Dakota Suite & Quentin Sirjacq – There is calm to be done: la recensione

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La ricerca di Chris Hooson è incessante e al di là dei risultati non si può non riconoscere al musicista stanziato a Leeds un’ostinazione che si traduce molto spesso in rigore, un lavoro di scavo continuo sulla prassi del comporre che ha trasformato negli anni il suono del progetto Dakota Suite. Basta pensare a come la centralità della scrittura abbia progressivamente dissolto l’identità più intima e solitaria del “songwriting” in una forma legata maggiormente all’astrazione, tanto da avvicinare tutti gli ultimi lavori di Hooson, come scrivevamo, ad un vero e proprio “landscape gardening” sull’essenza dello spazio e del tempo, dove l’invisibile si fa strada nell’architettura del visibile, invertendone i rapporti di forza. Se la relazione tra suono e memoria, condivide qualcosa con il rapporto tra quest’ultima e le immagini, è nel superamento dei vincoli descrittivi. In questo senso There is calm to be done, la nuova collaborazione tra Hooson e Quentin Siriacq porta avanti le intuizioni sperimentate attraverso i precedenti lavori firmati insieme al pianista francese tenendo conto del percorso di cui si diceva, e allo stesso tempo innestando nuovamente la forma canzone con un approccio non dissimile a quello di The Hearts of Empty. La scrittura di Chris Hooson non è ovviamente più quella di “Song from a Barbed Wire Fence” e di “Signal Hill“, perchè non evoca più il vuoto attraverso l’imitazione di un “mood” o di un’atmosfera, ma lo  ricerca nella reiterazione, nella sospensione, nel continuo disequilibrio tra forma melodica e ritmica con un ritorno originario alle architetture modali, quelle più vicine ai suoni, anche impercettibili, della natura. Lo diciamo nuovamente con forza quindi; nella musica di Dakota Suite non c’è spazio per le trappole della nostalgia, per la memoria intesa come autocommiserazione, per l’immobilità del passato come dimensione ancorata ai frammenti materiali del ricordo, al contrario la sua musica è influenzata dal movimento della natura e dall’ambiguità della stessa, in un percorso circolare che ha tutte le caratteristiche dell’atemporalità.
“There is calm to be done” ci è sembrato come uno dei lavori più ispirati di Hooson, prima di tutto perchè non ripete le modalità delle precedenti collaborazioni con Quentin Sirjacq; se in “Valissa” e in “The Side of her Inexhaustible Heart”, si persegue una “modalità” vicina ad alcuni lavori di Arvo Pärt e di Henryk Górecki nella ricerca di un’economia sonora sempre più scarna vicina alla struttura della musica antica, e allo stesso tempo legata a quell’espressionismo che era già in lavori come “System/Layers” dei Rachel’s, qui si recupera una dimensione più comunicativa con un continuo entrare e uscire dalla struttura del racconto; non si tratta certo di un album “pop”, ma il dialogo che c’è tra brani più “tradizionali” come “this is my way of saying that i am sorry“, “in the stillness of this night” e dall’altra parte, composizioni più espressioniste come “committing to uncertainty“, “Ask the dusk“, “the tears that bind us to this place” e la title track; consente di comprendere più a fondo la mutazione di una scrittura nel suo farsi, come a dire che il rapporto tra mondo interiore e natura, corpo e spirito, viene descritto da Hooson con un lavoro che affronta queste dimensioni senza soluzione di continuità. Del resto, se si pensa a un brano come “Flat Seat“, che in coda sembra recuperare certi suoni di Morricone e Nino Rota per portarli da un’altra parte; con mezzi espressivi completamente diversi il risultato potrebbe essere lo stesso del “country-side” di Apollo Soundtracks, una narrazione sonora che spezza i confini formali tra “generi” e che punta verso l’infinito.