lunedì, Gennaio 18, 2021

Essie Jain – The inbetween: la recensione

Corno Francese, clarinetto, piano Rhodes, violoncello e tromba; questo il setting strumentale del nuovo album di Essie Jain uscito recentemente per Ba da Bing, lavoro che possiede l’equilibrio materiale di un cristallo, capace di spingersi più avanti e al centro di quella semplicità mozzafiato già presente nello splendido esordio ristampato recentemente per il mercato Europeo da Leaf Label.

La maggiore richezza dell’impianto sonoro è un velo invisibile che si fonde con il lirismo minimale del songwriting; brani come Eavesdrop e Weight off me si sostengono su una tramatura essenziale con la voce che guida il percorso narrativo sopra un paesaggio sonoro evocato da un bozzetto folk o un drone impercettibile; persino l’eco di Dusty Springfield in Here We go e la deriva balcanica di The Rights, suonano come un canto limpido e disperato in mezzo al deserto.

Essie Jain ha parlato del suo nuovo album come di uno spazio liminale, esperienza irreale e bellissima che permette di osservare il quì e l’altrove in un unico istante, ancorati al presente e capaci di vedere lo stadio successivo come un regno di possibilità; The inbetween vive dentro questo interstizio e si avvicina al folk senza tempo di Mark Hollis nel tracciare una sospensione arditissima tra melodia e dissoluzione, tant’è l’album sembra sviluppato all’interno di un procedimento ellittico molto semplice e molto bello, contenuto tra l’apertura di Eavesdrop, traccia limpida con l’impiego di tutto il range orchestrale e la chiusura di Goodbye, congedo per piano e voce, un sistema di accordi fragilissimi degni dell’harold budd più impermanente e meno trattato innestati su una linea vocale di un lirismo accecante, proiettata verso un infinito senza soluzione.

You, il brano apparentemente più riconoscibile all’interno di una tradizione compositiva già contaminata e fuori da ogni standard (Drake, i coniugi Thompson, Vashti Bunyan, Linda Perhacs) è una mutazione sorprendente del cantato nel suo annegare verso lo sviluppo degli archi, veri e propri squarci sonori, aperture di un orizzonte intimo e affettivo; lo stesso che apre ad un cantato inceppato e infantile nello storytelling di stop, si trasforma in una marcia appena accennata tra piano e corno nella bellissima Please, si fa dolente e oscuro nell’elettricità stanca di Do It, forse il brano che contiene tutti gli elementi dell’arte semplice e sospesa di una grande songwriter.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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