Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Bugo esce di scena. L'unico gesto possibile a Sanremo 70 

Di

Which lies are true?

(J.G. Ballard)

Nell’impero dell’immagine smaterializzata, quella che prende mille direzioni e si diffonde come un virus attraverso i social media, la cornice è sempre presente. L’iconosfera è apparentemente incontrollabile, ma il gesto di inquadrare è lì, a precedere le infinite dispersioni.

La cornice isola e definisce, controllando tutte le energie centrifughe per indirizzarle verso il centro. Il palco è un orlo che preserva l’identità di una performance, ma anche una minaccia fortissima all’autonomia delle forze che la compongono. Per questo e per altri motivi, la cornice non è mai neutra. Possiamo prenderne un pezzo e portarcelo a casa, cambiare prospettiva, filmare un dettaglio, ri-quadrare un concerto con il nostro smartphone, costruendo di fatto un altro confine.

La fiction “collusiva” che oggi innesca i processi di formazione di quell’immagine definita “automaticamente” come “immagine della realtà”, si è sviluppata intorno all’avvitamento tra inchiesta e telepresenza e ha radici molto lontane che non è il caso di indagare in questo contesto. Più veri del reale, così come la realtà può essere più falsa del teatro, i confini del reality si fondano sull’elusione totale di qualsiasi disinnesco endogeno al dispositivo.

L’assenza programmatica di un possibile ribaltamento del punto di vista conduce alla purificazione di tutte le ambiguità della visione, proprio dal momento in cui le interferenze, rientrano nella cornice stabilita dallo storytelling. Non ci è consentito guardare dal bordo della cornice per comprenderne i limiti, dobbiamo accettare una messa in scena apparentemente aperta, che di fatto concorre al depotenziamento di tutte le energie in campo.

Morgan che cambia un testo a Sanremo, crede e si immagina di rompere la cornice del racconto, ma ne costruisce un’altra, forse perché è proprio il controllo del senso ad interessarlo, l’accentramento di tutte le competenze di cui hanno parlato i discografici Mescal nel video “trapelato” e incorporato da Repubblica, il terrore che qualcosa sfugga al suo recinto creativo.

Al di là del desiderio di annientamento che il popolo della rete esprime senza staccarsi dal buco della serratura, probabilmente alla ricerca di un segno vitale, Marco Castoldi non riesce a far sparire la cornice all’interno dei due, tre, quattro quadri che ha cercato di incorporare l’uno nell’altro senza trovare pace.

Di fronte a questo desiderio forte di appropriazione registica, che tra l’altro mi sembra la cifra autoritaria e la peggiore qualità di Sanremo 70, con Achille Lauro in testa, Cristian Bugatti ha compiuto un gesto a mio avviso semplice e straordinario, raccontandoci che abbiamo la possibilità di uscire dai racconti degli altri e soprattutto dal proprio, che esiste un fuori campo come possibile ricerca di autenticità. Questa autenticità è una radice complessa, come il margine della foresta descritto da Deleuze. Su quella capacità di espandersi Bugo sta abitando un silenzio che ferisce e ci invita a riflettere.

Morgan, con un movimento opposto, cerca altre cornici che non possono contenerlo, rivelando un desiderio strabordante di centralità, dove il sabotaggio, se ci fosse, sarebbe semplicemente e inevitabilmente la moltiplicazione degli sguardi in un ambito collettivo. Favorendo o meno la sua egolatria, in fondo Castoldi racconta la nostra e quella di un regime che ci inquadra. 

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.