martedì, Maggio 18, 2021

Rickie Lee Jones: “Chuck E’s In Love” e la “Coolsville Trilogy” Il videoclip tra scena e città

Usciva oggi, 28 aprile 1979 "Chuc E.'s in love", il singolo di Rickie Lee Jones tratto dal suo album di debutto. Per promuoverlo viene scelta la via del promo video, due anni prima del lancio ufficiale di MTV. “Coolsville trilogy” include “Coolsville”, “Young Blood”, e “Chuck E’s in Love”, per una durata complessiva di quasi 13 minuti e viene diretto da un pioniere come Ethan Russell, fotografo di talento attivo dagli anni sessanta. Sull'elegia notturna tra scena e città

Affascinata e influenzata dalla cultura beatnick, sin dagli esordi, Rickie Lee Jones assimila riferimenti e anche alcune posture, proprio quando la scena musicale losangelina degli anni settanta ne riscriveva i parametri attraverso gli show e le performance su palchi come quello del Troubadour. Qualcosa di più dell’aura maledetta condivisa in quegli anni insieme a Tom Waits, perché profondamente vissuta, al di là di un consapevole filtro culturale.

Quell’iconografia è lontana e dal 1979 ad oggi, Rickie Lee Jones ha rivisto le radici poetiche e letterarie del suo percorso, pur mantenendo un metodo coerente in termini di scrittura e approccio. Trasferitasi a New Orleans in forma stanziale e in tempi relativamente recenti dopo averla frequentata per decenni, ha assimilato definitivamente lo spirito della città, accogliendone l’influenza diretta sulla sua stessa musica.

The Other Side of desire“, il suo ultimo album di inediti pubblicato nel 2015 è il primo capitolo di questa nuova avventura. Finalmente fuori da una Los Angeles che non ha più niente del mito e ormai “invivibile”, Rickie Lee si avvicina ad una città che definisce come “Eccentrica”

Come in tutte le isole – scriverà sul suo blog – le persone vivono giorno per giorno senza pianificare troppo le loro vite, affrontando le cose con quello di cui dispongono. Ho visto una città di persone che non cercano di evitare la pesantezza delle cose. E ho anche guardato negli occhi dei bambini, vedendo me stessa. Disperati e alla ricerca di una vita migliore bussavano alla mia porta chiedendomi se potevano pulirmi il cortile o buttarmi via la spazzatura […] la città ha condiviso tutto con me. La sua pace, le sue persone, la sua musica

Kicks è il quinto lavoro di cover realizzato da Rickie Lee Jones. Il primo, pubblicato a inizio carriera dopo due album da studio, è il bellissimo “Girl at Her Volcano“, mentre l’ultimo prima di questo risale al 2012 ed è “The Devil You Know“, prodotto da Ben Harper.

La musicista nata a Chicago e cresciuta con il paesaggio dell’Arizona a far da sfondo ai primi tentativi con la musica, ha sempre riservato un ruolo fondamentale alla rielaborazione dei brani che hanno formato la sua scrittura, tanto da inserire lungo una nutrita discografia, omaggi diretti e indiretti ai musicisti e agli standard che ha amato. Blues, pop, Jazz, doo-wop, soul, folk sono le carte che la Jones ha manipolato con grande abilità, giocando una partita scoperta grazie alle sue grandi capacità performative, decisamente oltre i confini e le possibilità del pop convenzionale.

Kicks non è lontano da quel ponte tra musica e gesto d’amore di cui scrivevo nella recensione per “The Other Side of Desire“, proprio perché esce dalla “maniera” dell’omaggio, recuperando l’arte dello standard come una tavolozza possibile da riempire con le proprie contaminazioni. Registrato a marzo, vicino ai giorni del Mardi Gras cittadino, coinvolge un gruppo di musicisti locali che le hanno consentito di radicarsi nei suoni e nella cultura della città per esplorare nuovamente l’artigianato più puro della canzone popolare. In questo senso mantiene un contatto ancora vivo con la migliore estetica pop, quella che riesce a bilanciare le esigenze autoriali con la ricerca della forma; quasi per rivendicare il suo sentirsi diversa dall’elitarismo cantautorale della generazione precedente, quella di artisti come Joni Mitchell, Laura Nyro, Jackson Browne. Consapevolezza che le ha consentito durante quaranta anni di carriera di sperimentare, forzare i limiti formali, così da uscire velocemente dal conforto offertole da un successo istantaneo ed esplosivo.

Rickie Lee Jones“, il suo primo album, esce nella primavera del 1979 e ottiene subito un Grammy come miglior esordio, si piazza al terzo posto nella classifica Billboard dei migliori 200 album e al decimo per quanto riguarda la top 100 dei singoli, con “Chuck E.’s in Love“, il brano tra finzione e realtà, frutto dell’amicizia e degli anni condivisi al Tropicana Motel con Chuck E. Weiss e l’allora amante della musicista americana, Tom Waits; un triangolo che oltre al “romanzo”, conduce Rickie Lee verso conseguenze autodistruttive.

Quattro mesi dopo il debutto, Rickie Lee è sulla copertina di Rolling Stone; sarà la prima di una lunga serie di scatti per la rivista americana e il segno di una relazione proficua, spesso spregiudicata, con l’immagine.

Non è un caso che l’appellativo di “Duchess of Coolsville” arrivi proprio da Time Magazine dopo l’esibizione di “Chuck E’s In Love” al Saturday Night Live.

Per promuovere l’album viene scelta la via del promo video, due anni prima del lancio ufficiale di MTV. “Coolsville trilogy” include “Coolsville”, “Young Blood”, e “Chuck E’s in Love”, per una durata complessiva di quasi 13 minuti.

La struttura è quella dei primi Jazz films degli anni ’30 tra performance e storia minimale e a dirigerlo è Ethan Russell, fotografo di talento attivo dagli anni sessanta, che proprio tra il 1978 e il 1979 decide di sperimentare in modo pionieristico con i video musicali. Dopo aver realizzato gli artwork per The Rolling Stones, Beatles e Who, Russell contribuisce alla creazione di un’icona tra finzione e realtà, descrivendo un’elegia notturna che attinge in parte dagli interessi poetico letterari della Jones, alternando la performance dei musicisti alle immagini di una Los Angeles notturna.

Tutti gli stereotipi dell’icona beatnick, sigaretta e berretto inclusi, espandono il dialogo tra l’artwork dell’album e i promo video diffusi durante la promozione del 1979, ma allo stesso tempo riassumono la vita selvaggia e lo spirito libero della Jones, sin dal primo apprendistato, quando nel 1975 viveva nel vecchio quartiere beatnick di Venice, facendo la cameriera e suonando al Suzanne’s.

Al centro del video, la città come organismo pulsante, ricco di possibilità, ma anche di cicatrici, così come emerge dalle liriche

City will make you mean
But that’s the make-up on your face
Love will wash you clean in the night’s disgrace

Rickie Lee accentra lo sguardo e indirizza la macchina da presa, anche quando esce dal set per mostrarcelo. Quell’indomita energia erotica che Chuck E Weiss sperimenta quando per la prima volta nel 1977 la vede esibirsi al Troubadour, si attiva nuovamente nelle sue smorfie da bambina dispettosa, nell’indolente sfrontatezza davanti al microfono, nel suo deambulare senza soluzione di continuità tra la scena e la città.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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