mercoledì, Agosto 4, 2021

…A Toys Orchestra – Butterfly Effect: la recensione

Proprio quando si potrebbe iniziare a pensare che la produzione degli A Toys Orchestra sia arrivata ad espandersi di gran carriera raggiungendo un abbondante numero di album, la formazione di Agropoli riesce a stupire, positivamente, abbattendo sin dalla prima traccia alcuni sospetti che potrebbero accompagnare il sesto album in studio della band. Butterfly Effect esce a tre anni dall’aggressivo Midnight (R)evolution e dal documentario annesso Midnight Stories (vedi la video-intervista su indie-eye) e non si limita a raccogliere l’eredità impegnativa lasciata sul campo; Butterfly Effect raccoglie, rilancia e supera il lavoro precedente, rivelandosi fra gli album migliori ad oggi confezionati.

Coniugando alla consueta tendenza melodica sottolineata dai fraseggi del pianoforte un velo di offuscamento dark e metropolitano, i nostri portano in scena il già conosciuto languore mosso dalla distanza – per definizione incolmabile -, si lanciano a parafrasare un spaesamento acidulo in qualche modo imparentato col migliore Nick Cave degli anni d’oro. Non è un caso che Enzo Moretto e compagni abbiano deciso di fare rotta su Berlino e cercare a quella latitudine la giusta ispirazione e influenze per confezionare l’ultimo lavoro e che si siano lasciati guidare da Jeremy Glover (già produttore di Liars, Devastations e dei Crystal Castle) nella realizzazione dell’album.

Che siano state le luccicanti vetrate su Potsdamer Platz o i locali interrati fra le vie di Kreuzberg, non si può negare che il soggiorno berlinese non abbia giovato alla resa dell’album. E nonostante la ricerca di un’ispirazione “forestiera”, l’aggiunta di accorgimenti che investono in primo luogo l’organicità della composizione (gli effetti della voce di Enzo Moretto, le prodezze fra synth e pianoforte, la profondità della parte percussiva) Butterfly Effect è inequivocabilmente nato sotto il segno degli A Toys.

Il loro stile e piglio sono riconoscibili in ogni passaggio; sbucano nella marcetta di apertura Made To Grow Old di voci di Mirrorball, rullano nel blues circense di Mary. Vero è che il power-pop a cui ci eravamo abituati da Cuckoo Boohoo, passando per  Technicolor Dreams , fino a Midnight Talks, inizia a subire lente variazioni. Da un lato, le virate al mondo anni’80 che fanno proprie alcune esplosioni posticce e glitterate (Made To Grow Old, Fall To Restart), dall’altro il minimalismo alla Arcade Fire e The Notwist (My Heroes Are All Dead, Take My Place All Around The World ). Quello che ne risulta è l’equilibrio in mezzo al caos, la giusta sintesi che guarda in avanti senza tradire o citare fino allo strenuo le origini.

Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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