sabato, Settembre 26, 2020

Royal Bravada, l’omonimo disco d’esordio: la recensione

Soverchiati da un artwork che richiama pedissequamente quello di The Miracle dei Queen, i Royal Bravada esordiscono con l’omonimo LP autoprodotto dai cinque ragazzi di Monza e in uscita per la Prismopaco Records. A dispetto della dichiarazione di intenti della copertina, che col senno dell’ascolto del disco mi permetto di ritenere un puro gesto di tributaggio, lo stile dei Royal Bravada discosta dal barocchismo virtuoso di Freddie Mercury e soci, indirizzandosi piuttosto verso un rock anglofono e danzereccio, sporcato qua e là da qualche incursione distorta, ma perlopiù fresco e immediato.

Il tutto trova un lontano anticipo nell’EP del 2011 dal titolo Black Bones, una sorta di biglietto da visita sulle intenzioni della band. Un concentrato di tracce che scorrono facilmente, fra il ritmo sostenuto della batteria e l’alternanza con riff accattivanti e di buon impatto. Ripercorrendo le strade aperte dal rock d’oltre manica di casa Franz Ferdinand/Arctic Monkeys, i Royal Bravada siglano oggi dieci brani dallo schema lineare, a volte tendente alla ripetizione; gorgheggianti giri di basso (Round The Corner) che incontrano coretti tendenti al falsetto (Hold Fast) e la batteria che non indulge a lasciar riprendere fiato (Thieves Friends).

Le intenzioni dei Royal Bravada sono chiare: coinvolgere con ritmi serrati, far muovere se non tutto il corpo, almeno il piede. E non si può dire che non riescano, anzi, pezzi come Secrets rivelano delle felici intuizioni che potrebbero forse essere contenute con un minutaggio meno dispersivo. Al contrario, si rivela meno riuscito l’esperimento melodico di Darkside Backyards, unica pausa nel mezzo del trafelato incedere del disco. Sempre in tema di esperimenti, sul finire del disco si incontra la cover dei Chemical Brothers Hey Boy Hey Girl dove la scena principale è occupata dalla competizione sferragliante delle chitarre di Luca Fedeli e Alberto Trizzino. Per i Royal Bravada la strada è ancora tutta da scrivere, scoprire e all’occorrenza modificare; l’omonimo album mostra le capacità di un gruppo che avrà da fare per abbattere i propri confini e esplorare uno stile più personale e meno omogeneo.

Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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