Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Tutti i maggiori successi dei Tears For Fears al Lucca Summer Festival 2019. La recensione del concerto del 10 luglio in Piazza Napoleone 

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È la voce di Lorde a riempire Piazza Napoleone quando ancora il palco è buio, l’intramontabile Everybody Wants to Rule the World, canzone tratta dal secondo album dei Tears for Fears, uscita nel 1985 quando la cantante neo zelandese amata da David Bowie, ancora non era nata. Roland Orzabal e Curt Smith fanno una scelta precisa, questo inizio dimostra quanto la loro musica sia ancora capace di invadere e influenzare la coscienza contemporanea. Le luci si accendono, il palcoscenico si trasforma, alle spalle della band una cascata di luci ci trasporta in un ambiente più intimo, in un teatro di Broadway. Il suono scintillante del synth unito alle note della chitarra precede il versetto d’apertura, il battito del tamburo, il coro, un passaggio strumentale lunatico riempie l’animo di una sontuosa malinconia.
La musica dei Tears for Fears sa ancora evocare la perdita del controllo in un’era travolgente, hanno scritto partiture formidabili, inni pronti per essere cantati a squarciagola in piazze gigantesche, ballate eleganti e canzoni così stratificate da rappresentare una presenza eccentrica nell’evoluzione della New Wave commerciale, più orientati verso influenze prog e Jazz, pur mantenendo salda la forza comunicativa e concisa della forma pop.

Roland Orzabal e Curt Smith hanno avuto l’ambizione necessaria per produrre album che non solo definissero un’era ma la trascendessero. The Hurting ha scalato le classifiche raggiungendo il primo posto nel Regno Unito, portando al successo tre singoli incredibili che non potevano mancare durante il loro live. Mad World che racchiude in sé l’idea di Janov secondo cui gli incubi liberano la tensione. Arthur Janov, lo psicoterapeuta che con le sue teorie e il suo libro, “The Primal Scream. Primal Therapy: The Cure for Neurosis”, ispirò fortemente i Tears for Fears non solo nei loro testi, ma anche nella decisione di scegliere il nome da dare alla band. Pale Shelter procede a un ritmo sincopato quando chitarrista e bassista che ormai non si parlano da decenni e non incrociano mai lo sguardo, si rivolgono al pubblico, «se vi sentite di alzarvi fatelo» e la reazione degli spettatori non si fa attendere, tutti si sollevano dalle proprie sedie quando attacca Change.
Questo set di novanta minuti non poteva che chiudersi con un unico bis, Shout, con il suo andamento meditabondo e marziale, lasciando il pubblico con un po’ di amaro in bocca, perché la voce di Orzabal non era la solita e lo sforzo del chitarrista era evidente. Ma di cosa potremmo mai rimproverarli, quando il loro ritorno era così atteso, nel desiderio che quei suoni degli Ottanta irrompessero di nuovo in un fantasioso universo utopico-mistico.

[Foto Wikimedia.org]

 

Francesca Fazioli

Francesca Fazioli

Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Dopo una tesi sul teatro, sul cinema mai discussa e sull'ascolto per la conclusione del Master ho capito che la curiosità è diventata confusione. Adoro i concerti, la Signora del Venerdì e i libri di Jonathan Franzen.