giovedì, Giugno 13, 2024

Elfin Saddle – Devastates (Constellation, 2012)

Ormai gruppo di punta della prestigiosa Constellation, il duo Jordan McKenzieEmi Honda torna a distanza di tre anni con un nuovo full length a rimpolpare l’ambizioso progetto folk Elfin Saddle, il cui universo sonoro rifugge da facili definizioni, confermandosi una fucina creativa dalle encomiabili capacità suggestive. Il titolo, piazzato lì vicino al nome del loro gruppo, sembra alludere alle proprietà velenose del fungo da cui prendono il nome, di cui in realtà i due sono ghiotti consumatori, ma dai cui fumi, ci hanno raccontato tempo fa in un’intervista, è meglio tenersi alla larga. Il tema della devastazione riprende in verità le fila del loro progetto musicale e visivo Wurld, uscito su DVD nel 2010: mescolando installazioni, video, animazioni in stop-motion e scultura Jordan ed Emi hanno allestito nel cortile del loro appartamento di Montreal un vero e proprio microcosmo carico d’oggetti, con cui hanno cercato di riprodurre en detail un esempio del progressivo deperimento cui ogni ambiente va incontro a seguito di un’industrializzazione intensiva. I toni del disco seguono quest’impronta volutamente oscura ed apocalittica, costruendo un piccolo ciclo di brani dai toni minacciosi e assertivi, che sembrano consegnare il concetto di protest song alla natura stessa, ai suoi elementi, che prendono vita in modi imprevisti attraverso una strumentazione ricca (i nostri sono da sempre collezionisti dei più diversi strumenti) e il consueto innesto di tradizione e psichedelia. L’ingresso cadenzato di The Changing Wind conduce la tensione dell’ascoltatore a un primo cambiamento di rotta al minuto tre, in cui le voci dei nostri si intrecciano a cavallo tra serpentine cornamuse, dissolte in coda da un torbido baccano. In Kobaho il cantato sciamanico di Emi prevarica le pulsazioni materiche delle percussioni, intessendo un inno apotropaico di severa intensità, che sconfina nella dilatata Boats, adagiata su un gorgoglio di sottofondo. Dopo i due gioiellini di mestizia apocalyptic-folk The Power and The Wake (impreziosita dal violoncello) e Chaos Hand, giunge il brano-perno Invocation, letteralmente un’invocazione dai toni ieratici e vagamente new age, in cui tornano le cornamuse e si fondono le radici anglofone di Jordan (per metà di sangue scozzese) e quelle orientali di Emi. A metà del brano il lamento cessa e resta un flebile rumorismo acquatico, naturalistico a segnalare che il corteo può ormai sciogliersi. Il vento torna a spazzare via il disco, registrato in una cappella sperduta nel Quebec e solo in un secondo momento lavorato in studio: l’organo di The Wind Come Carry mantiene i toni liturgici, ma abbandona l’ascoltatore non prima di aver creato un’atmosfera più speranzosa per i tempi a venire. Nonostante l’ambizioso sincretismo di tradizioni e la cupezza dei toni, Devastates riesce nel miracolo della fruibilità, non solo specchio della matrice popolare dei loro riferimenti, ma anche dell’abilità dei nostri a coniugare sperimentalismo e istinto.

 

 

Redazione IE
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