domenica, Settembre 27, 2020

Willie Peyote – Sindrome di Tôret: l’intervista

Quattro dischi da solista, ironia al vetriolo per un rap condito con la violenza del punk. Sindrome di Tôret è l’ultimo album di Willie Peyote, cantautore torinese classe ’85, uscito lo scorso 6 ottobre. Un concept album sulla libertà di espressione che vanta collaborazioni come Dutch Nazari, Jolly Mare, Roy Paci e l’attore italiano Giorgio Montanini.

Willie Peyote – Ottima Scusa (Prod. Kavah) – il videoclip diretto da Serena Gargani


Serena Gargani è una videomaker tuttofare (videoclip, reportage, documentazione di eventi). Ha già diretto per Ex-otago, Dutch Nazari, Kaufman, Boris Ramella, Mezzala, Vito e le orchestrine, solo per citarne alcuni

I nomi dei tuoi album non sono mai casuali ma nascondono volutamente giochi di parole e rimandi. Cosa c’è dietro il titolo “Sindrome di Tôret”

C’è un doppio gioco di parole; il primo riferito alla sindrome di Tourette che è una condizione neurologica tale per cui chi ne soffre è incapace di controllare azioni e parole. Il secondo alle fontanelle che si trovano in giro per Torino che in dialetto vengono chiamate Tôret perché hanno la forma del torello. Entrambe le cose rimandano all’incontinenza verbale, alla possibilità di parlare senza freni e senza limiti. Del resto il disco parla di questo, di limiti e eccessi.

E Torino che ruolo gioca in tutto questo?

Torino è la città che conosco meglio nel mondo è inevitabile sentirsi ispirati dalla città in cui si vive. Inoltre il discorso di km zero paga guarda cosa ha portato a Eataly (ride, nda).

Cosa vuol dire per te essere cresciuto a Torino e quindi raccontarla in controluce nelle tue canzoni?

Torino mi ha insegnato l’etica del lavoro, il concetto di parlare poco e di fare tanto. Torino è una città che non fa nulla per farsi notare, ma una volta che ci sei dentro scopri molto, oltre quello che ti saresti immaginato.

Cosa è cambiato dagli anni di Educazione Sabauda?

In Educazione Sabauda volevo raccontare e esorcizzare un periodo di tempo ben definito. Sindrome di Tôret è la naturale conseguenza dell’arrivo di Educazione Sabauda, sia per quanto riguarda l’evoluzione musicale sia per quella testuale. È stato scritto cercando di andare oltre il tipo di comunicazione che caratterizzava Educazione Sabauda e questo ha voluto dire abbandonare in parte quelle tonalità più hardcore. Ho cercato di comunicare temi importanti, o perlomeno secondo me tali, a persone che altrimenti ascolterebbero cose di poco senso.

E la scrittura? Quali sono state le tue ispirazioni?

Ho cercato di scrivere in modo più satirico, ho studiato stand-up comedy prendendo spunto da alcuni spettacoli che ho visto come quello di Giorgio Montanini. Giorgio mi ha permesso di assistere alla prima assoluta di un suo spettacolo e decidere quali pezzi della performance poter inserire nel mio disco.

Hai detto che uno dei temi principali dell’album riguarda la libertà di espressione a cosa ti riferisci nello specifico?

Ormai viviamo in un’epoca in cui tutti esprimiamo la nostra opinione con la stessa intensità e pressappochismo per qualsiasi tema. Credo che siamo ben lontani da quello che cantava Gaber in merito a libertà e partecipazione, la verità è che oggi partecipiamo tutti un po’ troppo anche se poi è sempre una partecipazione sulla lunga distanza e in realtà non ci si incontra mai. Una sorta di paradosso se vuoi.

Willie Peyote – i Cani – Dir: Stefano Carena

Stefano Carena, classe ’91, torinese, videomaker. Ha realizzato molte clip (e un documentario) per Willie Peyote, altri video per Tortuga, inTHELoft, Jericho.

Ascolti la musica dei tuoi colleghi italiani o guardi all’estero?

Ascolto musica italiana e con attenzione, come se fosse un corso di aggiornamento. Alcuni artisti mi piacciono di più altri di meno. Nell’ultimo anno il disco che mi ha maggiormente colpito proviene dall’estero ed è Malibù di Anderson Paack. E siccome sono compulsavo per la maggior parte delle cose che faccio, l’ho ascoltato all’infinito. Restando in Italia non possono non citare Dutch Nazari secondo me attualmente uno dei migliori. Ascolto, mi ispiro, copio, del resto Picasso diceva che gli artisti copiano e i geni rubano e io non sono da meno.

Se è vero che con la possibilità dello streaming la musica si compra sempre meno, quanto diventa importante un live?

Per quanto mi riguarda i live sono una parte fondamentale. Durante i live le persone comprano i dischi come un gadget per supportare l’artista. Restano una dimensione chiave; per essere un musicista la musica la devi o la dovresti suonare, ma non è così. Molti artisti, non solo quelli  che fanno trap, fanno concerti in playback. Per me fare un concerto in playback è un vero e proprio insulto; se il tuo live fa schifo il pubblico dovrebbe potersene accorgere e fare scelte conseguenti.

Concordi con quelli che dicono che la trap sta vivendo un periodo d’oro?

Direi di si anche se non so quanto sia futuribile né in quale forme cambierà. Sicuramente chi fa trap fa numeri impressionanti ma poi andrebbero visti da vicino i live per rendersi conto della resa effettiva. Credo che più della trap il momento d’oro vero lo stia vivendo un certo indie italiano e penso a musicisti come Levante, Coez. Alcuni di questi, Coez, Salmo, Lo Stato Sociale, arrivano al pubblico senza macchina mediatica e hanno fatto cose incredibili senza supporto di major e radio. Ovvero senza che i numeri che hanno realizzto vengano in qualche modo drogati, ma solo grazie alle loro qualità.

TOUR – CALENDARIO DEI CONCERTI
26/10 Modena – OFF
27/10 S. Maria a Vico (CE) – Smav
28/10 Roma – Monk
31/10 Parma – Mu
03/11 Bologna – Locomotiv
09/11 Palermo – Candelai
10/11 Messina – Retronouveau
11/11 Catania – MA
17/11 Milano – Magazzini Generali
18/11 Ravenna – Bronson
01/12 Genova – Bangarang – Crazy Bull
02/12 Livorno – Cage
08/12 Brescia Latteria Molloy
09/12 Padova – Pedro
19/01 Torino – Hiroshima mon Amour

Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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