Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Ca' Foscari Short Film Festival 6, le recensioni di tutti i corti presentati durante la giornata conclusiva 

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Maral Pourmandan, nata a Compiegne, ha lasciato giovanissima la Francia per trasferirsi in Iran dove ha studiato pittura a Tehran oltre che regia alla Iranian Youth Cinema Society. La letteratura e la poesia persiane sono l’ispirazione principale per i suoi corti, un modo per raccontare la società contemporanea iraniana attraverso il filtro della tradizione. Arash, il cui significato in Avestico è quello di “luminoso” è un personaggio della tradizione orale persiana. Le radici storiche sono quelle della guerra tra l’Iran e il paese confinante di Turan. Quando quest’ultimo occupa la capitale dell’Iran, la ridefinizione dei confini viene stabilita attraverso l’ipotesi che un arciere scocchi una freccia. Il punto dove il dardo sarebbe caduto, avrebbe automaticamente definito i nuovi confini. Solo Arash si fa avanti per accollarsi il peso di una responsabilità così grande. L’eroe del mito scala i monti Alborz, scocca la freccia e lega la propria vita alla saetta. Il dardo vola per tre giorni e allo scadere del terzo viene trovato nel punto esatto dei confini originari. Arash muore quindi all’istante ma la leggenda vuole che il suo spirito vaghi ancora per i complessi sentieri della montagna. La Purmandan sceglie una via “visuale” elaborando il percorso montano in soggettiva con l’aiuto della computer grafica, realizzando quindi un’elegia visionaria con le tecniche dell’animazione digitale. La definizione dei luoghi storici non è però naturalistica, ma segue quella mutazione della forma sfruttando tutte le possibilità della CGI in modo da costruire un percorso tra virtualità e realtà, fisicità dei volumi  che riproducono la montagna e allo stesso tempo sguardo verso l’immaterialità. La persistenza della tradizione orale viene evidenziata dalla voce fuori campo che da forma a figurazioni spesso astratte, lo stesso volo soggettivo dell’occhio si lega fortemente alla presenza spirituale di Arash nel tempo presente, come messaggero di pace.

Maral Pourmandan - Arash

Maral Pourmandan – Arash

Non ha alcuna connessione con lo spirito la ricerca di Don nel corto di More Raca intitolato “Where is Don?“. La giovane regista Kosovara, iscritta alla laurea magistrale in Studi Cinematografici della pubblica università di Prishtina, realizza un film tesissimo e disperato mettendo al centro la giornata di una giornalista che si batte per i diritti civili. Tutto è allusivo e la Raca esamina l’impatto e le conseguenze di una scelta, lasciando ai margini i dettagli più strettamente politici. Quando la donna andrà a prendere il figlio a scuola senza trovarlo, la città verrà trasfigurata, fino all’ultima sequenza dove la giornalista, appoggiata ad un muro, rimarrà annichilita insieme a noi nell’ipotesi di un tragico destino. Mentre il cellulare squilla senza requie, la Raca sospende il tempo e il racconto in una singola inquadratura, lasciando fuori campo l’indicibile.

More Raca - Where is don

More Raca – Where is don

Johannes Bachmann raccont vissuto in un contesto sociale e famigliare decisamente più semplice, con il suo Die Kunst, Meine Familie und Ich può quindi porsi interrogativi sull’arte, sulla cultura e sul suo ruolo all’interno di una famiglia con notevoli connessioni nel mondo della letteratura e della cultura germanofona. Bachmann sceglie la via del found footage utilizzando tutti i supporti disponibili, dal super 8, passando per il VHS fino all’immagine digitale, tra quelli disponibili nell’archivio di famiglia. Rispetto al bisnonno musicista amico di Thomas Mann e di Schoenberg, Johannes sente che i tempi sono cambiati e che il precariato sociale accellerato dalla globalizzazione non consente più di inventarsi una vita creativa sostenibile. Fortunatamente Bachmann non si prende troppo sul serio e realizza con i mezzi e le forme del ritaglio un documentario soggettivo molto divertente che gli permette di ri-mediare sulla propria esistenza attraverso il continuo passaggio da un supporto audiovisivo all’altro, staccandosi in un certo senso dalla generazione “instagram” e dall’appiattimento delle differenze che il digitale in odor di vintage comporta, scegliendo al contrario un recupero vertiginoso completamente e positivamente compromesso con la materialità dei supporti.

Die Kunst, Meine Familie und Ich - J. Bachmann

Die Kunst, Meine Familie und Ich – J. Bachmann

Anche Nemo dello spagnolo Felipe Sanz scava nei recessi della memoria, ma a differenza di Bachmann si serve di quel neo-noir che da Medak a Nolan passa per il primo Amenabar e che ha codificato una serie di regole a partire dall’assenza delle stesse. Chi è il Dottor Vargas? La clinica Osprey contatta telefonicamente un uomo con quel nome, ma il destinatario non è lo stesso, nonostante in casa vi siano delle tracce inquietanti che alludono ad una possibile relazione. L’uomo decide di stare al gioco e di recarsi alla clinica per malattie mentali come se fosse realmente il Dottor Vargas, troverà una continua messa in abisso della memoria, ma non semplicemente la propria, quanto una sostituzione senza fine di relazioni sinaptiche, scambi identitari e identità replicanti. Sanz è abilissimo nell’evocare una tensione impalpabile con pochissimi elementi, chiudendo il film completamente in interni e servendosi di alcuni oggetti che decostruiscono le convenzioni della narrazione “nera”, un telefono, una busta, una chiave e alcuni nastri videoregistrati.

Nemo di Felipe Sanz

Nemo di Felipe Sanz

Contraccezione e interruzione della gravidanza in Iran sono questioni ancora dibattute. Fino a quattro anni fa i finanziamenti per il programma di pianificazione famigliare avevano permesso alle donne del paese di accedere a metodi contraccettivi avanzati in forme e costi accessibili. Un anno fa viene proposta una legge per incrementare il tasso di fertilità a causa del decremento esponenziale delle nascite, connessa a questa proposta che limiterà l’uso dei contraccettivi c’è una seconda legge che prevede l’esclusione dal mercato del lavoro per le donne che non avranno almeno un figlio. In un paese dove i diritti delle donne sono limitatissimi, una sterzata di questo tipo rappresenta una ulteriore involuzione. Il corto girato da Shahrzad Dadgar e proveniente dalla Hilaj film school di Teheran non solleva certo questi aspetti ma si pone al centro di un contesto politico specifico. Amir e Sima, una coppia iraniana, si trova davanti alle analisi di un laboratorio medico. Sima aspetta una bambina, probabilmente affetta da sindrome di Down, ma l’approssimarsi del quarto mese di gravidanza non le consente di ricorrere all’aborto se non per vie clandestine oppure pagando una penale corrispondente a cinquecento once d’oro. 500 Ounces of Gold segue da vicino l’andamento delle recenti produzioni Iraniane, in particolare quelle di Asghar Farhadi, entrando nella vita intima dei personaggi, per rilevare i segni di un cinema politico negli interstizi e nel non detto, lasciando completamente fuori campo le istanze esplicitamente sociali e ponendo quindi attenzione ai gesti e ai rituali quotidiani. Il dissidio della coppia e la differenza di vedute sulla prosecuzione della gravidanza, viene sospesa in un segmento centrale che occupa buona parte del lavoro di Shahrzad, dove ci si avvicina alla preparazione del cibo e alle occupazioni quotidiane delle donne e dove il dolore di Sima viene trattenuto e comunicato attraverso i gesti, l’espressione del volto. “Tu hai sempre dubbi su tutto” dirà Amir a Sima, ed è proprio su quel dubbio che il film della Dagdar rimane aperto.

500 onces of gold di Shahrzad Dadgar

500 onces of gold di Shahrzad Dadgar

Anche il film di Hitoshi Matsumoto si serve della memoria e dell’inconscio come cornice per spingersi più a fondo verso l’in-esistenza intenzionale di Franz Brentano, citato tra l’altro all’inizio del film probabilmente come traccia possibile per identificare un punto di contatto tra realtà e fenomeno mentale. Lacuna infatti intreccia le vite di tre personaggi, un matematico, il suo amico filosofo condannato a morte, un prete che gli sta a fianco e una giovane pittrice, fidanzata del matematico. I frammenti delle loro vite vengono ricombinati cercando a poco a poco di insinuare una dinamica “caotica” e legata ai principi stessi di ciclicità dell’universo. Quello di Matsumoto è un cinema visionario, che utilizza la vicinanza tra immagini della realtà, per creare un significato ulteriore che oltrepassi la dimensione strettamente empirica. Un esempio del suo modo di lavorare è nell’utilizzo di tutti gli elementi legati alla pittura della giovane ragazza, insistendo sulle macchie di colore, così come sull’inchiostro che invade le lettere vergate su un quaderno di appunti, le formule del matematico e le immagini di un tempo senza più collocazione. I riferimenti possono essere tantissimi, non solo orientali, e probabilmente tra quelli europei ci è venuta in mente una versione più spettacolarizzata e “narrativa” del cinema di Chris Marker.

Michele Faggi