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Continua la ricognizione di Piero Certini sull'Aperi-scena Fiorentina, questa volta intrappolato nel tempo a "Le Pavoniere" 

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Quando in “Imperial bedrooms” Rip torna trasformato dalla chirurgia plastica, il suo volto viene descritto da Bret Easton Ellis come sciolto nell’acido e grottescamente distorto. Quel sorriso innaturalmente forzato, le labbra troppo fini e la pelle arancione, lo sguardo perennemente sgranato. Una faccia che mima una faccia con i colori della marcescenza.

Entrato a Le Pavoniere in tarda nottata dopo una decina d’anni che non ci mettevo piede, vengo colpito dalle luci violacee che colorano la superficie delle piscine. L’ambiente è deserto e ci sono alcuni cartelli indicatori a suggerirmi la possibile scelta. Da una parte il ristorante, dall’altra il lounge bar. Decido per il secondo e mi incammino per il sentiero riempito di ghiaia il cui percorso dovrebbe esser favorito da piccole isole di pietra. Non è così, sfortunatamente, e per un attimo mi sento come un adulto rimbecillito mentre prova a fare quel giochino adolescenziale testando la propria abilità nel non calpestare le linee che delimitano la pavimentazione di una piazza.

Lo scenario che si spalanca è quello di un ampio spazio open air con alcuni gazebo sullo sfondo. In una posizione marginale, il chiosco per i cocktail e al centro una grande pista da ballo circondata da una struttura panoramica che include una gigantografia di Firenze vista dall’alto e due schermi laterali che trasmettono immagini mute di una dolce vita cittadina francamente mai vista
.
Il luogo non da segni di vita, tranne dalla parte dei gazebo dove si intravede uno striscione decorato con linotipi infantili: “la mia festa di laurea

Per un attimo mi sembra di esser piombato in un incubo italiano anni ottanta. I ragazzi che festeggiano sembrano tutti di buona famiglia. Riesco a contarli, sono pochi e non fanno rumore, come durante un caminetto del Rotari. Chissà che musica ascoltano e se hanno deciso loro la selection che suona a morto. I like chopin di Gazebo, gli Alphaville ai tempi di Big in Japan. Hanno poco più di vent’anni, escono probabilmente da una triennale. Cosa è successo durante questi anni che mi sono sfuggiti di mano?

Mi avvicino al chiosco e aspetto che la bionda bartender si volti. Ha un volto talmente dolce da consentirti di accettare qualsiasi cosa, ma il listino delle bevande, ordinatissimo e con una tassonomia molto chiara, non è invitante. Oltre a cinque tipi diversi di Mojito la tendenza favorisce lo zucchero, il dolcefragola, gli aromi artificiali, la Caipiroska modificata; tutto sembra contribuire all’atmosfera sospesa di un locale rimasto intrappolato nel tempo. La recente ristrutturazione è senza dubbio curatissima e di alta qualità, ma è come se il coordinamento del progetto avesse preso una deriva decadente, uno spleen imposto dalle illuminazioni forzate, dalle decorazioni bianche, dai giovani camerieri che sfrecciano in divisa entro un deserto che ostenta un lusso irreale, mentre sul viale le troie più brutte della città si nascondono in penombra, controllate a vista da un pappone invalido saldato sulla sedia a rotelle.

Ripongo il pieghevole e ordino una Weißbier. La dolce barista mi propone la Franziskaner. È l’unica che hanno, la vendono ad un prezzo onesto e non puoi non voler bene a quegli occhi chiari, mentre la bocca pronuncia un’improbabile “Frenziskeyner” in anglo-toscano.

Mi accomodo sulle poltroncine bianche ai lati della pista, scelgo quelle più lontane e mi godo il vuoto.
La playlist improvvisamente cambia privilegiando hit da balera techno che non conosco. Quando attacca uno di questi balli latini rivisti alla luce della nostra scuola dance pecoreccia, emergono dall’oscurità una decina di persone, tutte over quaranta e tutte vestite a festa, con le femmine issate su tacco 18, coscia integralmente scoperta, cappelli texani e qualche macchia di leopardo che infesta corpo e vestiti.
Si incitano a vicenda, gli schiamazzi spezzano l’incanto della festina di laurea, lo show è comunque dimesso, ma mostruoso.

Mentre immagino Sorrentino che ambienta da queste parti una versione davvero senza speranza de La Grande Bellezza, realizzando finalmente il suo film più sporco, a dare un senso alla serata manca solo Rip, con la sua pelle arancio marcio.

Too many friends

Magnificenza – Le Pavoniere

[usrlist “Spleen:5” “Aperitivi:3” “Bartender:5” ]

Se te la senti di invitare indie-eye per un aperitivo, fai pure. Noi preferiamo pagare, ma se proprio insisti scrivici a cs@indie-eye.it

 

Piero Certini

Piero Certini

Piero Certini si è laureato in letteratura anglo-americana con una tesi su Raymond Carver. Ama tutta la musica pop e crede che tra questa e un romanzo non ci siano grandi differenze.