mercoledì, Gennaio 27, 2021

Golden Suits: i racconti pop di Fred Nicolaus

Fred Nicolaus, conosciuto per il suo songwriting nei Department of Eagles inaugura un nuovo progetto, il primo come solista, chiamato Golden Suits, nome che mutua dalla recente ossessione per i racconti di John Cheever e in particolare per The Country Husband, la storia di Francis Weed deluso dalla famiglia, nient’affatto interessata alla sua condizione di sopravvissuto dopo un brutto incidente aereo, e che si innamora di una babysitter adolescente; da questa frase del racconto di Cheever, Nicolaus ha preso il nome del suo nuovo progetto: “Then it is dark; it is a night where kings in golden suits ride elephants over the mountains“.

Nicolaus scrive l’album dopo una serie di eventi che lo mettono a dura prova, una separazione dolorosa, un viaggio in Germania alla ricerca della storia di suo nonno morto durante la seconda guerra mondiale, una situazione economica non troppo favorevole, e spinto dalla lettura di Cheever, compone una serie di canzoni che, ruotando intorno al mondo finzionale del narratore americano e alle recenti esperienze personali, oscillano tra sentimento, nostalgia e confessione, nel solco di una tradizione che è quella dei grandi narratori Americani osservati attraverso la lente della musica pop.

Nicolaus fa praticamente tutto da solo, per due anni consecutivi compone e registra tutti gli strumenti portando dentro al progetto l’altra metà dei Department of Eagles, ovvero Daniel Rossen, già nei Grizzly Bear, insieme a Chris Bear e Chris Taylor, sempre dei Grizzly Bear e coinvolgendo per alcuni episodi Becca Kauffman e Felicia Douglas (Ava Luna), Kris Nolte e Ian Davis (Mason Jar Music), e infine Fraser McCullouch (Milagres), che ha mixato e post prodotto l’album insieme a Nicolaus.

Golden Suits è costituito da dieci canzoni di apparente semplicità, scritte con lo stesso spirito che legava la produzione dei Department of Eagles alla scrittura dolceamara di Randy Newman e Harry Nilsson e alla propensione per gli arrangiamenti di Van Dyke Parks.

Proprio su questa linea, che è frutto di un approccio più diretto rispetto all’esperienza con i Department of Eagles, Nicolaus costruisce un racconto drammatico ed emozionale che cresce brano dopo brano, ogni traccia dell’album è trainata da un beat, un handclapping, un incedere marziale semplificato, che sembra riferirsi al modo in cui Paul Simon in Graceland cuciva la cultura nativa con un songwriting personale e universale allo stesso tempo.

La sensazione è che Nicolaus abbia lavorato davvero per intarsio, perchè se si prendono i due momenti opposti dell’album, la malinconica Restaurant Music, composta per solo piano e voce,  e la si mette accanto alla splendida  I think you would have been mine, sembra che abbia perfettamente assimilato il metodo Newman, quello che scarnifica i propri brani a partire dal primo album orchestrale del 1968 fino ad arrivare al suo lavoro più caustico,  Little Criminals, con una concezione della canzone che avvicina l’arte combinatoria del pop a quella di un narratore che sposta memorie e frammenti, come a dire che l’arrangiamento non è un soprammobile, ma un elemento essenziale per la caratterizzazione di un personaggio e di un sentimento.

In questo senso, Golden Suits si muove tra una concezione classica della canzone e un approccio minimale, ritmico, ossessivo, molto simile all’ossatura di Veckatimest dei Grizzly Bear ma senza quella stratificazione strutturale, perchè anche quando l’orchestra diventa full range nell’album di Nicolaus, sembra comunque la one-man-band allargata di un solo crooner che regge tutti i fili del racconto con una prossimità emotiva molto forte, un po’ come Harry Nilsson che durante le numerose fasi della sua carriera rivede il suo repertorio, lo ri-arrangia, lo trasforma, lo arricchisce di elementi mentre ne cancella altri.

Golden Suits è una raccolta di piccoli racconti illuminati da una luce rarissima, quella che promana da un narratore pop che ha un controllo assoluto della materia, ma che in virtù di questo talento, raggiunge un alto grado di semplicità.

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Piero Certini
Piero Certini si è laureato in letteratura anglo-americana con una tesi su Raymond Carver. Ama tutta la musica pop e crede che tra questa e un romanzo non ci siano grandi differenze.
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