venerdì, Ottobre 7, 2022

Il Rumore del Bianco, Videogame

Il Rumore del bianco. Videogame, il videoclip

La definizione di post-rock delineata nei primi anni novanta da Simon Reynolds sulle pagine di The Wire, non mi ha mai convinto. Utile alla stampa di settore per individuare una “nuova” stagione creativa, circoscritta dalle ricuciture critiche britanniche a partire da un brandello del continente sonoro statunitense, tagliava fuori con una scellerata operazione chirurgica il diverso dinamismo di tutta l’avventura post-punk fuori dai confini della terra d’Albione, pensando di aver incontrato una dimensione aliena. Ecco che un orecchio più allenato a respingere categorizzazioni rischiose e banali, dopo aver già individuato quei principi di contaminazione e convergenza in The Bumper Crop dei Pell Mell, si guardava bene dall’impiego del termine “rivoluzione” durante l’ascolto dei primi due album dei Tortoise, né gridava al miracolo lasciandosi trascinare dall’innegabile intensità di Sang Phat Editor e del successivo Talker a firma U.S. Maple, se tredici anni prima, spulciando nel vasto catalogo SST, aveva accolto l’oscura seduzione dei Saccharine Trust, esperienza sonora tutt’ora apolide e fortunatamente sfuggente, nel crocevia tra hardcore, blues, improvvisazione, inserti jazz, attraversato con una concisione diversa rispetto a tutta la parabola Ginn/Baiza, incluso il divertissment informale di October Faction.

Spiace per un’intera generazione che si era svegliata allora, ma quel “post” era segno di vitalità per ragioni opposte rispetto all’assimilazione di un metodo. Applicate pedissequamente nelle produzioni “alternative” del belpaese fino ai primi dieci anni del nuovo millennio e oltre, quelle intuizioni sono diventate la cancrena critica di un avamposto sin troppo specifico, laddove il processo stesso avrebbe dovuto minare proprio il rischio di specificità.

“Post”, nell’accezione indagata da Richard MacKay Rorty, prende forma nel suo continuo sfuggire alla stessa. La dinamica è quella conversazionale, come agente di crisi della filosofia rappresentativa. Si sostituisce quindi la dimensione analitica, con la capacità combinatoria di creare nuovo significato, nell’interazione tra diverse metafore della realtà che si basano sulla ri-contestualizzazione del pensiero occidentale. Il contrasto è tra la griglia epistemologica e quella ermeneutica, a favore delle sollecitazioni incommensurabili della seconda.

Ecco che il noto inciso di Simon Reynolds, “post rock è l’utilizzo di una strumentazione rock per scopi non-rock“, risulta angusto e quindi misurabile, se inteso alla lettera, come definizione di un “genere”. Può invece aprirsi ad un vitale slittamento formale, sempre “post” rispetto all’oggetto di riferimento, se si fa carico di un’osservazione situata e allo stesso tempo diacronica, di “tutta” la Storia del “rock” assimilabile dall’esperienza soggettiva, come fattore radicalmente inclusivo.

Questa non misurabilità e unicità dell’esperienza emerge chiarissima dalla conversazione che ho avuto con Sam Prekop in occasione dell’uscita di uno degli ultimi lavori come The Sea and Cake, dove lo sguardo su Chicago, non è descritto solamente come memoria di una stagione creativa feconda e quindi da preservare, ma percezione di una città mutante. Prekop esprime questa potenzialità tra artwork e songwriting, cercando una possibile neutralità delle forme, e lavorando il materiale grezzo con un processo che interpreti soggettivamente forze intrinseche legate all’oggetto osservato.

Nell’insieme di sonorità che hanno caratterizzato la stagione creativa di cui stiamo parlando, il disinnesco delle strutture musicali tradizionali avviene per ragioni diverse, che possono essere riassunte nella progressiva riscrittura dei confini legati all’economia di un brano: per durata, sovrapposizioni, tecnica strumentale, dialogo tra mondi e generi distanti, decostruzione delle gerarchie storico-critiche, scambio simbolico tra diverse tradizioni.

In tal senso, una delle esperienze più potenti del nuovo millennio è per chi scrive quella dei Tahilandesi Senyawa, sul tavolo autoptico della stampa europea con colpevole ritardo nonostante diversi lustri di attività alle spalle, per ribadire la funzione dinamica, anche in termini critici, del “post”, come reattività sempre al di qua dei confini di riferimento, in anticipo e in una posizione di retroguardia, allo stesso tempo.

Tranne rarissime eccezioni (Massimo Pupillo con FM Einheit, qui il documentario prodotto da Indie-eye, Eraldo Bernocchi, qui il podcast realizzato in collaborazione con indie-eye) le produzioni italiane si sono raramente inserite in questo solco dinamico e anti-autoritario, preferendo al contrario una vera e propria fascistizzazione del linguaggio, con riferimenti precisi, rivendicazioni, appartenenze, suoni e replicando, spesso in modo imbarazzante, un territorio già sepolto nello spazio circoscritto da un’uscita, figuriamoci nei margini più ampi di un’intera stagione discografica. Del resto, fuori dallo spazio locale, l’incisività di questi progetti e della stampa che li ha voluti sostenere, non ha acceso alcuna scintilla, se non quella di un’autoreferenzialità che ha anticipato, negativamente, il rimbalzo tra bolle e presidi socialmedia. Una terra popolata da morti.

Allora, più irritante dell’appartenenza o della “metafisica della presenza”, l’espropriazione senza possibilità d’uscita, fuoco d’artificio di una trascendenza negativa che si specchia nel carosello dei rimandi, già riprodotti dalle intelligenze artificiali, dagli algoritmi di Spotify, dalle correlazioni su Youtube, come fantasmi sottoposti ad una possente operazione di calcolo. Chiusa in se stessa e già parte dell’esperienza di isolamento prima della pandemia, è il frutto di un’espansione infinita delle capacità di archiviazione, dove manca, per farla con Byung-chul Han, la dimensione emozionale.

Posto che la scelta anti-emozionale possa sollecitare una riflessione interessante sullo statuto del suono e dell’immagine, da queste parti preferiamo il rituale, anche violento, amorale, estremo, fuori dai margini imposti dall’ecologia della reverie pluridisciplinare, dentro la materia o nel confronto, traumatico con tutte le negazioni possibili della stessa. Alcuni nomi illustri capaci di creare altre vie per un “ambient” non riconciliato, tra corpo, fonema e dispositivo? Stefania Pedretti, Chiara Guidi insieme a Blixa Bargeld, intervistati su queste pagine.

Al contrario, non mi sembra ci sia logica della differenza nel territorio descritto dai liguri Il Rumore del Bianco, ma una prigione che aggrega carcerati, quella costruita sull’illusoria riserva della musica indipendente, metodologie compositive incluse. Non ci è mai interessato questo appartamento soffocante, maledettamente italiano, non lo abbiamo mai considerato “liminare”, cioè capace di mettere in crisi il concetto stesso di identità, perché casomai ha rappresentato, in molte occasioni, esattamente il contrario. Né può essere oggetto di discussione ciò che non è mai esistito, se non per l’autolegittimazione di un “dialogo” tra critica e creazione, che si stabilisce per dinamiche affettive entro confini davvero risibili. Alcune anime belle ci hanno creduto, complice una stampa clientelare, ma dal respiro cortissimo. Nella coazione a ripetere di un videogame sviluppato nella provincia dell’impero, si ripropongono, dall’isolamento, combinazioni già definite dal lavoro post-umano di BaRT. C’è differenza? C’è logica dello scarto? C’è un difetto, un sabotaggio del continuum sonoro digitale?

In tal senso, Videogame è una clip esemplare, proprio nella reiterazione dell’apice. Orgasmo senza coito: feticizzazione dei dati.

Il Gruppo Regione Lazio del SNCCI – Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e FRED Film Radio annunciano la partnership a partire dal Numero Uno di The Dream Syndicate il podcast del SNCCI che debutterà dalla prossima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

L’idea di creare un podcast esprime il desiderio di “raccogliere” gli highlights dagli eventi dell’associazione, le interviste esclusive, e soprattutto le voci dei critici che commentano e recensiscono le uscite dei film più significative. Uno spazio critico importante anche al racconto del mondo dei festival visti dall’interno e dal dietro le quinte. La sigla di apertura è “Videogame” de Il Rumore del Bianco, per gentile concessione della band”, dichiara il Team di lavoro del Gruppo Regione Lazio del SNCCI.

Il Rumore del Bianco:
Andreas Amaro, Francesco Torre, Marco Romagna, (Carlo Gibellini, Domenico Punturiero).

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Brano scritto, arrangiato e prodotto da: Il Rumore del Bianco presso Waves Music Center

Video scritto, diretto e montato da Il Rumore del Bianco
(M. Romagna)

Traccia dal nuovo albumLuccicanza

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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