Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Le storie che ci raccontiamo è il settimo disco dei Perturbazione, il primo con la nuova formazione ridotta a quartetto e anche il primo dopo il successo di Sanremo. Abbiamo parlato della nuova vita della band con il cantante Tommaso Cerasuolo, tra elettronica, collaborazioni inaspettate, Londra e videoclip. Un'intervista di Fabio Pozzi con le foto di Francesca Pontiggia 

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Le storie che ci raccontiamo è il settimo disco dei Perturbazione, il primo dei torinesi dopo l’uscita dal gruppo di Elena Diana e Gigi Giancursi, che sono stati per anni colonne importanti della band, e anche il primo dopo la partecipazione al Festival di Sanremo del 2014, occasione in cui il gruppo riuscì ad ampliare il suo pubblico grazie all’ottimo singolo L’unica. Con questo album Tommaso Cerasuolo, Alex Baracco e i due Lo Mele, Cristiano e Rossano, proseguono il discorso elettronico iniziato con il precedente Musica X (vedi il singolo Dipende da te), ma cercano anche di non dimenticare quanto fatto in precedenza con l’inserimento di brani indie-pop guidati più dalla chitarra che dalla sezione ritmica. C’è anche spazio per la sperimentazione e per tentare strade nuove, ad esempio in Everest, dove il featuring di Ghemon fa un effetto forse straniante ma al tempo stesso energizzante, o nella title-track, dove nel finale subentra il reading in inglese dell’ottima Emma Tricca. Per capire qualcosa in più della nuova vita dei Perturbazione abbiamo avuto il piacere di incontrare il cantante Tommaso Cerasuolo prima del concerto tenuto dalla band alla Salumeria della Musica di Milano lo scorso 26 febbraio. Ecco quali storie ci ha raccontato, dimostrandoci ancora una volta di credere e di amare la sua musica e il suo pubblico.

È da poco uscito il vostro nuovo disco, il settimo, intitolato Le storie che ci raccontiamo. È anche il primo senza Gigi Giancursi ed Elena Diana in formazione. Com’è stato lavorare ai nuovi brani con questa nuova formazione ridotta? C’è stata una ridefinizione dei ruoli in qualche modo?

È stato molto armonico e tranquillo in realtà. Questa formazione è una delle tante formazioni che c’erano all’interno dei Perturbazione per comporre. Ha avuto larga parte in Musica X, perché Cristiano è cresciuto molto in questi anni e l’elettronica che c’è nei dischi non è solo un vestito ma è qualcosa che ci influenza anche dal punto di vista della scrittura. Il lavorare con i campionamenti e con un’idea più modulare di noi stessi sono state le fascinazioni di questi anni insieme a certi dischi, come i Phoenix e gli Everything But The Girl. Non c’è stato l’horror vacui, non ci siamo ritrovati in una situazione nuova che non sapevamo gestire perché come ho detto poco fa tra le formazioni che scrivevano i pezzi c’era anche questa, che effettivamente aveva fatto tante cose in Musica X, perché Gigi ed Elena hanno gestito anche una separazione all’interno della loro coppia. Quando Elena ha annunciato che alla fine del tour avrebbe lasciato, per una serie di considerazioni sulla propria vita assolutamente rispettabili, sono venuti i nodi al pettine anche con Gigi. Ci siamo detti che ormai da tre-quattro anni non gli piaceva la direzione che avevamo preso, anche se ci eravamo detti tutti quanti che volevamo andare altrove. Abbiamo fatto dei provini dopo Del nostro tempo rubato, che era un disco di provini a sua volta, e siamo arrivati in un posto che a Gigi non piaceva e alla fine abbiamo agito di conseguenza, dopo tre anni in cui lui andava col freno a mano tirato e con poco entusiasmo. Ora stiamo molto bene, siamo pacificati e tranquilli. Il processo si è semplificato nella scrittura, nel senso che Cris e Alex lavorano molto sulla musica, sui riff, sui pattern ritmici, su piccoli giri armonici che possono già avere dei campionamenti dentro. C’è tanta roba musicale in uno scatolone, ci sono altrettanti testi che facciamo io e Rossano chiacchierando di argomenti che possono essere i più disparati. La cosa più bella è quando lui arriva con delle idee, qualcosa che ha scritto e che ha già una metrica e ci uniamo anche le mie idee. Partiamo da una metrica o da una linea vocale, diciamo che io sono quello che alla fine fa un po’ l’impasto, cercando di far incontrare linea melodica e testo senza che uno comandi sull’altro. A volte però capita che ci sia uno spunto melodico talmente forte che cerco di assecondarlo, e allora vado a scavare tra i vari spunti di testo che ho in archivio. Quando ho fatto questo lavoro rimando il tutto agli altri e a quel punto ci troviamo per vedere se ci sono problemi e come risolverli: possono esserci pezzi che ti entusiasmano subito e poi si sgonfiano come un soufflé venuto male, altri che invece li capisci pian piano, come ad esempio Trentenni che è nata già durante Musica X e ha subito varie trasformazioni fino a diventare quello che per me è uno dei pezzi forti del disco.

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In Musica X i testi erano principalmente sul sesso, mentre nel nuovo album si parla di rapporti personali a 360°, con un approccio che a me sembra diverso rispetto a quello che avevate prima, un po’ meno romantico e un po’ più realistico. Sei d’accordo? E a cosa è dovuto nel caso?

È così e credo sia legato al fatto di essere meno autobiografici, al fatto che guardiamo sempre di più attorno a noi. Per esempio L’unica è così: la prima strofa parla della mia ragazza del liceo, che si chiamava veramente Erika, però non volevo fare sempre quel tipo di canzone quindi abbiamo avuto l’idea di fare una serie di personaggi femminili e poi di legarli ognuno a un periodo della vita. Per fare quei ritratti ci siamo guardati attorno, abbiamo attinto da persone che conosciamo. Poi leggiamo, per esempio per scrivere un pezzo come Cara rubrica del cuore devi per forza aver letto dei giornali.

Nel disco in generale e in particolare nella title-track ci si interroga anche sul vero e il falso, sul dire o meno la verità su se stessi e sugli altri. Alla fine è importante dire la verità o una bella bugia ha un valore?

Ci ho messo quindici anni a capire che quello sul palco e quello nelle canzoni non sono io, ma che è una performance. Non è detto poi che quella non si nutra di quello che tu sei veramente, ogni attore ti saprà dire che per scene particolari va a toccare certe sue corde, che solo lui sa far vibrare, anche se non è detto che corrisponda esattamente a quello che sta inscenando. Noi con la nostra ingenuità e il nostro orgoglio, forse anche con un po’ di presunzione, pensavamo invece di essere al centro di tutto. Ora abbiamo capito che non è così. Anche Sanremo ci ha aiutato a capirlo, perché lì hai più sottomano la sensazione di essere un ingranaggio, che sei sostituibile facilmente, eppure sei tu e puoi fare la differenza per te stesso. Dipende da te è una canzone che parla molto di quella cosa. Alla fine il tema del disco è il ruolo del mistero all’interno delle nostre vite, specialmente ora che spiattelliamo i cazzi nostri continuamente. Questa è una cosa che nell’immediato ci nutre, ma è bulimica. Alla fine però quello che rimane sono le storie belle, sono le serie tv, le canzoni, i romanzi.

Perturbazione, Dipende da te – videoclip ufficiale

Come dicevamo, questo è il secondo disco con un approccio più elettronico. C’è stato un cambiamento o un’evoluzione nel trattamento di questo aspetto tra un disco e l’altro?

Dal vivo cerchiamo di suonarla di più, certi campioni cerchiamo di lanciarli, mentre nell’altro tour abbiamo lavorato anche con delle basi fisse, che durano 3 minuti e 14 secondi e se sbagli qualcosa sei nella merda. È meglio avere dei campioni pronti sulla loop station e usarli per aiutare il groove, per dare un suono più compatto sulla ritmica, che secondo me è una cosa importantissima. Poi ci sono anche altre piccole cose, che magari danno un colore in più a certi passaggi. Secondo me è stato bravissimo Tommaso Colliva, che conosceva la nostra storia e ci ha aiutato molto a fare un disco che si ricollegasse anche a quanto fatto prima di Musica X, perché ci sono anche delle chitarre abbastanza elaborate. Per me questo è un album importante, che ricollega certe cose, un album a cui voglio molto bene.

Com’è stato lavorare con Tommaso Colliva? E il fatto di essere a Londra ha influito in qualche modo?

Londra ha influito come clima, perché è il luogo di tantissima musica. In realtà però facevamo una vita abbastanza monacale, quando si staccava dallo studio belli stanchi si tornava a casa e dopo cena si andava a dormire, siamo usciti solo qualche sera. Era proprio il contesto, stare lì e fare quel viaggio diventa una metafora delle speranze che hai e della voglia di rinnovarti. Lavorare con Tommaso è figo, perché lui è concentratissimo, è veramente un animale da disco. Non credo che abbia mai fatto il fonico dal vivo nella vita e se l’ha fatto ha smesso subito: non gli piace, va ai concerti ma patisce i volumi altissimi. È incredibile perché gli piace ancora l’idea organica di un disco, che non sia soltanto una raccolta di canzoni. Per esempio Everest, che è una canzone che divide, lui ha provato in ogni modo a farla stare dentro al disco perché gli dicevamo che a noi piaceva molto, che volevamo un cambio di passo del genere.

A proposito di Everest, com’è stato coinvolto Ghemon? E perché proprio su quel pezzo, che a un primo ascolto sembra il meno “rappabile” tra quelli del disco?

È stato Tommaso a coinvolgerlo. Ci serviva uno special, sentivamo che la canzone era sbarazzina ma troppo ripetitiva, quindi lui ha proposto di dare il pezzo a Ghemon e sentire cosa ci faceva. Ce l’ha rimandata ed era perfetta per finire direttamente sul disco.

Un’altra collaborazione molto particolare è quella con Emma Tricca, autrice purtroppo poco conosciuta in Italia. Anche in quel caso è stato Tommaso a invitarla, dato che lei vive in Inghilterra?

Pensa che dobbiamo ancora incontrarla fisicamente, abbiamo lavorato in differita tramite Tommaso, che la conosce bene lì a Londra. Ci piaceva l’idea di finire il disco con la lettura di quanto detto da Shekhar Kapur in una conferenza che si chiamava proprio “The Stories We Tell Ourselves” perché secondo noi è proprio come dice lui, cioè che l’epica di una persona passa attraverso le storie che gli vengono raccontate e quelle che riesce a raccontare su di sé. Ci serviva qualcuno con un buon accento inglese, abbiamo chiesto a Emma se le andava di farlo, anche se non era il suo mezzo espressivo solito dato che doveva leggere e non cantare. Lei ha accettato, è andata da Tommaso per una giornata di take e il risultato è stato ottimo. Purtroppo lei era via quando noi eravamo a Londra, prima o poi spero che riusciremo a incrociarci.

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Una collaborazione più corposa è invece quella con Andrea Mirò, che suona con voi in questo tour. Come siete arrivati a lei e come vi aiuta dal punto di vista live?

La invitammo a “Le città viste dal basso”, che era uno spettacolo che facevamo a cavallo tra narrazione e musica, unendo canzoni che parlavano di città a pezzi di autori che le avevano descritte nella contemporaneità. Abbiamo fatto un paio di spettacoli di questo tipo con lei e lì è nata una prima amicizia. Poi quando siamo andati a Sanremo lei dirigeva l’orchestra per Zibba, quindi le abbiamo chiesto di dirigerla anche per noi e ha accettato subito, contribuendo all’ottima riuscita del Festival. L’anno scorso poi, quando siamo rimasti un quartetto, dovevamo fare quattro-cinque date per toglierci la polvere mentre facevamo il disco, le abbiamo fatte con arrangiamenti più garage, una versione rock dei Perturbazione anche se con Cris che lavorava con la loop station. Sapevamo però di volere un quinto musicista, un polistrumentista che ci accompagnasse. Non avevamo assolutamente voglia di rimpiazzare il violoncello, perché Elena è Elena, è stata una cosa stupenda e non puoi rimpiazzarla. Quando abbiamo iniziato a fare la lista di nomi il primo che ci è venuto in mente è stato proprio quello di Andrea, però pensavamo che non avrebbe mai accettato, con i suoi impegni e la sua carriera. Invece ha accettato con entusiasmo. Quindi siamo stati fortunati, qualche volta le cose ci vanno bene.

Il primo singolo, Dipende da te, è stato diretto da Bruno D’Elia. Come è nato? Ci avete lavorato con lui o ha avuto carta bianca?

Volevamo evitare un video dove apparissimo noi, volevamo una cosa disegnata ed evitare gli errori dell’ultimo disco, dove alcuni erano carini ma eravamo partiti con una serie di cagate senza senso, non solo per colpa dei registi. I video sono i cavalli riottosi della musica, io li chiamo così. Bruno era un regista che ci piaceva, avevamo visto i suoi video, quindi gli abbiamo dato carta bianca. Ci ha mandato i primi dieci secondi e una serie di idee grafiche e di concetti, in particolare sulle conseguenze più o meno inaspettate delle azioni. L’unica cosa che gli abbiamo chiesto era di non fare una cosa moralista, di dire delle cose senza però risultare scontato o pesante. Mi piace quello che ha fatto, perché non è didascalico. I video non devono mai esserlo, perché se lo sono quasi sicuramente fanno cagare. Quando ci ha mandato la versione finale gli abbiamo chiesto solo tre piccole correzioni, il resto era perfetto, testo e immagini si intrecciavano e si discostavano nei momenti giusti. In più siamo anche partiti con i tempi giusti, per una volta! Col disco precedente non era così, La vita davanti non mi piaceva e neanche Musica X, I baci vietati di Lorenzo Vignolo invece mi piace molto e anche quello de L’unica, perché avevamo voglia di farlo così.

Nella storia dei Perturbazione i video sono stati importanti. Quali sono i tuoi due o tre preferiti?

Agosto, sicuramente, perché ci ho lavorato tanto, ho fatto io il montaggio, so com’è nata la storia. Poi Il senso della vite, gli voglio proprio bene perché è stato il nostro primo ed è un po’ surreale. Poi mi piace molto Buongiorno Buonafortuna di Jacopo Rondinelli così come Un anno in più.

Si può dire che siete stati tra i primi, se non i primi, a portare un approccio più leggero ma comunque consapevole all’interno della musica indipendente italiana. Ora che molti cantautori e gruppi vi hanno seguito, come vi sentite?

Siamo tranquilli, continuiamo con la nostra idea di suonare dappertutto e il più possibile per un pubblico che non sia già convertito a te. Poi vuoi molto bene a chi ti vuole bene, però sai che non puoi suonare solo per loro, devi suonare soprattutto per te stesso, per stare bene e per fare quello che hai voglia di fare.

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.