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Public Service Broadcasting, dalla top ten britannica ai concerti italiani. Li abbiamo incontrati in occasione della data milanese facendoci raccontare i loro formidabili live set e la genesi di The Race For Space, il loro secondo album, grande successo in Inghilterra 

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I Public Service Broadcasting sono uno dei gruppi dalla poetica più particolare tra quelli usciti dalla scena musicale britannica negli ultimi anni. Lontani dal divismo, vero o presunto, di molte band che continuano a comportarsi come se il britpop fosse ancora vivo, i due musicisti hanno creato un loro mondo musicale e visivo, una accattivante miscela di immagini vintage e suoni futuribili, un marchio di fabbrica che è stato riconosciuto ed apprezzato anche dal grande pubblico, tanto da portarli alle soglie della top ten in patria. Ora il duo inglese sta cercando di esportare la sua visione anche all’estero e quindi anche dalle nostre parti, con una serie di concerti dove è possibile apprezzare appieno l’intelligenza della loro proposta, ma anche lasciarsi andare e farsi trasportare dai brani più ritmati. Abbiamo incontrato una metà della band, J. Willgoose Esq, prima del live alla Salumeria della Musica di Milano lo scorso 12 maggio. Ecco cosa ci ha rivelato sull’ultimo disco, The Race For Space, e non solo.

Inizierei chiedendoti qualcosa su The Race For Space, il vostro nuovo disco. La prima cosa è: perché avete scelto di fare un concept album? E come avete scelto l’argomento da sviluppare?
Avevamo già fatto un EP tematico e inoltre penso che anche il primo disco fosse un concept, forse un multi-concept più che uno solo. Lavorando sull’EP The War Room mi sono accorto che mi piaceva concentrarmi su un argomento, che mi portava a fare della musica più coerente ed inclusiva. È diventato quindi quasi ovvio fare la stessa cosa anche per il secondo album, e farla in modo migliore e più in grande. Lo spazio è un argomento interessante, mi ha sempre affascinato ed è qualcosa di grande ed ambizioso, adatto quindi per costruirci attorno della musica altrettanto grande ed ambiziosa.

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Una caratteristica che mi piace molto del disco è il fatto che, pur parlando di avvenimenti di una cinquantina di anni fa, abbiate evitato di suonare vintage, ma abbiate guardato al futuro o comunque ad epoche musicali diverse. Era ciò che volevate ottenere?
Penso di sì, una parte importante di quello che cerchiamo di fare da sempre è rielaborare quei vecchi eventi usando nuova musica e nuove tecnologie quando suoniamo dal vivo. Questa operazione secondo me cambia anche il significato di quegli eventi ed è ciò che rende interessante ciò che facciamo. Se fosse qualcosa puramente nostalgico non avrebbe la stessa profondità e sarebbe sicuramente meno degno d’interesse.

Il primo singolo dell’album è stato Gagarin: l’avete scelto anche perché portava nuovi suoni rispetto a quelli delle vostre prove precedenti?
È così, l’abbiamo fatto volutamente, perché volevamo che fosse una canzone in grado di sorprendere la gente. Quello di Gagarin è un gran suono per uscire dai blocchi, per partire con qualcosa di nuovo. Volevamo dimostrare che siamo in grado di fare qualcosa di molto diverso da quello che il pubblico pensava potessimo fare e al tempo stesso sfidare noi stessi, che è un ottimo modo di lavorare e di crescere, sperimentando con dei suoni per noi nuovi.

Un’altra canzone molto interessante è Valentina. Nel brano compaiono le Smoke Fairies. Come avete scelto di lavorare con loro? E com’è andata poi la collaborazione?
Cercavamo voci femminili che cantassero sulla canzone, perché stavo iniziando a sentirmi frustrato utilizzando sempre voci maschili, soprattutto in un brano nel genere, che doveva avere a che fare con un’icona femminile. Abbiamo quindi deciso di lavorare con delle voci femminili, che dessero al brano le caratteristiche che cercavamo. Noi e le Smoke Fairies lavoriamo con lo stesso editore, quindi parlando con l’etichetta della possibilità di inserire voci femminili, ci è stato suggerito di lavorare con loro. Io le conoscevo già abbastanza bene e mi piaceva la loro musica, quindi ho pensato che potesse funzionare. Ci siamo trovati in un pub, come si fa in Inghilterra, ne abbiamo parlato e abbiamo capito che si poteva fare. È stato un lavoro abbastanza duro, soprattutto la ricerca di un terreno comune su cui muoverci, infatti credo mi abbiano portato in mondi che non necessariamente avrei incrociato se non avessi lavorato con loro.

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Era la prima volta in assoluto che lavoravi con artisti esterni al gruppo?
Sì, è stato difficile perché amo avere un controllo assoluto su quello che faccio, ma lavorando con altri non si può averlo al 100%. Comunque alla fine è stato un bene per noi fare questa esperienza.

Il mio brano preferito del disco però è Go!. Non sono ancora riuscito a capire se avete creato il ritmo della canzone basandovi sui sample vocali o viceversa, perché il risultato è davvero perfetto. Come avete fatto?
Siamo stati fortunati, perché è un gruppo di otto cellule. Ci sono otto chiamate e otto risposte “Go!”, quindi abbiamo potuto lavorare su un ritmo in quattro quarti, quello è stato un colpo di fortuna. Poi abbiamo dovuto fare un lavoro molto preciso di taglio e incollamento delle voci sui beat. Abbiamo tentato di creare un senso di eccitazione e qualcosa che, a nostro modo, sia adatto al singalong. Infatti qualcuno tra il pubblico ha iniziato a partecipare e a gridare “Go!”, ci siamo riusciti.

Pochi giorni fa sono usciti dei remix proprio di Go!. Come avete scelto i remixer e cosa ne pensate del lavoro che hanno fatto sul vostro brano?
Sì, abbiamo aggiunto questi remix alla digital release del brano. Gli Errors sono una band di cui sono fan da tantissimo tempo, da almeno dieci anni, quindi è stato un piacere enorme per me anche il semplice fatto che abbiano accettato di partecipare a questa cosa; poi quello che hanno fatto è molto bello, quindi sono ancor più felice. Kauf invece è un ragazzo che abbiamo incontrato ultimamente negli Stati Uniti, l’abbiamo visto in azione e ci è piaciuto molto quello che fa, la sua produzione è fantastica e pensavamo che potesse adattarsi a un remix del brano, cosa che poi è avvenuta. Con Louis La Roche invece siamo entrati in contatto tramite il nostro manager e anche il suo lavoro ci piace, è molto anni Ottanta, un po’ in stile Miami Vice, che a me piace molto.

Avete intenzione di fare altri remix delle canzoni del disco?
Sì, penso che più in avanti nell’anno, in autunno, faremo uscire un remix album, magari con uno o due brani nuovi, pezzi che non sono riusciti ad entrare nel disco. Cercheremo di contattare altri artisti che ci piacciono per farli lavorare sui brani.

Il disco è arrivato al numero 11 della classifica britannica. Vi aspettavate questo successo, anche perché la vostra musica non rispetta tutti i crismi di ciò che va per la maggiore oggi?
Penso che comunque la nostra musica abbia una forte componente ritmica e melodica e per questo possa avere un certo appeal sulla gente. Già il primo disco arrivò al numero 21 e ci sembrò già così abbastanza ridicolo, non pensavamo di poter migliorare con il secondo ma ci siamo riusciti, arrivando quasi alla top ten.

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Ci arriverete la prossima volta?
Abbiamo fatto uscire il disco nella settimana dei Brit Awards, che è la settimana in cui tutti impazziscono e corrono a comprare i grandi dischi che hanno vinto i premi. Se confronti il nostro dato di vendita di quella settimana con quello di settimane “normali” vedrai che in quei casi potevamo arrivare anche al sesto posto. Comunque già l’undicesima posizione è qualcosa di grandioso e inaspettato.

Cosa dobbiamo aspettarci dal live di stasera? Vi concentrerete sul nuovo disco e sul suo concept o ci sarà spazio anche per vecchi brani?
Come fa quasi ogni band mescoleremo i brani dei diversi dischi ed EP che abbiamo fatto finora. Sul palco saremo in tre, ci sarà un terzo elemento che suonerà basso, percussioni e qualcosa con le tastiere, credo che così il nostro live sia più bello e grande, che sia un’esperienza ancor più bella.

Farete anche dei festival questa estate?
Sì, molti festival. Abbiamo ricevuto offerte anche per un paio di festival italiani, ma sfortunatamente abbiamo dovuto dire di no, perché saremmo dovuti essere nel nord dell’Inghilterra al sabato e in Sicilia la domenica e non c’era modo di organizzare il viaggio.

Come fate a portare su palchi molto più grandi lo stesso live che fate nei club?
Riscaliamo il tutto in grande o in piccolo a seconda delle situazioni. Per esempio ultimamente siamo stati in tour negli Stati Uniti e ci siamo andati in duo, perché il costo dei viaggi aerei è molto alto e abbiamo ridotto tutto all’osso. Quando facciamo eventi particolari in Inghilterra abbiamo una crew di 12, 13 o anche 14 persone, tre musicisti con noi e una persona che si occupa dei live visuals. In situazioni come quella di oggi riscendiamo a tre, quando faremo i festival potremo risalire nuovamente a 4,5 o 6 persone sul palco. Siamo pronti a ogni evenienza.

Ultima classica domanda: progetti per il futuro?
Ho delle idee in mente e sto pensando a come svilupparle. Sarà un processo lungo comunque, penso che prima di due o tre anni non ci sarà un nuovo disco. Nel frattempo però penso che lavoreremo anche a progetti particolari, a cui magari in passato abbiamo detto di no, per esempio spettacoli con musei o cose simili.

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.