giovedì, Settembre 24, 2020

Cannes 2013 – Le passé di Asghar Farhadi, l’incontro con la stampa

Prima volta a Cannes per il regista Iraniano  Asghar Farhadi, orso d’oro a Berlino, Golden Globe e Oscar per “Una separazione” che presenta in concorso il suo nuovo film intitolato Le Passé.

Come nel lavoro precedente, e in altri film del regista Iraniano, Farhadi torna a parlare di questioni relazionali tra verità e falsificazione e in particolare di un divorzio; la storia è quella di Marie, separata da quattro anni dal marito Iraniano, Ahmad, e che si appresta ad incontrare a parigi per formalizzare tutte le pratiche del divorzio. Marie vuole sposare il suo nuovo compagno, Samir, dal quale aspetta un figlio. Questo è l’innesco per lavorare sul presente e sul passato dei tre personaggi, mettendo insieme motivazioni, cose non dette, rivelazioni e menzogne in un contesto in cui altri personaggi, come nei precedenti film di Farhadi, premono dai margini, e complicano il racconto: la moglie di Samir, ricoverata in ospedale per un coma irreversibile e la figlia maggiore di Marie, Lucie, che si oppone alla relazione con Samir.  Protagonisti della pellicola  Bérénice Bejo (Marie) che torna al festival dopo il successo internazionale di The Artist e Tahar Ramir, che tutti ricordiamo ne Il profeta di Jacques Audiard.

Presenti in conferenza stampa, oltre ai due interpreti principali e il regista, anche Pauline Burlet, Ali Mossafa e il produttore Alexandre Malegui.

“Abbiamo sempre pensato di girare il film all’estero, poiché parliamo di un uomo che lascia il suo paese” – ha spiegato Farhadi – “Non posso però dirvi rapidamente le ragioni per cui ho scelto Parigi anziché Roma.”

Farhadi ha continuato, parlando del motivo che lo ha spinto a scegliere la casa in cui vive la famiglia: “La casa in questione è vecchia e vicino alla stazione che simboleggia il passato; sono convinto che le stazioni simboleggino sempre il passato nel cinema. Per questo motivo non volevo una casa nel centro di Parigi, ma fuori dalla città; abbiamo visitato molte abitazioni, ma erano troppo lontane dalla stazione, poi abbiamo trovato la casa che si vede nel film ed era perfetta.”

Agli attori è stato chiesto di parlare delle difficoltà riscontrate nel dover recitare con persone che parlavano lingue differenti: “Farhadi è molto preciso, niente è lasciato al caso. Tutto è molto ben orchestrato, c’è voluto molto tempo e abbiamo provato molto” ha raccontato Ramir “le prove sono durate due mesi e le riprese quattro- ha aggiunto la Bejo – in questo modo siamo riusciti a conoscerci meglio, siamo diventati come una famiglia.”

Anche Pauline Burlet si è detta soddisfatta nell’aver preso parte al progetto: “Non ho molta esperienza, ma ho avuto molta libertà nella recitazione ed è stato molto bello.”

Più duro sembra essere stato il lavoro per Ali Mossafa (Ahmad): “Ho una conoscenza base del francese, ho preso lezioni a Parigi, ho seguito un corso molto intenso, è stato abbastanza difficile. È stata un’esperienza speciale, perché ognuno recitava nella sua lingua, non so in realtà come abbiamo fatto ad andare oltre le barriere linguistiche. In un certo senso questo ha aiutato la riuscita del film.”

Farhadi si è poi dichiarato molto legato alla sua terra, ma dispiaciuto per le censure artistiche che essa impone: I”o sono un regista iraniano, ho studiato in Iran e lavoro sempre nel solito modo, non importa il posto in cui mi trovo. Quando lavoro in un stato straniero mi sento però, in un certo senso, più sereno, perché libero dalle restrizioni del mio paese. Per quanto riguarda la nazionalità del film – ha aggiunto – è piuttosto difficile da dire, preferisco non mettere un’etichetta, la nazionalità del film non è realmente importante. Ogni spettatore può assimilare a suo modo la nazionalità del film.”

Ѐ stato fatto notare al regista, come nelle sue pellicole, metta in scena dei drammi familiari alla Isbsen: “Ho passato gran parte della mia vita professionale in teatro e Ibsen era uno dei miei autori preferiti, ho imparato molto sul dramma dal teatro. In ogni mia storia, la famiglia è sempre posta al centro, perché mi sento molto vicino ai miei spettatori e credo che non ci sia esperienza più universale della famiglia, per me è un ponte tra me e chi vede il mio film.”

Redazione IE Cinema
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