Cosa posso chiederti…
Alle volte, dopo aver fatto la pupù guardo se sono riuscito a disegnarci delle lettere, sono spesso venute delle “o”, delle “l”, delle “t” a volte, devo riuscire a capire cosa ha cercato di raccontarmi il mio corpo.
Ecco, visto che sei partito dai sanitari, parliamo di vasche…
La Vasca è una delle canzoni che preferisco di Attento a Me Stesso, una delle due che ho composto al pianoforte. Rappresenta il mio ripescare l’ infanzia. Ero piccolo e anche allora era come se fossi già un cantautore maturo e cosciente, che aspettava solo di imparare a suonare uno strumento per raccontare in musica le cose che viveva. Parla delle vasche che c’ erano davanti la stazione di Arezzo, dove lavorava mio nonno. Andandolo a trovare mi offriva una pizza del bar della stazione, molto buona.

Rammenti anche il pane con la marmellata…
E’ vero, il cibo compare spesso nei miei pezzi. Quello comunque era il panino che si faceva mio nonno prima di andare a lavorare. Non glielo faceva la nonna, perché andava a letto molto tardi, dovendo sempre recitare rosari lunghissimi e non ce la faceva a svegliarsi presto come il nonno. Che prendeva il caffellatte e si preparava due fette di pane con la marmellata Santa Rosa.
Mi sembra che questo disco sia un po’ pieno di “pidocchi”, saranno mica come le formiche per Dalì...
Le formiche nei quadri di Dalì sono invasive, nel mio disco i pidocchi non lo sono, e vengono intesi come una sinapsi che ti collega a un mondo che non c’ è più. Quello delle epidemie tra i bambini delle elementari, i pidocchi che aveva il cane che tenevi in campagna. E poi tutti noi qui all’ Italia Wave, siamo un po’ dei pidocchi, che però non danno fastidio a nessuno…
Se permetti, qui, nella pineta potresti essere anche scambiato un po’ per della “cacciagione”…
Cavoli, bravo, hai studiato il disco! Si, quello è un brano forte che forse ho anche ermetizzato troppo. Nel senso che parla delle paure ataviche, legate più che altro all’ esperienza del Mostro di Firenze di fine 70 inizio 80. Il titolo deriva da questo ed è un pezzo che mi fa paura anche a risentirlo.

Quanto tempo hai impiegato per concepire e mettere insieme tutti i pezzi?
Credo 32 anni. Da quando avevo 2-3 fino ad adesso, questo per quanto riguarda il concepimento. Tecnicamente poi sette mesi per le registrazioni. I pezzi li ho in realtà scritti alla svelta grazie ad un elemento scatenante che li ha fatti uscire tutti insieme.
Un Travaso di Chakra…
E’ una parola che si può dire?
Senti, da che parte ti “butti” nella scena alternativa? Da che parte stai?
Non lo so, mi butto abbastanza, più di tanti altri, anche se soffro di vertigini, con dei risultati magari alterni, mi butto per buttarmi, senza provare la temperatura prima, mi butto spesso senza sapere dove… E tipo, Vasco Brondi, dove si butta? Ma che m’ importa di Vasco Brondi!

A me piace molto la copertina del tuo disco…
Sono contento. L’ ha fatta Marino Neri, ragazzo di Modena, del 1978, bello come il sole, talento assoluto. L’ ho conosciuto (dopo aver pensato di essere l’ illustratore più bravo d’ Italia) e l’ ho subito amato. Io rimango sempre il primo, il più grande però. C’ era comunque un disegno che ritraeva un bambino mascherato che protegge un teschio da un enorme mammifero di mare. Disegno perfetto per la copertina del disco. E del doppio senso del titolo. Attenzione per sé stessi e da sé stessi. Siamo due ragazzi bellissimi, ci siamo intesi subito. Semplice, lineare, tutto perfetto.
Il live come procede?
Abbiamo messo su questa formazione con la quale stiamo facendo un po’ di date per rodarci. Il tour vero e proprio partirà con la riapertura dei locali da settembre…






