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Mark Stewart ancora minorenne - miscelava punk, funk, jazz e dub in una delle band più influenti di tutti i tempi, i fantasmagorici Pop Group. Ecco l'intervista per indie-eye.it 

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Poeta della working class britannica, terzomondista per vocazione, funky come Super Fly e animato dalla vis polemica di un Nietzsche o di un Marcuse. Se state pensando ad un supereroe non siete molto lontani dalla verità, dato che le risorse di Mark Stewart sembrano davvero illimitate. Alla fine degli anni ’70 il nostro – ancora minorenne – miscelava punk, funk, jazz e dub in una delle band più influenti di tutti i tempi, i fantasmagorici Pop Group. Nel decennio successivo arrivava a teorizzare uno stile avanguardista, fusione di industrial e hip-hop, che avrebbe costituito la principale fonte di ispirazione per tutto il Bristol Sound. Pur muovendosi da sempre ai margini del music business Stewart ha raccolto le lodi di mostri sacri come Nick Cave, Daddy G e David Bowie, ed è percepito alla stregua di un guru dalle nuove generazioni post-punk, che ai suoi esperimenti sonori devono praticamente tutto. Nell’ultimo lustro è stato tributato il meritato rispetto alla carriera dell’uomo in ben due occasioni, da prima con la compilation Kiss the Future, edita da Soul Jazz nel 2005, quindi con il documentario On/Off di Tøni Schifer, presentato in anteprima all’East End Film Festival nell’Aprile del 2009. Non per questo il nostro è rimasto a crogiolarsi sugli allori: alla fine di un anno caratterizzato da rivolte e collasso del sistema finanziario sono arrivati prima l’inattesa reunion del Pop Group, quindi un album solista nuovo di pacca.

Graziato da una vena compositiva particolarmente felice, The Politics of Envy (Future Noise Music, 2012) è altresì valorizzato da una produzione curata fin nei minimi dettagli. Le innumerevoli diramazioni del suono black vengono affrontate da una prospettiva elettronica, in un mélange sonoro impregnato di umori apocalittici. Così Vanity Kills, Codex e Want chiudono i conti con quella dubstep che negli ultimi anni ha infiammato il Regno Unito, mentre Method to the Madness e Apocalypse Hotel rallentano ulteriormente il passo, andando a riesumare un sound debitore del trip hop più oscuro. Ma c’è anche spazio per il funk-rock barricadero di Autonomia, in cui Stewart mantiene vivo il sogno in compagnia di Bobby Gillespie (Primal Scream), e per il dub di Gang War, dove è il venerando Lee “Scratch” Perry a sputare diamanti sugli Dei della Guerra. In tale contesto incuriosiscono particolarmente gli affondi pop: la gemma Sterotype – con un eccellente cammeo di Keith Levene (ex P.I.L.) alla chitarra – la house caciarona di Gustave Says e il sensuale electroclash Baby Burgeois, in cui Stewart inveisce contro i corporate cocksuckers su una base ritmica che potrebbe facilmente sedurli. La splendida Letter to Hermione – Bowie d’annata riletto in chiave ambient-wagneriana – varrebbe da sola il prezzo dell’acquisto. Rinfrancati da tanta abbondanza abbiamo contattato Mark Stewart per interrogarlo circa la genesi del disco, rimanendo piacevolmente sorpresi nel trovare all’altro capo del telefono una persona di una disponibilità disarmante.

Indie Eye: “L’album si è sviluppato a partire da un progetto artistico che avevo intenzione di portare avanti assieme a Kenneth Anger… nonostante alla fine non se ne sia fatto più niente, lo spirito di Anger aleggia ancora in ogni traccia”. Questo è quanto hai dichiarato alla stampa circa l’origine di The Politics of Envy. Puoi dirci qualcosa di più al riguardo?
Mark Stewart: Dunque, di recente ho organizzato un evento per celebrare la carriera di Kenneth in Portogallo… è stato il mio modo di rendere omaggio alla generazione che mi ha preceduto… il lavoro di Kenneth negli anni ’40 e ’50 è stato realmente di rottura, ha dovuto combattere a lungo prima di riuscire ad essere ascoltato. Durante l’evento c’è stato un concerto e lui ha suonato il theremin, finendo poi per fare lo stesso sul mio disco. L’idea, in origine, era quella di collaborare ad una stesura cinematografica e musicale del suo libro Hollywood Babylon. Non è detto che il progetto non si realizzi prima o poi, ci stiamo ancora lavorando… avere tanti ospiti sul disco rappresenta anche un tentativo di ricreare quel clima di collaborazione che si respirava alla Rough Trade nei tardi anni ’70… incidevamo tutti per la stessa etichetta, collaboravamo, stampavamo split singles insieme e via dicendo… in effetti ho finito per coinvolgere nelle registrazioni un sacco di gente conosciuta in quel periodo…  (continua….)

 

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Federico Fragasso

Federico Fragasso

Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco