sabato, Gennaio 22, 2022

immaginary soundtracks # 0: Intro.

waveform.jpgImmaginary soundtracks è una suggestione da cui Indie-eye si fa per l’appunto mesmerizzare in questi mesi e nei successivi dove sicuramente si tornerà a parlare di Cinema di Genere made in Italy, grazie anche allo stimolo della 64ma mostra del Cinema di Venezia, grazie al nuovo film di Miike Takashi di cui auspichiamo distribuzione corretta anche dalle nostre parti, per amore e a scatola chiusa e anche sulla scia delle 32 pallottole quasi quotidiane curate da Antonio Bruschini e dedicate ad un mucchio selvaggio di Spaghetti Western. Immaginary soundtracks è la versione sonora di questi stimoli che ci permetterà di approfondire influenze apocrife e feedback incrociati legati in modo solubile all’immaginario cinematografico e a un patrimonio spesso saccheggiato a (s)proposito. Un soundtrack composer è figura di complessa messa a fuoco, culturalmente apolide, lontano dalla sovresposizione del mercato discografico dei grandi numeri e allo stesso tempo alieno a tutte le strategie del mercato indipendente, si avvicina in modo estremo alla versione più dolorosa e autentica di autonomia, questo per scelte, ambiti di sperimentazione e per una cancellazione sistematica da qualsiasi rivista musicale, a meno che non si parli di ghetti specifici. Un soundtrack composer rinasce e muore anche nel campionario di sperimentatori attenti, indie rockers distratti, necrofili del suono vintage. Se anche si spostasse l’asse di origine di quello che con un termine strettissimo e improprio si definisce come “post-rock” dai Tortoise indietro verso i primi esperimenti dei Pell Mell (e ancora più indietro, senz’altro) per scoprire nella discografia SST degli stessi un brano come Cinecittà, si potrebbe verificare come questo dispositivo di contaminazione tra linguaggi fosse pane popolare e legato ad una produttività di ipertrofia seriale per un numeroso gruppo di compositori, per esempio, attivo in italia tra la fine degli anni 50 e i primi ’70, e di come nei Twist astratti e lunari di Giovanni Fusco o in tutta la carriera meno sfacciatamente contemporaneistica di Egisto Macchi (morto quindici anni fa proprio in questi giorni) ci fosse un germe creativo di deterritorializzazione dei generi molto più anarchico di chi spesso affronta gli schemi dell’avventura strumentale in ambiti legati alla cosidetta musica underground o indipendente, basta pensare alla forza di un album costituito da una delle librerie sonore di Egisto Macchi nota come Futuribili, possente via di mezzo tra sperimentalismo, Kitsch orchestrale, accenti cinematici, Jazz imbastardito, minimalismo di consumo. Allora Immaginary soundtracks affida uno spazio parallelo a quello più specifico dedicato alle Colonne Sonore, di cui in sordina e prima di molti ci occupiamo dall’inizio di Indie-eye parlando anche di pop e altre derive, cercando di affrontare la produzione contemporanea e “popolare” di musica strumentale con mezzi analitici diversi e altrettanto possibili. Immaginary Soundtracks sarà luogo di approfondimenti, recensioni, pillole, indicazioni, piccole derive dell’ascolto che possano permetterci di muoverci avanti e indietro verso produzioni strumentali recenti e dimenticate o seplicemente di recuperare, per esempio, un album come Field Recordings From The Cook County Water Table di Douglas McCombs alla luce di queste nuove illusioni.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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