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Dopo aver calcato palchi prestigiosi come quello del MIAMI e del LINE Festival di Schio, il trio milanese degli Atlantico arriva a Firenze per la quinta eliminatoria del Rock Contest in programma il 10 novembre al BUH! per l'occasione li abbiamo intervistati 

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Gli Atlantico sono un trio milanese formatosi nel 2016. Nel loro pop combinatorio si scorge la luce di un’identità definita, perché nel post moderno dei riferimenti impazziti, il coraggio di mettere insieme Cremonini, gli 883 e Mac DeMarco non è cosa da poco. La perdita, la vita quotidiana, le speranze disattese e il rapporto con una città amataodiata è nodale per comprendere la loro musica.
Dopo aver calcato palchi prestigiosi come quello del MIAMI e del LINE Festival di Schio, arrivano a Firenze per la quinta eliminatoria del Rock Contest in programma il 10 novembre al BUH! per l’occasione li abbiamo intervistati

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Atlantico – Tengobotta – Dir: LaForesta Produzioni (Davide Leto Barone + Sofia Marolda)

Avete una discreta attività dal vivo alle spalle, come vi siete trovati nei contesti festivalieri del Miami e del LINE?

La formazione era cambiata da poco e non c’era stato modo di creare un tour estivo né una scaletta live solida. Eppure i pezzi hanno subito iniziato a girare nel verso giusto. Ci siamo quasi stupiti di come tutto uscisse spontaneamente, come un meccanismo già rodato. Tutti e tre suoniamo da tempo e questa in linea di massima è la motivazione di un’unione così lineare e sincronizzata. Alla fine, salvo una normale riverenza di circostanza, i palchi non ci hanno intimorito e dopo il primo brano eravamo armonizzati con l’ambiente. Alla fine è andato tutto bene ci piacerebbe replicare presto.

Frequentare palchi di quel tipo consente secondo voi uno scambio attivo e stimolante tra musicisti, addetti ai lavori, etichette?

Molto. Ad esempio, poco dopo la nostra performance, sullo stesso palco del MIAMI, suonavano Davide Shorty e la sua band fantastica. Poi Coez e tanti altri. Sono realtà importanti e aver la possibilità di incontrarsi e scambiare due parole anche solo sull’attitudine con cui si affrontano eventi simili fa crescere. Poi va a finire che il momento di massimi incontri sono quelli attorno al buffet della cena (ridono n.d.a.)
Vedere Calcutta e chiedersi “cosa ci fa qui?” e poi vederlo nelle vesti, con tutti i se e i ma, di Liberato, sono cose che fanno piacere, fanno capire quanto margine di manovra possono avere alcuni artisti nel mondo della produzione musicale.
Per quanto riguarda le etichette invece non abbiamo avuto riscontri diretti durante gli eventi citati ma di sicuro quando ti presenti dicendo che hai suonato a festival di questa portata in apertura a Baustelle & co, il suo effetto lo fa.

Rispetto ai tre brani già prodotti, le nuove registrazioni che state preparando manterranno lo stesso approccio del vecchio materiale?

Ci abbiamo pensato molto. Alla fine la vera mente creativa dei brani degli Atlantico è l’unica cosa che non è cambiata nella formazione. Ma le differenze ci sono e sono sostanziali. Nel prossimo lavoro si percepirà un maggiore dualismo/scontro tra musica e parole. Si incontrano linee armoniche all’apparenza positive ma che alla fine del pezzo lasciano un po’ di amaro in bocca. Come ci fosse del tacito nervosismo, celato da quintali di pensieri che aiutano a vedere le cose in una veste più razionale e meno istintuale. Paroloni a parte non facciamo quelli che si prendono troppo sul serio. Quando avremo il prodotto finale in mano sarà più semplice vedere differenze e affinità tra i due lavori. Siamo i primi a essere curiosi.

Atlantico – Milano Dinosauro – Dir: LaForesta Produzioni (Davide Leto Barone + Sofia Marolda)

Il vostro è un pop che gioca con i sentimenti e le parole in modo giocoso. Milano Dinosauro sintetizza il vostro approccio. Da un racconto apparentemente legato alla descrizione del surreale quotidiano, emerge un ritratto sofferto della città. Che rapporto avete con Milano in relazione alla vostra musica?

Crediamo che Milano non sia una città molto musicale. Non è mai esistita e non credo ci sarà una vera e propria scena musicale alternativa, di localini per suonare ce ne sono sempre meno e lo stesso vale per le serate live.
La canzone parla dello spaesamento e della frustrazione dovuta al continuo essere respinti dalla città, delle mille possibilità apparentemente alla portata di mano ma che per un motivo o per un altro non riescono ad essere raccolte e godute nella loro veste naturale, senza il solito corollario di apparenza e finta cultura. E più si prendono sberle in faccia, più si va avanti cercando di convincere se stessi che Milano sia una scelta consapevole e non un obbligo. Non è una canzone contro la città: è il grido di dolore di un figlio “malcagato” da un genitore disattento.

I testi hanno una posizione centrale in quello che fate. Chi li scrive e soprattutto arrivano prima o dopo la musica?

I testi li scrive Davide il nostro cantante/chitarrista e vengono sempre e rigorosamente dopo la musica e soprattutto dopo un primo testo in finto inglese. Alla fine il finto inglese è una lingua che funziona perfettamente.

Dei tre brani incisi avete realizzato due videoclip, entrambi prodotti da LaForesta Produzioni. Raccontateci qualcosa in più su questa realtà e le modalità con cui avete collaborato per i due video di Tengobotta e Milano Dinosauro

LaForesta Produzioni è una casa di produzione fittizia di Davide, che come anche il nostro batterista Massimo, nella vita vera fa il videomaker e la talentuosa Sofia Marolda. Prende il nome da “LaForesta”, così si chiamava la casa milanese dove abitava Davide. Ora non esiste più, è stata disboscata.

In questa soggettiva personale su Milano che è “Milano Dinosauro”, la voce narrante ascolta i Negazione. Siete molto lontani dalla loro musica. Quali sono i vostri ascolti di oggi, quelli che in qualche modo confluiscono nella musica che fate?

I Negazione sono stati un gruppo fondamentale nella nostra crescita personale, i loro pezzi ci sono rimasti nel retrocranio ma riaffiorano spesso alla memoria se la mente viene stimolata in un certo modo, per esempio per l’appunto, un pomeriggio con il cielo plumbeo di novembre in via vigevano. Per quanto riguarda i testi sicuramente le fonti di ispirazione sono i giganti del cantautorato italiano come Lucio Dalla o Giovanni Lindo Ferretti.
In generale il suono che cerchiamo ammicca agli anni 80, sopratutto per quanto riguarda riverberi e suoni sintetici ma le influenze sono innumerevoli. Si va dagli Alt-J ai Verdena, dai Blur ai Whitest Boy Alive, Da Giorgio Poi ai Real Estate, dai Dinosaur Jr a Josh Homme o Cremonini. Il ventaglio è ampio e variopinto. Inoltre abbiamo gusti musicali che per quanto si possano sovrapporre in più nomi, sono anche sensibilmente diversi. Detto ciò troviamo che gli Atlantico abbiano un’identità riconoscibile. Non è un potpourri indefinito insomma.

Atlantico – Coltelli (audio)

Il modo di comporre di Max Pezzali, quello più malinconico, mi sembra sia un punto di riferimento molto presente nella vostra musica, forse insieme ad un pizzico di stralunatezza alla Mac DeMarco mi sbaglio?

Senza vergogna crediamo che gli 883 siano un po’ nella coscienza collettiva di chiunque sia cresciuto negli anni 90. Il paragone con Mac DeMarco lo apprezziamo molto e lo troviamo azzeccato perché è stata una delle poche uscite degli ultimi anni ad aver entusiasmato e lasciato una traccia nella memoria musicale del periodo. Quel suo modo “cazzone” di non prendersi sul serio è una cosa molto profonda che non dovrebbe mai sfuggirci.

Come avete lavorato in studio. Da soli o c’è stato il contributo di una produzione artistica?

La sola influenza è data dall’esperienza del professionista che ci registra o che mixa e masterizza i nostri pezzi. Non si tratta sempre delle stesse persone. Ci piace avere a che fare con figure consigliate o ricercate ad hoc per qualche brano che deve uscire in un certo modo o in un altro.

Il rock contest è una manifestazione che premia i partecipanti con una rete di scambio attiva tra addetti ai lavori e musicisti. Pensate possa essere utile per il vostro futuro, comunque vada?

Se non pensassimo che partecipare ai contest sia un beneficio al di là dei possibili premi, non avremmo motivo di parteciparvi. Sappiamo che incontreremo altre band da cui poter trarre qualcosa che può anche diventare determinante per il nostro sviluppo. La curiosità sugli addetti ai lavori poi è sempre tanta. Senza false illusioni o grandi film mentali. Inoltre un fattore da non tralasciare è che dovremo fare qualche viaggetto per poter partecipare a questo contest e i viaggi servono sempre per capire lo stato dell’arte del sentimento della band. Insomma, attendiamo questo evento, ricettivi.

La scheda degli Atlantico sul sito del Rock Contest 2017

 

Bruno Martini

Bruno Martini

Bruno: una laurea in scienze politiche, musica italiana tra gli ascolti principali, e un amore viscerale per tutte le british invasion