giovedì, Dicembre 2, 2021

The Liberators – s/t (Record Kicks, 2011)

Ad ognuno il proprio “calibro” e la milanese Record Kicks non ci ha pensato su due volte. Chè se di zampa d’elefante, Ray Ban, zeppe e disarmonici collettoni a pinna di tonno che s’aprono su un gozzo adornato dal medaglione della felicità, siete nostalgici, i The Liberators sono il vostro placebo. Da Sidney, afrobeat dirompente e di maniera. Operazione, quella della reissue di certe cose molto più seventies di quanto lo siano stati il flower power ed il post punk, piuttosto in voga di recente. Qui si mastica funky nero e stuzzichevole, viscerale quanto un pattern bluesy incastrato a fatica in una progressione jazz ed un cospicuo e magnificato credito con la beat motown e la blaxploitation. I nostri Ennio Morricone e Gianni Ferrio sono i loro Isaac Hayes e Marvin Gaye, capaci di suggellare, con coinvolgenti climax ascensionali,  inseguimenti mozzafiato a bordo di potenti Alfetta o Mustang, su e giù per le strade di San Francisco o di Milano, filtrati dal pallore giallastro della pellicola Ina ’69 ed amplificati dagli anni in cui i disagi socioculturali avevano davvero il colore della violenza. Tuttavia, lungo le 10 tracce di questo debutto non vi è ridondanza grassa e gratuita di archetipi ma, piuttosto, emulazione idolatrante e quasi ingenua che, abbindolata dalla loro invincibilità, tenta qui di restituire ad una rinvigorita ispirazione le derive funkedeliche, tòpoi di quegli anni, trascinandole con pungenti orchestrazioni e ritmi percussivi afro-caraibici (Multiculture, Bulletproof, Rags to riches), ancorchè sollecitare un “Connie Vox” con gli stessi barocchismi dei The Doors (Self Reliance, Denga, Liberation) e le inossidabili architetture della cinematic soul e del badass funk. Il risultato è onesto, onestissimo. Il disco, nonostante la prevalenza di strumentali, scorre fluido e bene s’innestano i brani featured con la componente afro di Jojo Kue e Afro Moses (Denga, Liberation) e quella soul r’n’b di Roxie Ray (Let it go). Dieci “liberatori” per un ensemble che sarebbe stata capace, senza particolari patemi, di riscrivere la soundtrack di qualunque pellicola dell’ormai ottagenuario Van Peebles come se Doc avesse programmato la sua DeLorean al 06 giugno 1971. Si va insomma verso la sedimentazione programmatica di quegli anni e da più parti si odono ululati di risposta. Che questi accorrano più veementi dalla mainland australiana ce lo hanno comunque già chiarito, senza dubbio alcuno, Tame Impala e Pond, sebbene sia opportuno ribadire che qui…mica si scherza!

Francesco Ciprianohttp://admin
Francesco Cipriano classe 1975, suona da molto tempo e scrive di musica.

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