You Lied To Me”, per altro tra i pezzi migliori del disco. Ottimo anche il video di “For Agent 13”.
lightning dustSempre dal Canada (Vancouver) i Lightning Dust invece sono Amber Webber e Joshua Wells che, già membri a pieno titolo dei Black Mountain, per questo loro esordio self-titled mettono da parte la pesantezza e le distorsioni della band di Stephen McBean a favore di sonorità più acustiche: qui prevalgono la chitarra, l’organo, il piano, talvolta una fisarmonica e altri strumenti dove però ciò che risalta sono le armonie vocali di Amber la cui voce in particolare colpisce per le sue doti espressive e interpretative. La psichedelia nei Lightning Dust resta in secondo piano cedendo il passo a un folk debitore in una certa misura delle melodie di Vashti Bunyan o Marissa Nadler ma sempre pronto a prendere derive più rock e talora country. In ogni caso un album estremamente ispirato e mai banale. Anche qui la Jagjaguwar mette a disposizione una canzone – “Listened On” – in download.
alex deliveyNon meno effervescente è la sezione autoctona dell’etichetta che va a pescare nella Grande Mela un vero e proprio jolly che risponde al nome di Alex Delivery. Su queste pagine Indie-Eye già a marzo ha provveduto a recensire il loro esordio discografico dal titolo “Star Destroyer”, vale però la pena richiamare ancora una volta l’attenzione su quello che probabilmente è il nome nuovo più entusiasmante nel roster della casa discografica. I cinque newyorkesi sono dediti a un rock psichedelico denso di riverberi kraut spesso squarciato da inaspettati momenti di melodia folk e pop. I sei brani dell’album alternano cavalcate acide, divagazioni noise e improvvisi refrain, il tutto anche all’interno dello stesso brano e non è un caso che siano proprio questi gli episodi più felici dell’album: “Komad”, “Milan” e “Sheath-Wet” – pezzi pregiati tutti attorno ai dieci minuti di durata. In generale una delle cose migliori ascoltate quest’anno.
Infine il gruppo di ‘casa’: si chiamano Odawas e vengono da Indianapolis. Già autori di un ottimo esordio su Jagjaguwar nel 2005, i tre Odawas hanno pubblicato a giugno il nuovo album intitolato “Raven and the White Night”, per il momento stampato solo in vinile (che all’interno però contiene anche la versione in cd). Qui la psichedelia assume delle tinte dai contorni più sfumati: i brani indugiano su ballate rarefatte che citano direttamente i Pink Floyd ma evocano allo stesso tempo paesaggi sonori morriconiani – scaricate la splendida “Alleluia” – così come troviamo brani strumentali capaci di suggestioni potenti à la Godspeed You Black Emperor. L’esempio più felice in questo senso è la declamazione urlata e distorta di “Love Is…(The Only Weapon With Which I Got to Fight)”, un brano che sa essere semplicemente ossessivo pur nella sua semplicità. Per questi motivi Odawas rappresenta probabilmente la proposta più audace della Jagjaguwar: tradizione folk e psichedelica, atmosfere lynchane e un immaginario che deve molto all’estetica dantesca. Folli e irrinunciabili.

Gigi Mutarelli
Gigi Mutarelli
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