sabato, Dicembre 3, 2022

The Black Keys – Turn Blue: la recensione

Era il 2011 quando El Camino gettava letteralmente i Black Keys sulla folla allargata degli uditori mondiali consacrandoli ad idoli rock dell’anno, ma ancora oggi l’incipit di Lonely Boy infiamma locali, piste da ballo e gira a rotazione come singolone d’oro sulle radio. Andare oltre una simile eredità poteva essere una scalata impossibile, il rischio di cadere dalla cordata era altissimo così come l’istigazione a far affiorare la parola “delusione” sulle labbra dei più. Per questo, le soluzioni sembravano essere due. Confezionare un album sulla falsariga di El Camino ricercando in modo ossessivo il nuovo successo radiofonico e inanellando una sequenza di pezzi ritmati da non poter essere scordati, oppure cambiare completamene direzione e salire sulle spalle del pubblico molto, molto più vasto di un tempo e permettersi di sperimentare altro. Turn Blue è a tutti gli effetti “altro” rispetto al El Camino, è un parziale ritorno alle origini e ai tempi del catarroso Big Come Up o Brothers. Entrano in scena la produzione e parte della scrittura affidate a Brian Burton aka Danger Mouse (un nome una garanzia di cui abbiamo già parlato qui su indie-eye), seguono i suoni puliti e con poche distorsioni, l’abbondanza di falsetti e tutta l’atmosfera ovattata che pervade l’album.

Turn Blue si apre con i sette minuti di Weight of Love che lasciano spazio alla chitarra per leccare le crepe di un deserto spoglio e solitario dove irrompe, verso la fine, la voce di Dan Auerbach ad ammonire con il suo Don’t give yourself away/ To the weight of love. Il mood rubato alle cavalcate nel Midwest prosegue con In Time e con la psichedelica Bullet in The Brain andando a spegnersi nella serenata quasi beatlesiana di In Our Prime. A frantumare questa apparente tranquillità si inseriscono tre pezzi dall’andamento inaspettato. Fever, singolo dell’album che se non farà ballare come Lonely Boy, certamente si stamperà a gran rapidità in mente, It’s Up to You Now (dove la frequentazione di Dan Auerbach con Bombino mostra i suoi frutti) e l’inattesa chiusura di Gotta Get Away, un rock caldo e classico che potrebbe diventare senza problemi il secondo singolo dell’album.

Fra suoni anni settanta e un approccio glam che oscilla ora fra il country ora fra il soul, Dan Auerbach e Patrick Carney hanno tracciato la loro strada; Turn Blue è meno immediato e orecchiabile rispetto El Cammino, è un album tentacolare, da assaporare a più riprese fino al coinvolgimento totale.

Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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