giovedì, Settembre 16, 2021

Endless Boogie – Long Island (No Quartet, 2013)

Difficile scovare una biografia esaustiva per Endless Boogie, formazione di stanza a New York che approda a febbraio con l’ultimo lavoro: Long Island. Terzo album o quinto se si contano il numero di vinili e rarità dati alla stampa. Un quartetto di musicisti la cui età anagrafica sfora la soglia dei 150, composto da Jesper Eklow (aka The Governor) alla chitarra, Paul Major (Top Dollar) voce e chitarra, Mark Ohe (aka Memories from Reno) al basso e Harry Druzd alla batteria. Quattro omoni dal taglio di capelli improbabile, abbigliamento garage, araldi dell’immaginario americano degli anni ’90. L’evoluzione jam prima di tutto, senza canovacci o strutture a monte tant’è che la maggior parte delle tracce sono state registrate dal vivo in studio. Nonostante il nome della band attinga all’omonimo album del 1971 di John Lee Hooker, lo stile degli Endless Boogie è riconducibile alle influenza krautrock degli Amon Düül con involuzioni alla ZZ Top. La maggior parte delle otto tracce che compongono Long Island, si estende oltre i sei minuti, accoppiando agli infiniti giri di radar psichedelici, un boogie duro e cattivo che sembra non dover finire mai. A partire da The Savagist, traccia di apertura, è chiaro che Endless Boogie non suonano per guadagnarsi nuovi proseliti. La loro musica è impegnativa, una trama martellante di chitarre che incontrano vocalizzi e riff in loop. Brani selvaggi che sembrano distaccarsi dalla dimensione umano aprendo la vista su un immaginario che ha molti aspetti del fantasy e pare attingere – e non solo nell’artwork – agli ambienti fatti di caverne e miniere di Tolkien. Nonostante alcuni titoli richiamano alla storia americana, da The Artemus Word fino a The Montgomery Manuscript, il racconto della guerra civile è ammantato dal mistero, dalla coltre di nebbie e insabbiamenti cui è stato soggetto per oltre trent’anni. Ambienti di battaglia ai quali si accostano i racconti squarciati di Occult Banker e l’urlo punk di General Admission. Poca immagine e molta sostanza, riassume in breve l’anima della band le cui performance live si sono mosse con tempi biblici senza rincorrere i ritmi isterici dei palchi, ma suonando negli anfratti nascosti di Brooklyn per coloro che hanno saputo apprezzarli, da sempre. Ottanta minuti per ascoltare un gruppo decisamente fuori dall’ordinario.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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