martedì, Dicembre 1, 2020

Synusonde – Yug (Minus Habens Records, 2011)

Il pianoforte è uno strumento che possiamo porre paradigmaticamente in relazione con la storia stessa della musica colta europea. Derivato da clavicordo e clavicembalo, avrebbe soppiantato i più antichi strumenti a tastiera sul finire del XVII secolo, quando i compositori lo avrebbero scelto come supporto d’eccezione. Di conseguenza, da quel momento in avanti, il pianoforte sarebbe diventato la chiave di volta a cui si sarebbe appoggiata la seconda arte. Né la sua funzione si sarebbe esaurita con l’avvento della stagione contemporanea: opportunamente “preparato” o nella sua forma pura, avrebbe svolto un ruolo cruciale anche nel porre le basi dell’avanguardia colta. La premessa è d’obbligo: Yug dei Synusonde si propone infatti di sondare le infinite potenzialità espressive dello strumento, di esplorarne le capacità armoniche come anche gli utilizzi meno ovvi. Il progetto nasce da un’idea di Paolo Bragaglia, artista elettronico di formazione new wave, che attualmente si occupa soprattutto di colonne sonore, sound design e installazioni. Non a caso, i paesaggi che affrescano Yug rivelano una potenza immaginifica dirompente, che illustra opportunamente la profondità dell’inconscio servendosi di un idioma mutuato dalla migliore IDM. Su tali fondamenta interviene l’italoamericano Matteo Ramon Arevalos, musicista di estrazione classica perfezionatosi su Olivier Messiaen e György Ligeti, che decora con raffinate evoluzioni pianistiche le composizioni elettroniche di Bragaglia. Dall’interazione fra i due scaturisce un’opera monumentale che ripercorre un secolo di sperimentazioni, dimostrando in oltre cinquanta minuti una varietà stilistica notevole; elemento che in definitiva costituisce l’aspetto più affascinante dell’intero lavoro. Ci sono le figure melodiche di Motetus e Allsaintz, in cui loop glitchosi di scuola Warp e maestosi synth bass accompagnano un piano a tratti solenne e meditativo, a tratti frammentato, a tratti violentemente percussivo come in certe sinfonie di Philip Glass. DoD rivela un’atmosfera ben più rarefatta, debitrice se mai degli acquerelli sonori di Satie: poche note di piano sprofondano in un oceano di crepitanti effetti sonori. Mahler si rifà al minimalismo più accessibile di Michael Nyman e Ludovico Einaudi, così come anche Locust, sorretta da ronzanti bordoni elettronici. Quest’ultimo brano, tuttavia, subisce un violento scarto a fine corsa: le corde del pianoforte vengono percosse, sfregate e pizzicate, scatenando un’infernale sarabanda rumorista che tira in ballo il linguaggio dell’avanguardia colta, ulteriormente sviscerato nella parte centrale dell’album. Si va dalla tempesta di scricchiolii in Cannon (nel cui remix Cannon Reworked Massimo Simonini aggiunge caos al caos con estratti da giradischi, CD e trasmissioni radio), al dialogo serrato fra pianoforte e violoncello in Luv, condotto su un sottofondo “orrorifico” e beffardo. Shadowline si distingue per suggestioni cinematografiche da fantascienza anni ’50, evocate dalla presenza delle Onde Martenot dell’ospite Bruno Perrault; bellissimi anche gli interventi del piano, le cui note colano discrete come gocce di pioggia per poi strutturarsi in un arioso assolo. Motetus II è forse il brano che più si discosta dall’atmosfera generale del disco: le pulsazioni analogiche della batteria elettronica e i pad di sintetizzatore trascinano la musica lungo i binari di una new wave ombratile e fumosa, che porta ad inevitabili paragoni con i Tuxedomoon di Suite en sous-sol/Time to Lose. Un’opera come Yug si inserisce in una tradizione pluridecennale, che ha visto a più riprese la musica accademica avvicinarsi all’elettronica, diventata col tempo un genere ampiamente diffuso anche nelle sue forme più intellettuali. Da Karlheinz Stockhausen ai Kraftwerk, da Switched-on Bach ai paesaggi immaginari di Aphex Twin e Autechre, questa permutazione continua ci ha dimostrato non solo che esistono presupposti per un proficuo dialogo, ma che anzi spetta proprio all’elettronica la responsabilità di raccogliere il testimone della musica classica, l’onere di concepire le sinfonie che andranno a musicare questo nuovo millennio. Una dichiarazione che – ne convengo – si rivelerà un’ovvietà per chiunque abbia in minima parte seguito le evoluzioni del settore nell’arco degli ultimi decenni, ma che tuttavia è sempre bene ribadire di fronte a lavori solidi e convincenti come questo.

Synusonde sul web

Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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