lunedì, Settembre 28, 2020

Barriera – la città mi fa terrore: il videoclip e l’intervista in esclusiva su indie-eye

Barriera, 3 brani, 3 video, un concept: Torino!

Cittadinanza attiva. Cosa significa veramente al di là della retorica politica che funziona solamente durante il grande teatro delle campagne elettorali?
Valerio Casanova aka Barriera, ci offre un esempio creativo stimolante attraverso un progetto che contamina videomaking e songwriting senza soluzione di continuità. Il secondo ispira il primo, il primo offre un immaginario espanso al secondo, interrogando i segni della città, senza vagheggiare un’idea utopica di “bello”, ma sollecitando una narrazione possibile tra due polarità: paura e desiderio. Viene in mente il microcosmo “strada” indagato numero dopo numero dalla bella rivista di Ricarda Messner edita a Berlino e di cui abbiamo parlato approfonditamente con i direttori editoriali Fabian Saul e Grashina Gabelmann attraverso questa intervista dedicata a Flaneur Magazine.

Il video de “La città mi fa terrore” arriva dopo Ringhiera e Collina, Torino è sempre al centro, ma è osservata attraverso un occhio che la smembra. Irrimediabilmente l’unica visione possibile è quella soggettiva, ma è anche quella che genera maggiori fraintendimenti, intimi e politici. “Una ragazza torna a casa da sola di notte – racconta Barriera nelle note stampa che accompagnano il video – Le strade le fanno paura, ma chi è la vera minaccia? Il video della città mi fa terrore è un horror urbano, una rêverie notturna nei quartieri di Torino nord

Lo presentiamo in anteprima su indie-eye videoclip, insieme ad una dettagliata intervista a Valerio Casanova aka Barriera.

Barriera – la città mi fa terrore, il videoclip in esclusiva su indie-eye

Valerio, benvenuto su indie-eye. Raccontaci il concept di Barriera…

Barriera è una cronaca delle nostre città subito prima dei nuovi anni venti. Sono canzoni e immagini che cercano di raccontare le linee di conflitto tra le persone, l’incomunicabilità, la rabbia, le paure; questo tanto nei rapporti d’amore quanto nei grandi flussi migratori.

Tre brani, tre video. Come mai?

Da subito mi è sembrata la cosa più naturale che per ogni canzone ci fosse un video. Dopo aver capito quali brani avrebbero fatto parte del progetto, ho cominciato a lavorare sull’immaginario sviluppando una moodboard. Qui mi sono reso conto che il cinema era un elemento ricorrente nelle canzoni, in maniera più o meno esplicita.

In che modo ricorrente?

Nel mondo di Barriera il cinema è il luogo dove le cose si ripetono infinitamente, è qualcosa legato alla nostalgia, all’amore finito, alla città che cambia volto. Da un lato c’era questa particolarità, e dall’altra naturalmente il fatto che di mestiere faccio il filmmaker. Era quasi ovvio pensare a queste canzoni come a degli oggetti multimediali a tutto tondo.

Con che tipo di staff e budget hai girato?

Per girare questi video è stato fondamentale avere il lavoro di tante persone che hanno creduto nel progetto e nella possibilità di fare qualcosa di bello. Dal punto di vista tecnico abbiamo cercato di valorizzare quanto più possibile i budget da produzione indipendente dura e pura che avevamo a disposizione.

Il risultato è quello del cinema che guarda al videoclip o viceversa?

Il linguaggio utilizzato è più vicino a un certo cinema influenzato dai videoclip che non ai videoclip veri e propri, e questa è una cosa voluta. Diciamo che l’idea era quella di conservare qualcosa di classico, o al massimo di moderno, in mezzo a questo calderone di sample sonori e visivi che di moderno ha ben poco.

Che rapporto c’è tra le canzoni e i video, in termini strutturali, costitutivi e narrativi?

Le canzoni di Barriera raccontano delle storie. I video provano ad allargare queste storie, a traslarle in un altro linguaggio, creando qualcosa che allo stesso tempo abbia quasi vita propria. Il tema di fondo rimane però lo stesso. Gli amori impossibili, i conflitti sociali, le città inospitali in cui avvengono i primi e i secondi. In particolare poi, per queste tre canzoni, i video sono stati anche un racconto per immagini di Torino, un modo per interrogare la città.

Per il video de “la città mi fa terrore” hai utilizzato una tecnica che imita il grattage su pellicola. Il grattage ha una lunga storia per quanto riguarda il cinema sperimentale e arriva fino ai videoclip di Ruffmercy (per citarne uno) nella forma rimediata dai nuovi software di manipolazione CGI…

Nel video de “la città mi fa terrore” abbiamo deciso di utilizzare uno scribble che si inserisce sicuramente in quella tradizione. Volevamo qualcosa di mostruoso, irreale, incomprensibile, che si andasse a sovrapporre alla città reale. E’ esattamente quello che succede a volte quando ci lasciamo spaventare dalla città: spesso ci vediamo dei mostri che siamo noi stessi a produrre. Diciamo che in questo caso la tecnica è stato il nostro modo per suggerire a chi guarda di diffidare della protagonista, perché non tutto quello che vede – e che noi vediamo insieme a lei – potrebbe essere reale.

A questo proposito, qual’è la tua idea di città

La mia idea della città è l’idea di una persona che si lascia sopraffare dai luoghi. La città è un reticolato di linee di forza, volontà contrapposte che ti sbattono da una parte e dall’altra. Oltre alle linee poi ci sono i punti, ovvero i luoghi che ti permettono di accedere ai ricordi, alcuni terribili e altri bellissimi.

…e di Torino?

Torino è un campo minato: o impari a conoscerla o salti per aria.

…è un aspetto interessante, tra paura e desiderio

Mi interessa proprio questo aspetto delle città, il fatto che tutti scendano nelle strade ogni giorno per cercare qualcosa e, potenzialmente, farsi a pezzi. Calvino le paragonava ai sogni, dicendo che ogni città nasconde desideri e paure. Direi che le due cose possono solo andare di pari passo.

Videoclip e mercato. Ma quale mercato, chiediamo e ci chiediamo spesso?

Il concetto di mercato presuppone che girare videoclip possa essere un’idea valida di carriera per un numero consistente di persone, una certa ampiezza della proposta. Non mi sembra che in Italia le cose stiano così. Certo da un lato i contenuti video sono i preferiti dai social media, e questo in linea generale ne ha aumentato l’importanza. Dall’altro il fatto che i dischi non si vendano più ha fatto sì che chi fa videoclip nella musica indipendente, semplicemente non abbia i soldi per farli bene e allo stesso tempo pagarsi.  In generale però credo che i video musicali stiano trovando nuovi spazi narrativi che prima non avevano, e questo è merito del nuovo modo in cui vengono guardati.

Questa dimensione del racconto espande quindi quella del songwriting…

E’ precisamente il motivo per cui mi interessano, ed è anche il motivo per cui in tanti che come me scrivono canzoni hanno cominciato a girarsi da soli i video: perché sono diventati uno spazio in cui continuare a raccontare.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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