mercoledì, Ottobre 21, 2020

The Prelinger Archives: Panorama videoclip

Sono pochi quelli che si ricordano “The Atomic Cafe“, il film di montaggio curato da Kevin Rafferty, Jayne Loader e Pierce Rafferty sull’ossessione statunitense per la bomba atomica, uscito in sala nel 1982. Costituito da una serie di frammenti in bianco e nero realizzati poco dopo la seconda guerra mondiale a scopo educativo o come strumento di propaganda interna, restituiva un’immagine inquietante della cultura politica americana, sospesa tra grottesche misure di autodifesa e un’idea quasi taumaturgica della bomba stessa, venduta al popolo come arma dalle incredibili virtù per il futuro equilibrio del paese. Quel film faceva emergere attraverso un’intensa ricerca d’archivio una storia, per esempio, implicita nel cinema di fantascienza degli anni cinquanta, raccontando, da una prospettiva transtorica, anche gli Stati Uniti del primo mandato Reagan.

Pierce Rafferty continuerà il suo lavoro nel ruolo di archivista e tornerà alla produzione scrivendo la sceneggiatura per “Heavy Petting“, il film diretto da Obie Benz e Joshua Waletzky, che con un metodo simile a “The Atomic Cafe” esplorava la formazione sessuale della generazione vissuta nell’America degli anni cinquanta, combinando materiali originali con il formato “talking heads” delle interviste, dove venivano coinvolti personaggi illustri, invitati a dare un contributo in forma confidenziale.

Tra gli archivisti coinvolti in questa breve stagione del cinema americano degli anni ottanta che aveva riscoperto il fascino combinatorio e le potenzialità narrative del found footage “defamiliarizzato”, figura spesso il nome di Rick Prelinger. Dopo l’università a Berkeley, l’esperienza newyorchese lo mette in contatto con i Rafferty e gli consente, proprio quando il consumo di cinema viene cannibalizzato dalla crescente parabola dell’home video, di accedere a migliaia di film dimenticati, con i diritti scaduti e realizzati per lo più a scopo educativo o come documentari industriali.

Prima dell’accesso globale a internet e della digitalizzazione connettiva del patrimonio audiovisivo, Prelinger penetra il regno “mai visto” della cinematografia destinata ad un consumo pragmatico, molto spesso libera da diritti di sfruttamento.

Gli archivi Prelinger cominciano il loro percorso nel 1982 a New York, per proseguire la via della digitalizzazione nel 2002 quando la collezione comincia a diventare consistente e il progetto si sposta a San Francisco, dove il professore e archivista statunitense incontra Brewster Kahle, il fondatore di Internet Archive.
La proposta di Kahle è quella di rendere disponibile online e in forma gratuita parte della collezione Prelinger, in un momento in cui i cosiddetti rich content media presenti in rete erano una rarità, anche per carenza di banda.

Senza restrizioni e con una formula che incoraggiava il libero ri-utilizzo, l’archivio Prelinger diventa parte integrante delle produzioni multimediali di tutto il mondo, uscendo dalla cornice circoscritta in cui si trovava per diventare parte di un’infrastruttura culturale di proporzioni globali. Un metodo che ha garantito la crescita commerciale del progetto, come dimostrano le costanti richieste di acquisto dello stesso materiale disponibile su licenza Creative Commons, per ottenerne copie a qualità maggiore rispetto a quelle presenti nell’archivio aperto, così da consentire la fornitura di servizi aggiuntivi per progetti di alto profilo. Una scelta parallela di vendita e sfruttamento libero le cui conseguenze, sul piano culturale e commerciale, vanno ben oltre il sistema di licenze che regola il mondo corrente delle immagini stock footage.

Effimeri, come traduzione letterale di “Ephemeral”, è la definizione che lo stesso Prelinger ha assegnato al materiale raccolto negli ultimi quarant’anni, per indicare quei film prodotti in contesti pubblicitari, formativi o governativi e quindi destinati ad un utilizzo limitato nel tempo.

Un concetto che Prelinger chiarisce con la realizzazione di “Panorama Ephemera“, un lavoro di 90 minuti da lui realizzato nel 2004, due anni dopo l’acquisto degli archivi da parte della Library of Congress.

Costituito da una serie di sequenze autonome ri-combinate in una nuova costruzione narrativa, si distacca dalla forma collage dei film che usano materiali d’archivio, per far emergere una storia parallela degli Stati Uniti come rimosso (in)visibile tra le immagini. É un processo di defamiliarizzazione che informa tutto il lavoro archivistico di Prelinger, ma che in questo film di montaggio in particolare, mostra come ciò che credevamo “famigliare” e conosciuto, possa aprirsi a nuove possibilità di scrittura e di lettura.

Mentre le competenze e gli interessi di Prelinger sono molto più vasti della missione culturale veicolata dagli archivi, basta pensare a tutte le questioni inerenti la conservazione delle pellicole in nitrato, in questa sede ci interessa soffermarci sul ruolo che la collezione ha avuto nel videomaking combinatorio destinato alla videomusica, durante la recente YouTube era.

Si tratta di un processo che ha investito anche la prassi amatoriale in termini partecipativi, con i fanvideo generati dall’utente, alcuni dei quali hanno ottenuto più visualizzazioni di qualsiasi uscita ufficiale, come La Femme D’Argent degli Air, sincronizzata su “A Trip Down Market Street” del 1906, il filmato disponibile su Internet Archive girato poco prima del terremoto di San Francisco.

Dello stesso tipo l’abbinamento di Everything You Do is a Balloon dei Boards of Canada con il film educativo del 1963 “One Got Fat”, che ha capitalizzato più di 8 milioni di visualizzazioni.

Una prassi che assimila amatori e musicisti indipendenti per ragioni di “portabilità”  dei processi di reperimento e post produzione.

Uno dei lavori più recenti è quello della cantautrice americana Hannah Miller, che il maggio scorso ha pubblicato il suo nuovo singolo Sing Anyway sovrapponendo le immagini dei Prelinger Archives ad alcune immagini del suo personale isolamento durante il Covid-19,  cercando di stabilire una connessione spaziale e simbolica tra il tempo dei due footage.

Più vicino all’etica di Prelinger è Sift di Hater, pubblicato da Fire Records lo scorso 28 maggio con una post produzione “essenziale” di Caroline Landahl, che alterna immagini dei Prelinger Archives legate al consumo e alla produzione dell’industria musicale.
La prestigiosa label americana si è spesso servita di Internet Archive per i video dei propri artisti, tra questi citiamo il lavoro di montaggio di Emily Scott per It’s winter di Modern Studies, dove si cerca l’aura della perdita nelle immagini che raccontavano l’adolescenza di settant’anni fa.

Più creativo in termini di post produzione, ma anche più distante dalla filosofia Prelinger, il lavoro di Mr. Steve Wood nel video di A New Kind of Universe realizzato per i Fort Frances, dove le immagini d’archivio diventano sfondo, contorno e riempimento per un gioco di maschere e canali alpha che consentono l’interazione tra CGI e stock footage.

Più simile alle sinergie con l’archivio del film di famiglia di Bologna, il lavoro di Slate + Glass per la cantautrice americana Jill Andrews. Nel video di The Kids are growing up, si sfrutta la parte amatoriale degli archivi, per ricercare nei film di viaggiatori o di famiglie occasionali, quella “disparità temporale” che si può formare tra due percezioni soggettive.

Nel 2018 The Breeders tornano ad incidere dopo dieci anni di inattività. Il singolo di Walking with a Killer esce come videoclip nel 2019 e “sporca” i footage Prelinger con le splendide animazioni di Marcos Sanchez, bell’esempio di animazione ibrida e di videopittura che combina un gusto per il taglio come dispositivo narrativo drammatico, con disegni desunti dalle forme urban e street.

Quello dello scavo nelle memorie altrui, disincarnate e per usare un termine caro allo stesso Prelinger, “defamiliarizzate”, è una costante che interroga spesso la scrittura di alcuni musicisti, soprattutto quando lavorano con la definizione di tempo e spazio sonoro. É il caso di Memories di Emmit Fenn, che sceglie opportunamente un formato degradato, anche come dimensioni, combinando volti disancorati dal tempo con l’aiuto del montatore Conner Bell.

Un lieve accenno di arte del remix nel visualizzatissimo video di The Wheel per S.O.H.N. Lo shifting temporale delle immagini che attiva un classico movimento scrub, una costante da Harmony Korine a Scott Cudmore, rintraccia nei footage degli archivi Prelinger la relazione tra natura e industria, allineando il ritmo fratto del brano di S.O.H.N. con quello interno alla sequenza.

Spirito punk quello di The Julie Ruin, che nel video di Run Fast realizzano un lyrics video sui volti irregimentabili di una gioventù ribalda ed eterna.

Design for Dreaming, il film realizzato al General Motors Motorama del 1956 è la fonte Prelinger utilizzata da Femina Ridens per il video di Relazioni Ansiose dove le dinamiche del desiderio vengono re-inventate con ironia, stabilendo un ponte tra gli anni cinquanta e il futuro. Proprio Francesca Messina, che ha realizzato la clip, spiega la sua prassi combinatoria nel rileggere quelle immagini: “L’innamorato, di qualsiasi epoca, quando non è certo di essere corrisposto, vive una relazione ansiosa, diventa un visionario, vaga con la fantasia, rivolgendosi ad un immaginario maschile e femminile molto articolato. E proprio a questo immaginario che si collega ironicamente questo video.”

Psycheground è il video “Prelinger” dei Calibro 35 realizzato con la post produzione animata di Aline Helmcke, straordinaria artista formatasi a Londra e Berlino, specializzata in illustrazione e in cut-out animation. Nell’esempio citato lo stock footage è ridotto al minimo e viene letteralmente “sfondato” dal lavoro di motion graphics ideato dalla Helmcke. La filosofia Prelinger in questo caso viene completamente tradita, per cercare nella sequenza un mood e un’aura da proiettare in altre direzioni, più vicine al mondo “decorativo” e “in stile” della band romana e a primi esperimenti fatti con il Paintbox della Quantel tra gli anni ottanta e i novanta.

Gli esempi italiani nell’utilizzo di archivi condivisi si sono moltiplicati durante il lockdown imposto dal governo Conte, forse il miglior segnale di resistenza alla retorica dell’interfaccia “split” diventata linguaggio imposto. Tra quelli che hanno utilizzato gli archivi Prelinger dichiarando la fonte, Michael Exodus meets Rankin Delgado con Soup in a Pot, combinazione tra live e found footage, per la regia di Franco Monopoli con la direzione della fotografia di Mauro Gianesini. Oltre al classico lyp sync dove Ranking Delgado da vita ad una foto segnalatica dal “carcere” della quarantena, si alternano immagini dell’archivio sfruttate in direzione ritmica, una delle strategie più battute dagli editor in campo videomusicale, nel tentativo di creare un nuovo percorso tra le immagini, fuori dal ritmo interno alla sequenza.

Più ambizioso e polimorfo il progetto di Marco Parente diffuso qualche giorno fa via YouTube. “American Buffet” è il primo lavoro come Buly Pank, alter-ego dell’artista apolide toscano, maschera tredicenne che si appropria di un suo vecchio moniker, per dare vita ad un prodotto combinatorio, realizzato con lo spirito vicino allo spontaneismo della performance dadaista, ma anche simbiotico e speculare rispetto alle attitudini punk. Fuori dalla dimensione tridimensionale del palco, “American Buffet” è diventato un “discometraggio” dove dalla narrazione musicale si è arrivati alla combinazione di immagini provenienti dai Prelinger Archives,  montate per l’occasione da Fabio Rosseti, architetto e parte di EXTRASync, piattaforma interdisciplinare che ha lavorato anche con gli archivi ritrovati (Memory Cam). 
La narrazione “Americana” di Parente / Rosseti, si avvicina in parte allo spirito di “Panorama Ephemera”, il lungometraggio di Prelinger di cui parlavamo, ad eccezione dei suoni e della dimensione aurale originale, che nel lavoro del professore e archivista americano è un elemento materiale del tutto cruciale. “American Buffet” si serve di un’altra ricerca sonora, quella di Parente sulla materialità dei suoni, sulla percezione della parola, qui sondata con un linguaggio del tutto inventato ed infine sulla sintesi tra suono e rumore.

Ambiti e applicazioni eterogenee quelle descritte in questa carrellata incompleta, ma che indicano negli archivi ad accesso libero una possibilità creativa capace di abitare il concetto di distanza e di isolamento in termini partecipativi. 

Dalla videopoesia fino all’estetica del remix, gli Archivi Prelinger di pubblico dominio rappresentano una delle risorse principali per il reperimento di materiale evocativo. 

Conviene a tutti sostenerli: The Prelinger Archives

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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