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I Blonde Redhead sono passati dall'Italia e Indie-Eye non se li è fatti scappare; abbiamo parlato della loro evoluzione sonora e di molto altro dopo il loro concerto alla Festa Democratica di Modena del 10 settembre 2011 

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I Blonde Redhead sono passati dall’Italia in chiusura del loro tour estivo europeo, quattro date nel centro-nord che hanno confermato una volta di più l’amore del pubblico italiano per la band dei gemelli Simone e Amedeo Pace e di Kazu Makino. Il 10 settembre 2011, alla Festa Democratica di Modena, dove li abbiamo incontrati, erano infatti diverse migliaia gli spettatori per il loro concerto, un’ora e mezza nel segno delle eteree melodie degli ultimi album, con poche concessioni al noise che li caratterizzava nella prima parte di carriera. Abbiamo parlato con loro di questi cambiamenti e di molto altro. Ecco cosa ci hanno rivelato in riva ad un laghetto emiliano post-industriale.

Queste date italiane sono le ultime di un lungo tour europeo che state facendo. Quali sono state le vostre impressioni durante queste settimane nel Vecchio Continente? Com’è andata?
K: Ci siamo trovati bene, come sempre. La data di stasera è la penultima dopo sei settimane quasi ininterrotte di concerti, quindi un po’ di stanchezza si fa sentire, e anche la voglia di staccare e rilassarsi un po’. È sempre bello andare in tour, è un momento che amiamo, ma a volte i ritmi sono quasi insostenibili e la fine arriva quasi come una liberazione.

C’è un concerto di queste settimane che ricorderete in particolare?
K: Forse quello a La Route Du Rock, a St. Malo, in Francia. Le condizioni meteorologiche erano davvero pessime, pioveva tantissimo, però il pubblico sotto il palco era comunque numeroso e ricettivo. A volte in condizioni così estreme viene fuori il meglio, sia da parte nostra, sia di chi ci guarda, si è spinti a dare di più.

In questi giorni cade il decimo anniversario degli attentati dell’undici settembre. Voi siete una band che può essere vista come una bandiera del multiculturalismo e del melting-pot newyorkese. Quegli attentati hanno influito su di voi e sulla vostra musica?
K: Sicuramente ha influito sulle nostre vite, come credo su quelle di tutti, fu un fatto davvero orribile. Però non credo abbia influito sulla nostra musica; la musica è qualcosa che esce in maniera inconscia, per noi è sempre stato così, un flusso di cui non ci chiediamo l’esatta origine. Quindi se quella tragedia è entrata in qualche modo in ciò che abbiamo fatto, non l’ha fatto direttamente, ma influendo sul nostro inconscio.
S: Un effetto diretto è però stato quello sui tour; dopo quel giorno è diventato molto più difficile viaggiare ed organizzare concerti in giro per il mondo.

Parlando sempre di New York, come vedete la scena musicale della città ora, anche rispetto agli anni Novanta, quando iniziaste?
K: probabilmente dovremmo chiederlo noi a te, dato che stiamo sempre meno in città negli ultimi anni.
S: non so parlare della scena in generale, posso dirti che abbiamo una serie di amici che suonano in varie band e che fanno una serie di ottimi dischi, ad esempio il nuovo dei Battles. Non posso dire qualcosa su una scena, perché non vedo una direzione unica intrapresa da una serie di band; forse qualcosa c’è, ma non ce ne accorgiamo perché pensiamo soprattutto alla nostra musica, e tra gli impegni dei tour e del lavoro sui nostri dischi ci rimane poco tempo per guardarci attorno.
A: non siamo mai stati bravi a scoprire nuova musica e nuove direzioni dell’underground
K: esatto, non siamo mai stati degli scenester, non lo siamo e non credo lo saremo mai.

Durante questi anni il vostro suono ha subito un’evoluzione, dei forti cambiamenti. Questi cambiamenti si sono verificati anche a livello di songwriting, relativamente alla genesi di un brano?
K: in realtà no. Alla fine siamo sempre noi tre, lavoriamo in un modo che ha sempre portato buoni risultati, quindi perché cambiare? Potremmo sperimentare modi diversi, coinvolgere altri magari, ma sarebbe come cambiare la nostra natura e non trovo giusto farlo, non voglio diventare altro.

E per quanto riguarda i diversi produttori con cui avete lavorato? Come hanno influito sulla vostra musica nelle diverse fasi della vostra carriera?
S: Steve Shelley, che produsse il nostro primo album, fu un grande soprattutto perché ci fece sentire a nostro agio e ci fece guadagnare sicurezza nei nostri mezzi. La sua influenza come produttore fu particolare, anche perché credo fosse la prima volta anche per lui in quel ruolo. Con Guy Picciotto fu un’esperienza più dura ad esempio, con confronti anche accesi. È stato comunque un momento di crescita importante per noi.

Dopo gli anni con la Touch & Go, i vostri ultimi album sono usciti per la 4AD. Questo passaggio di etichetta è stato dovuto solo al cambiamento del sound o ci sono altri motivi?
K: Ricordo distintamente che quando finimmo di lavorare a Misery Is A Butterfly portammo il risultato alla Touch & Go; non dissero nulla contro il disco, ma sentii che in qualche modo non gli piaceva particolarmente. Avevamo speso più o meno tutti i nostri soldi per le registrazioni, dunque decidemmo velocemente che avremmo cercato qualche altra label che volesse farlo uscire, senza perdere tempo a cercare di convincere la Touch & Go. Cercavamo una chimica diversa con l’etichetta, e la 4AD ci sembrò la più adatta. Fu dunque naturale iniziare a lavorare con loro, cosa che facciamo ancora oggi con soddisfazione.

Ora la Touch & Go, ma anche altre etichette indipendenti, risentono della crisi. Cosa pensate della situazione? Credete ci possa essere una soluzione?
K: è molto difficile, credo che nessuno sappia come uscire da questa situazione. L’unica cosa che possiamo dire è che chi inizia a fare musica deve farlo pensando solo a creare qualcosa di buono ed evitare di sperare di guadagnare molti soldi. Se suoni, devi farlo perché non hai davvero altro modo per esprimerti. Potrebbe essere anche una cosa buona per la musica, una sorta di purificazione, con nuove idee che nascono solo da esigenze artistiche e non dalla voglia di far soldi.

Durante il live lavorate sia con la batteria sia con elementi ritmici elettronici. Come fate a far convivere entrambi gli elementi?
A: In realtà non consideriamo le parti elettroniche come vere e proprie basi ritmiche; suoniamo molto forte ed entrano a far parte del suono. Da quando abbiamo iniziato ad usarle, abbiamo sempre cercato di utilizzare cose che non sembrassero create per tenere il tempo, ma che entrassero a far parte del suono in maniera diversa. In questo modo abbiamo anche potuto suonare con i musicisti che ci possiamo permettere di avere. Cerchiamo di far sì che tutto suoni naturale.

23 è uno di quei brani che, ascoltati live, suscitano emozioni tali da far desiderare a chi l’ascolta che la canzone non finisca mai, anche grazie al suo crescendo veramente eccezionale. Lo pensate anche voi mentre la suonate? E come riuscite a smettere?
K: per me è semplice smettere, perché alla fine sono completamente senza fiato! Quando l’abbiamo scritta era proprio quello il nostro proposito, l’idea di base mentre ci lavoravamo era quella di costruire un brano con una struttura e con dei suoni che dessero sensazioni forti, come di non essere più con i piedi per terra, ma a mezz’aria, sospesi. E queste sono sensazioni che è brutto far finire, dunque in realtà anche per noi è così, vorremmo restare a mezz’aria con 23.

Quali artisti italiani, del passato e del presente, vi piacciono? La musica fatta in Italia ha qualche influenza su di voi?
K: io adoro Lucio Battisti, penso che fosse un vero e proprio genio!
A: amiamo quelli che piacciono un po’ a tutti, come Battisti, De Gregori, Morricone
S: anche Guccini, i suoi dischi tra gli anni Sessanta e i Settanta, e alcune cose di Lucio Dalla.

E dopo questo tour? Avete già progetti per il futuro?
K: niente di definito. Abbiamo qualche idea, ma ora viviamo il momento, aspettiamo la fine del tour per goderci finalmente un po’ di libertà. Credo che uno dei nostri maggiori problemi sia il fatto che non siamo ambiziosi, ci impegniamo molto in quello che facciamo, diamo il massimo, ma non abbiamo mai pensato di voler fare la storia, preferiamo goderci quello che abbiamo ottenuto senza pensare troppo.
S: quando siamo in tour difficilmente pensiamo a nuovi brani o a idee per i dischi seguenti, anche perché pensiamo a suonare al meglio, a rendere ogni giorno migliore ciò che proponiamo al pubblico. Da questo punto di vista posso dire che stiamo ancora imparando molto.

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.