venerdì, Settembre 25, 2020

Natalie Merchant – Leave your sleep ( Nonesuch – Elektra, 2010)

L’ultima “opera” di natalie Merchant ha esattamente “questa” forma, un kolossal di proporzioni mastodontiche per condizioni produttive, lavorazione, ambizioni, durata e risultati. Per chi scrive, quell’assorbimento che i 10000 Maniacs hanno subito sin dal loro secondo lavoro a favore di un progetto sempre più interiore non poteva che ridursi progressivamente alla forma eminentemente letteraria del songwriting di Natalie, tanto che la sopravvivenza e il reloading recente dei Maniacs con una nuova lead singer ha manifestato quello che era evidente sin dall’inizio sulla solidità e allo stesso tempo volatilità di una band che in fondo funzionava grazie ad una potente dictatorship in grado di orientare ottimi collaboratori. Quello che in effetti non convinceva sino in fondo nelle esperienze soliste della Merchant era l’equilibrio tra controllo e forma canzone; Tigerlily ne è un esempio, album affascinante e per certi versi struggente, vicino temporalmente e affettivamente alle ultime produzioni dei Maniacs, debordava e sfuggiva in un buon numero di episodi lasciandosi andare ad un sopore ipnotico e ad un sound incapace di emergere, tanto sembrava costruito su una griglia di suoni dalla normatività internazionale che non sdrucciolavano nell’effetto Norah Jones solo grazie allo storytelling strabordante e visionario della Merchant. Di segno opposto ma rivelatore dello stesso problema un lavoro come Ophelia, colto delirio dell’ego che commuove solamente per la totale abnegazione di Natalie ad un universo letterario stratificato, ma confinato ai limiti dell’impenetrabilità; una necessità feroce di raccontare che si traduceva in un disprezzo assoluto per la conciliazione; del resto, il fascino di chi non ti tende immediatamente la mano risiede nello stimolo ad intraprendere un percorso di avvicinamento basato sull’interpretazione e sulla possibilità. E in effetti Motherland e il successivo The House Carpenter’s Daughter cancellano, azzerano e riportano Natalie a contatto con la terra, il primo sperimentando un eclettismo vitale che straborderà in termini proporzionali in questo Leave Your Sleep, il secondo concentrando i suoi studi su una personale rilettura della classicità infedele del folk anni ’60. Eccolo allora l’ultimo lavoro di Natalie Merchant, probabilmente il suo più bello dai tempi dell’urgenza apolide di The Wishing Chair, come se il ripiegamento nichilista di Ophelia rilanciasse il suo anelito intimamente monumentale a partire dai suoni del mondo-America con una capacità sorprendente di riacquisire un dominio illuminato su di un numero hollywoodiano di collaboratori. Non è un caso che il folk internazionale e allo stesso tempo centripeto di Leave Your sleep ricordi da vicino le incursioni titaniche di alcuni compositori dalla forte radicalità etnica come (per citarne uno)  Michel Danna, che in un patto con le grandi produzioni invece di perdere personalità ha conquistato una capacità narrativa e comunicativa enorme, basti pensare a quanto di Herrmann e dei caratteri Armeni sia presente nel soundtrack di Chloe, l’ultimo film diretto da Atom Egoyan. La Merchant se si vuole compie un’operazione di respiro ancora più ampio, un territorio sul quale avrebbero scommesso pochi compositori, tanto è vasto il range di possibilità sincretiche in atto. Su di un tessuto letterario possente di cui è abbastanza difficile render conto in questa sede, per spazi e mezzi, quello che da una parte sembra un progetto di storia letteraria molto preciso, è anche un percorso di storia musicale Americana, proprio quando questo sembra uscire dai confini più streattamente “nativi” del tessuto storico-sonoro; in fondo passare dal Klezmer alla furia Balcanica, fino al folk celtico, alle contaminazioni Cajun, al Dixieland, al Rythm and Blues, fondendo addirittura Medio Oriente con il folk più vicino alla trasmutazione dei nativi (indian names) assume semplicemente le forme di un racconto sulla nascita e lo sviluppo di una nazione, che perdonate, potrebbe render vane le promesse narrativo ecumeniche di Sufjan Stevens, fermo ancora a qualche stato. La Merchant lo fa lungo 26 tracce, davvero senza un cedimento, costruendo un vero capolavoro per consistenza e coesione, senza perdere la connessione tra cervello e sangue e mi si permetta, senza quell’assenza di serotonina che ha piagato il folk americano con qualche bizzarria del cazzo di troppo.

 

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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