venerdì, Gennaio 27, 2023

Aquarium Eyes, la musica liquida di Ritornell

Galleggiando in acqua capita di sentirsi trascinare dalla spinta irresistibile dei fluidi. Si può provare a far loro resistenza, nuotando controcorrente, o vi si può abbandonare, perdendosi, sprofondando. Lo stesso accade con la musica dei Ritornell, band austriaca insediata a Vienna,  il cui suono, a cavallo fra soft-electro e acustico, penetra in modo pungente lasciando disorientati e storditi
Alle tracce prettamente strumentali di Aquarium Eyes, in cui si alternano sfrigolii pungenti come punte di spilli e sonorità ampie e fluenti (come in Ono, brano acre dove la legnosità dei suoni elettronici è ammorbidita da tastiere e bassi appena percettibili), se ne affiancano altre accompagnate dalla voce femminile di Mimu Merz che canta, sospira e, talvolta, declama (si ascolti la sgangheratissima e sconclusionata Cherry Blossom) attraverso le fragili strutture ritmiche: una voce tonda e plastica, a tratti quasi pop, che sembra muoversi in modo indipendente rispetto all’accompagnamento, apparendo spesso dissonante ed estranea e provocando una sensazione di allibito straniamento.
Gli arrangiamenti dei brani, caratterizzati da una forte impronta elettronica, vedono suoni minimali e basic rincorrersi e avvilupparsi in un’intricata trama metallica, creando textures complesse e inaspettate: il solido reticolo di battiti, ritmi e rumori appare destrutturato, entropicamente sconvolto, destabilizzato. Ne consegue un lavoro ipnotico e surreale, nel quale l’urticante scricchiolio delle suggestioni elettriche è miscelato sparpagliatamente in un impasto spigoloso e tagliente. Talvolta risulta difficile persino parlare di “melodia”: più che di una composizione melodica vera e propria, quello di alcune tracce può essere definito come un accostamento di suoni apparentemente incompatibili l’uno con l’altro che riescono invece, inaspettatamente, a fondersi, liquefacendosi e smussando i propri angoli; spesso il collante fra queste variabili è la voce fluida e gommosa di Mimu, che cuce i vari rattoppi sonori come un filo dorato.
Gli strumenti acustici presenti, come contrabbasso, vibrafono o pianoforte, sono sottoposti ad una sottile manipolazione elettronica e appaiono come snaturalizzati, spogliati della loro veste abituale: brancolano e si divincolano in un caos di beat elettronici e rumori indefiniti, affiorando da un pantano sonoro disseminato di fuzz, sibili, stridori e glitch. La composizione musicale appare bipolarmente multi-livello: la parte strumentale si dipana su una base vibrante e magnetica, ma ciascun piano mantiene una natura e uno spazio a sé stanti, pur aggrovigliandosi come filamenti di un DNA contaminato. In questo risulta evidente l’influenza di Christian Fennesz, che dispiega suoni onirici e a tratti trance su tappeti di fischi elettrici e rumore bianco. Ma fra le suggestioni dei Ritornell è possibile individuare anche la psicotica sperimentazione di Alva Noto, l’elettricità pop e glamour dei Broadcast o la zoppicante e allucinata rumorosità dei Seefeel.
A partire da tracce trasognate e mistiche, come la prima The Morning Factory, dove un basso vellutato e accattivante fa da scorta ad una combriccola di delicati suoni cristallini; passando per brani inquietanti come Tremble, in cui voci strozzate e mostruose si innalzano da una melma di rumori sconnessi, come fantasmi spaventosi, mentre beat elettronici e percussioni acustiche discutono sommessamente fra loro; fino a Musicbox, una paranoica moltitudine di carillon che suonano all’unisono. I Ritornell spiazzano per la loro ecletticità, per l’assorta scompostezza, per il tocco allo stesso tempo ruvido ma delicato, disordinato ma limpido.

Bianca Greco
Bianca Greco
Appassionata di musica, cinema ed arte. Strimpella qualche strumento, scribacchia frasi, scatta foto e pensa troppo.

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