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Trasferitosi a Firenze dall'Iran tredici anni fa, Peyman Salimi, già fondatore dei The Allophones, porta il suo progetto solista chiamato Peyman S'oyle al Rock Contest di Controradio per la seconda elimnatoria in programma il 26 ottobre presso Combo Social Club. Per conoscere da vicino la sua musica sospesa tra un raffinato cantautorato indie e l'elettronica, lo abbiamo intervistato.  

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Peyman Salimi si è trasferito a Firenze dall’Iran nel lontano 2004 e dopo aver realizzato un primo disco cantato in inglese, fonda nel 2010 The Allophones, il cui ultimo album, “Muscle Memory“, è stato appena pubblicato.

Rispetto all’impatto rock della sua band, il percorso solista di Peyman S’oyle ha un approccio più intimista, dove alla chitarra e alla voce si aggiungono alcuni elementi elettronici, mai invasivi.
Il suo secondo disco solista, ancora in produzione, si intitolerà “Oaks”, e sarà ancora una volta in lingua inglese. 

Il suo background musicale è di alto livello; ha frequentato il corso di chitarra classica al Conservatorio Luigi Cherubini e appena laureato ha continuato gli studi per specializzarsi in composizione elettroacustica. 

Tecnologia e raffinato cantautorato sono gli ingredienti della sua musica.
Tra i protagonisti della seconda eliminatoria del Rock Contest Fiorentino, in programma il 26 ottobre presso il Combo Social Club, Peyman Salimi in arte Peyman S’oyle, ha risposto alle nostre domande e ci ha raccontato la sua storia creativa. 

Per consultare tutte le interviste e i contenuti speciali dedicati ai 30 ospiti del rock contest fiorentino, Indie-eye, media partner del festival, ha aperto una sezione specifica da questa parte: Rock Contest 2017, tutti i contenuti 

Peyman S’oyle – Peidha [Lyric Video]

Prima di Oaks, il tuo prossimo album, c’era The Curtain pubblicato con il tuo nome completo Peyman Salimi. Da dove viene la scelta di utilizzare un moniker come Peyman S’oyle per la tua nuova produzione?

Passa quasi una decade dall’uscita di quel disco. Nel 2010 ho fondato The Allophones insieme ad altri 3 ragazzi. Sono stato, e tuttora sono, impegnato con loro. Abbiamo autoprodotto due dischi. L’ultimo è stato appena sfornato. Tante cose sono cambiate nel frattempo. Non trovavo più alcuna connessione tra The Curtain e il materiale che produco ora. Oltre al fatto di voler creare questa discontinuità assumendo il nome d’arte, S’oyle il cui significato esteso sarebbe “scintillating oil” ovvero il petrolio scintillante. Cosa che ha rovinato e continua a rovinare la vita a tante generazioni nel medio oriente. E’ come se masochisticamente me lo volessi ricordare tutti i giorni.

The Curtain era una bellissima raccolta di brani che attingevano molto dalla tradizione americana e britannica, dal country ai Dire Straits, mentre quello che abbiamo ascoltato della tua nuova produzione, imbocca una strada più elettronica, pur mantenendo salde le regole della scrittura; cosa è cambiato nel tuo modo di concepire la musica e la scrittura?

Grazie, ma purtroppo non aveva una sua identità. Soprattutto la voce. Cantavo con la voce presa in prestito da altri. Era come se mi vergognassi di essere me stesso. Mi ci è voluto del tempo per superare i timori. Ora mi sento libero nella creatività e credo di avvicinarmi sempre di più a quello che si può definire come un sound personale. La tecnologia senz’altro ti apre un nuovo orizzonte. Ma io cerco sempre di non strafare. Alla fine il mio scopo è mettere in evidenza la linea vocale e gli intrecci armonici della chitarra come l’accompagnamento.

Peyman S’oyle – Rhymes ( Live Outdoor Performance )

Dal 2004 vivi a Firenze, ma il tuo paese di origine è l’Iran. C’è qualcosa della tua terra che influenza anche la tua musica?

Più di quello che è possibile notare da fuori. Ma è un’influenza che emerge in modo molto sottile. Almeno così mi hanno detto. Credo che Rhymes ne sia la dimostrazione. Alla serata eliminatoria eseguirò un altro brano, inedito , che per me è molto Iran. Ma devo dire che personalmente detesto la world-music fatta in maniera forzata/cosciente! Del tipo: come possiamo rendere il nostro prodotto più esotico/particolare? Beh, mettiamoci dentro un paio di strumenti a corde pizzicate del Burkina Faso!! Mi apro solo quando sento qualcosa che si amalgama molto bene a livello di sonorità.

Il country, le torch songs americane e il pop elettronico degli ultimi dieci anni sembrano gli ingredienti principali della tua musica. Eppure la voce mantiene una dimensione centrale e non viene modificata come avviene spesso, da Bon Iver in poi. È importante per te mantenere intatto l’aspetto cantautorale?

Più che country forse “Americana” è il termine giusto, perché sinceramente ho pochissime conoscenze di musica country. Il resto si, assolutamente. L’indie in generale mi ha trasformato. Hai citato Bon Iver, ne approfitto per dichiarare che lo adoro. L’ultimo disco mi ha lasciato senza parole da quanto è bello! Riguardo l’elaborazione della voce, dipende. Quando c’è bisogno del condimento non si può fare a meno, ma c’è da dire che le cose troppo elaborate di solito annoiano prima. Ma ripeto, tutto dipende dal contesto e dall’atmosfera che si vuole creare. Se vuoi ricreare il suono del paradiso non puoi fare altro che usare un lunghissimo riverbero.

Peyman S’oyle – Peidha – live (Ableton Sessions)

Quali possibilità in più, in termini di scrittura, ti offre l’utilizzo dell’elettronica?

Creare distinti mood/atmosfere, rievocazione attraverso tessuti sonori. Mentre sarei molto più limitato solamente con una chitarra acustica.

Come nasce un tuo pezzo?

C’è quasi sempre una frase intera che viene fuori per prima. Per frase intendo parole e melodia insieme oppure un breve riff. Il resto lo costruisco in seguito. Ma come ben sappiamo non c’è una formula. A volte mi è capitato di concludere un brano in un paio d’ore. A volte ci ho messo mesi. Ma credo che nulla possa battere il potere della spontaneità. Anche se l’ottica da architetto aiuta sempre a far funzionare un brano.

Abbiamo visto il video live di Rhymes, semplice e acustico. Come ti esibisci ai concerti e come sarà il tuo set per il rock contest? Rispetterà i suoni del disco e avrai una band ad accompagnarti, oppure gestisci da solo tutta la parte elettronica?

In questo progetto mi esibisco da solo. Mi faccio accompagnare da semplici groove, alcuni creati in tempo reale mandati in loop ed altri pre-registrati, insieme a qualche intervento del synth. In questo modo ho la possibilità di riprodurre con la massima fedeltà gli arrangiamenti da studio.

Sei un compositore specializzato in elettroacustica e la tecnologia per te ha un aspetto teorico e pratico importante, in che modo le tue competenze entrano nella scrittura pop?

Si tratta semplicemente di conoscenza del mondo sonoro. La musica elettroacustica è quasi inascoltabile per la maggior parte delle persone. Ma quando ci entri dentro ti apre la mente. Percepisci la musica solo come delle frequenze. Ovviamente poi se vuoi arrangiare la tua canzoncina avrai più ingredienti a disposizione, e le scelte che farai possono offrire un risultato insolito e particolare. Non sempre ovviamente.

Hai collaborato con una delle band più promettenti del momento, i BowLand, per il mastering di Floating Trip, com’è stato collaborare con loro?

Divertente! Fortunatamente azzeccai quasi subito il mood che cercavano, e per quanto ne so, sono rimasti contenti del risultato. Gli auguro di fare tanta strada con la loro musica.

Perché hai scelto il rock contest per promuovere la tua musica. Cosa ti aspetti da una kermesse come questa?

Mi è sempre sembrato un ottimo canale per gli artisti emergenti, consente loro di ottenere un po’ di visibilità. Spero di poter comunicare con i miei pezzi al maggior numero di persone possibile, attraverso questa finestrella.

La scheda di Peyman S’oyle sul sito ufficiale del Rock Contest 2017

 

Stefano Bardetti

Stefano Bardetti

Stefano Bardetti, classe 1974, ascolta musica dai tempi appena precedenti al traumatico passaggio da Vinile a CD; non ha mai assimilato il colpo e per questo ne paga le conseguenze.