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Tiziano Sgarbi aka Tizio aka Bob Corn torna a Roma per un concerto dei suoi, intimo, intenso, pieno di racconti tra un brano e l’altro. lo abbiamo incontrato a Roma il 13 Febbraio 2012 presso il Fanfulla, ecco l'intervista 

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Un uomo e la sua chitarra. Una formula semplice cui non si può chiedere di più. Tiziano Sgarbi aka Tizio aka Bob Corn torna a Roma per un concerto dei suoi, intimo, intenso, pieno di racconti tra un brano e l’altro. Songs To The Wind è il nome (o meglio uno dei due nomi) del suo nuovo disco, fresco d’uscita per la sua storica etichetta Fooltribe, crocevia di collaborazioni e amicizie, incontri in giro per il mondo e voglia di suonare. Lo stesso spirito anima Musica Nelle Valli, il festival da lui ideato e curato ormai da tredici edizioni e che, ci assicura, tornerà questa primavera, come sempre nel suo piccolo paese natio, San Martino Spino (MO). Il concerto scorre tra una perla acustica e l’altra: è la prima volta che vedo Bob Corn dal vivo, ma ho la stessa espressione ammirata e sognante di chi è venuto a risentirlo per la n volta. Quasi subito Tizio ci invita a fare un passo avanti: effettivamente non ha molto senso non raccogliersi attorno a un cantastorie. L’incanto surclassa anche la frangia più molesta del pubblico e tra brani vecchi e nuovi, cover di amici (una splendida Radiation dei Comaneci) e qualche battito di piedi, Wearing Wings si aggiudica il picco onirico del set, che finisce camminando tra il pubblico: le storie si confondono e diventano una sola, un po’ di Tizio, un po’ di tutti noi. Lo incontriamo dopo un soundcheck tardivo, nella penombra dell’ingresso del Fanfulla. Rocknroll, sad punk e legami in giro per il mondo: “basta solo crederci e vederlo”.

Ciao Tizio! Questa sera al Fanfulla presenti il tuo disco nuovo. Raccontaci un po’ come è nato e come sono andati gli ultimi mesi.

Ho fatto un tour lunghissimo ad Ottobre e Novembre di 52 concerti in 51 giorni, con l’idea di tornare a casa e poi registrare. Così abbiam fatto! Per la prima volta ho registrato in cucina a casa mia. È venuto il mio amico Giorgio, che suona nei Three in One Gentleman Suit, abbiam portato l’impiantino e preso qualche bel microfono. Ho invitato un po’ di gente a suonare con me: Bruno Dorella alla batteria, Glauco e Francesca – Comaneci, Lili Refrain a cantare in un pezzo, Fabio – Musica da Cucina. Manuele dei Giardini di Mirò suona il violino e la tromba in un brano o due.

Il titolo?

Ah, giusto! Si chiama Songs To The Wind, ma ho cambiato il titolo in corsa. Si doveva chiamare Marching To The Wind, poi ho cambiato idea e mentre lavoravamo alla grafica ho detto a Paolo di mettere l’altro. È bello perché quando mi sono arrivati i permessi della SIAE a loro avevo già dato l’altro nome, perciò il disco ha di fatto due titoli, quello ufficiale è Marching…, mentre sulla copertina c’è Songs… Mi fa ridere ‘sta cosa. L’idea era proprio marching: “vai in contro al vento”, “anche se il vento ti viene contro, vai te contro di lui, che è ora!”, ma poi ero sicuro che qui in Italia tutti avrebbero detto “MarchinG” e la cosa mi stava sui coglioni. Ho pensato per un po’ di mettere l’apostrofo finale, ma mi sembrava da sborone, perciò ho optato per Songs [Ride].

Ha ancora la grafica e la confezione stupende dell’ultimo?

Sì, è gemello dell’ultimo disco The Watermelon Dream. I primi eran gemelli, i secondi due eran gemelli e così gli ultimi due. Questo è il sesto che faccio. Sto già pensando al prossimo, perché dovrò cambiare di nuovo l’artwork. Per questo qui ho sfruttato la fustellatura che mi hanno fatto: dove vado a stamparli in tipografia la chiamano “la rana”, perché quando lo apri ed esce fuori della custodia dà l’idea di un salto.

Ti chiedo subito: ci sarà Musica nelle valli 2012?

Certo, sarà il 25, il 26 e il 27 di Maggio. Lo faremo sempre lì al Barchessone Vecchio di San Martino Spino. Non ti do anticipazioni di nomi vari perché sono ancora in fase di allestimento del cartellone. Sono già a buon punto ma vorrei aspettare un attimo insomma. Dicendo chi è già confermato adesso mi sembra di sminuire chi si aggiungerà dopo, capisci? Molto spesso poi chi si aggiunge alla fine è yeah!, non viene mica solo dopo.

Certo. So che l’hai raccontato un sacco di volte, ma è sempre bene ricordare. Come è nato il festival, che ha già ormai una lunga storia alle spalle?

Il festival ha avuto due o tre fasi: all’inizio è nato proprio come una cosa di band locali, poi abbiamo iniziato a inserire un gruppo headliner non locale. Dal momento che avevamo iniziato a organizzare concerti in giro ci siamo poi chiesti: “Perché non iniziamo a fare un festival con le band indie italiane che ci sembrano più fighe? Non lo fa nessuno, perché non ci proviamo?”. Ci abbiam provato e ha funzionato, ma mica un po’, proprio bene! Abbiamo fatto questa scommessa e alla fine è andata molto molto bene; siamo arrivati a dei livelli, tipo tra il 2001 e il 2004, in cui abbiamo avuto delle edizioni toste, con mille persone o addirittura di più. Se vai a rileggere le line up di quei festival lì… fa un po’ impressione a me, che sapevo bene chi erano ‘sti ragazzi. Organizzavamo concerti in modo continuativo a San Martino, a Mirandola, a Ferrara, a Bologna durante tutto l’anno e ci siam decisi ad organizzare un festival con le band, i ragazzi e le ragazze che ci piacevano di più. Poi sono arrivato ad un punto in cui la situazione era persino troppo grossa rispetto a quelle che erano le nostre potenzialità, c’erano anche delle questioni personali, abbiamo un attimo tirato i remi in barca e io ho anche perso proprio la voglia di farlo, devo dire la verità. Nel frattempo altri festival erano nati e insomma… non sapevo più se aveva un senso fare quello che facevamo o meno, finché ho iniziato ad andare in giro a suonare, ho iniziato a incontrare tanta altra gente e a suonare con tanti altri gruppi e… questa gente, questi altri gruppi mi han fatto venire voglia di tornare a fare il festival e di farlo diventare quello che è diventato adesso: più una riunione di amici e di gruppi e di cose così che un festival cool vero e proprio. Non mi interessa mica fare una cosa così. Saprei come portare 5000 persone a San Martino Spino, ma non mi interessa. Io conosco un sacco di gente in giro, che ragiona e fa le cose, che vive le persone in un certo modo. Magari capita che queste persone non si conoscano fra di loro e io ho quest’ambizione, questo desiderio “strano” di farle incontrare fra di loro e soprattutto di farlo dove vivo: questo è lo spirito del festival ultimamente. In più per me è un’occasione per incontrare gente nuova.

Leggendo i tuoi resoconti di viaggio sul sito della Fooltribe si percepisce proprio come l’amicizia sia alla base dei tuoi progetti. Visto che hai suonato in un sacco di posti, c’è un paese a cui sai particolarmente legato o dove ti trovi meglio?

Me l’hanno chiesto spesso. Non è che trovi grandi differenze tra paese e paese, semmai tra situazione e situazione. Certo, ho il mio posto preferito, che è la Francia, ma perché si mangia e si beve bene! Uno dei posti dove mi piace meno andare al momento è l’Olanda, ma in Olanda ho tantissimi amici, due band olandesi suoneranno al festival quest’anno.

E l’America? Raccontaci un po’ del viaggio del 2009.

Ah, beh, quella è stata una cosa indescrivibile… ci vorrebbero delle foto! Non ci ero mai stato prima, ci sono andato a quarant’anni, pieno di idee e di aspettative… ci sono andato per fare le mie canzoni, quello è stato il motivo. Un’esperienza bellissima: 25 concerti, 24 dei quali organizzati da persone che già conoscevo. Tutti ci hanno trattato bene. In genere chi va a suonare in America si lamenta delle condizioni; io non ho mai dormito sul pavimento, Francesca [Amati] invece ci ha dormiti per quattro sere, perché siccome mi faceva male la schiena mi lasciava il divano o il materasso… [Ride] questo a New Orleans, ma aveva i sacchi a pelo sotto, quindi non era così male! Quando vado a suonare in America o in Inghilterra la cosa che sento di più è che là canto esprimendomi nella loro lingua, ovviamente.

Come vengono percepiti là i tuoi testi?

Tante persone mi han dato un parere, tutte cose molto belle! Chi di solito si lamenta dei miei testi, del mio inglese è italiano: “Tizio, si capisce benissimo che non sei madrelingua”… ma questa è proprio la cosa bella, perché ti esprimi in un modo che in genere i madrelingua non riescono a pensare e che quindi risulta immediatamente poetico. Ti racconto questa: una sera ero a Monaco e uno dei ragazzi che organizza mi dice: “Vedi Tizio, quello lì è il bassista dei Pogues”. Io suono e alla fine del concerto il tipo viene da me e mi fa i complimenti per le mie canzoni, proprio per i miei testi, e mi dice: “Anche io suono in una band!”, io ho fatto finta di non saperlo e lui: “Ci chiamiamo Pogues, abbiamo da poco ripreso a suonare” e io “Ah, dai, ma suonate anche con Shane?”e così via.

Caspita!

Sì, sì. La domanda che io faccio agli inglesi e agli americani è: “Posso cantare in inglese?”. Lui mi ha risposto: “Ma certo che puoi. Sai che i migliori poeti inglesi sono irlandesi?”. Credo che sia abbastanza chiaro quello che intendeva dire.

Ci racconti il Watermelon Dream?

Certo. Io abito a San Martino Spino: la sagra del paese si chiama Sagra del cocomero, la mia famiglia ha coltivato cocomeri per una vita, l’economia del mio paese era basata sui cocomeri, che da noi si chiamano in realtà le cocomere…

Donne.

Donne, come l’anguria, in dialetto la langoria. Insomma non so quanti ne abbia spostati in vita mia, messi su questi camion, che andavano in giro in mezza Europa, in Olanda, Germania, Francia, Belgio e non so quante volte da ragazzino, fino ai vent’anni ho pensato: “Cazzo, vorrei salire su uno di quei tir lì e andar via con le cocomere che sto caricando”, e poi alla fine mi son messo a fare questa cosa, anche senza cocomeri e solo con le canzoni. Il “Sogno del cocomero” è proprio quello di andare in giro e fare quello che sto facendo adesso.

Quando hai capito che era il momento di iniziare a scrivere le tue canzoni?

Non è una cosa che ho capito, è una cosa che è successa, perché avevo una morosa con cui facevo tutte le cose che andavo organizzando; quando la morosa non c’era più stavo male, ho iniziato a fare canzoni. Dopo cinque canzoni per lei ho iniziato a fare canzoni anche per qualcun’altra. Quando penso che ne ho fatte quaranta non ci credo. Quando arriva una canzone è perché ho bisogno di tirarla fuori, c’è un’urgenza. Alla fine uso tre accordi, una volta non arpeggiavo, adesso arpeggio un po’, però è tutto sempre molto minimale.

La vena punkettona dei Fooltribe non esce mai fuori?

Secondo me sì. Anche facendo le cose più semplici e tranquille che faccio penso che l’indole punk salti fuori. Sai che mi è venuta voglia proprio ieri?  Ieri ho ascoltato una raccolta vecchia di Will Oldham, Lost Blues and Other Songs, lì ci sono un paio di versioni che lui suona con la chitarra elettrica e sono bellissime. Non è vera e propria distorsione… chitarra, batteria e basso, un po’ alla Neil Young. Sì, sì, mi verrebbe anche, ma non estremo: un po’ più di volume al limite. Oppure se volessi fare qualcos’altro dovrei reinventarmi una cosa un po’ rumorosa.

Senti, spulciando i crediti di The Watermelon Dream mi ha colpito la frase “Dedicato a chi cerca essere migliore, non il migliore”…

Penso che quello che uno fa nella vita deve essere un processo per essere una persona migliore. Io devo essere sincero, quando scrivo una canzone lo faccio per me, poi mi piace suonarla davanti a tanta gente… quello che volevo dire con quella frase lì era che ho notato che ultimamente c’è una corsa ad essere i più fighi ed è una cosa che a me non interessa. A me piace vedere la gente e quando qualcuno cerca di imparare anche dalle cazzate che fa nella vita; le facciamo tutti, ma bisogna imparare anche da quelle.

Ultima domanda. Alla mia generazione viene detto e ripetuto di cercare fortuna fuori dall’Italia e iniziamo tutti a crederci sempre più. Tu sei riuscito a fare una miriade di viaggi ed esperienze all’estero e al contempo a mettere a frutto una realtà locale come quella di San Martino Spino con il tuo festival. C’è un consiglio che potresti dare a chi non vede l’ora di andarsene?

Io consiglio di provare a fare così. Mi è capitato di pensarci recentemente: ho incontrato un ragazzo in Olanda e mi ha fatto un discorso su quanto l’Italia faccia cagare eccetera. Gli ho chiesto: “Cosa fai qua?”, mi ha risposto “Il pizzaiolo”. Se uno va via per fare il pizzaiolo perché vuole provare ad andare a fare una cosa e andare in un posto diverso per vedere come vive la gente in un contesto diverso, per vedere come vive la gente da un’altra parte, ok, vai pure a fare il pizzaiolo. Magari però scappare per fare il pizzaiolo… mi vien da dire di no. Un’altra mia amica lavora come ricercatrice a Parigi e ora ha un contratto. Qualcuno può avere delle opportunità vere per andare fuori, se è solo uno scappare non sono d’accordo. Se pensiamo che il nostro paese fa cagare, se tutti quelli che hanno qualcosa da dire e da fare lo vanno a dire e a fare da un’altra parte… qualcuno mi spieghi come questo paese può diventare migliore. Io credo sia davvero difficile. Io invito comunque la gente a fare altre esperienze e a partire oppure a cogliere il meglio di chi viene da fuori, questo fa parte del diventare migliori, per tornare al discorso di prima… incontrare gli altri, rimanere da solo non ha senso. Suonando rock ne incontro di gente che è partita: ragazzi e ragazze che han finito l’università o stanno studiando e non sanno cosa fare dopo. In realtà quello che mi dicono in Italia e quello che mi dicono in Belgio o in Francia è la stessa cosa. Anche per i francesi quello che hanno, quello cui sono abituati è poco a sentir loro! Tante sere mi sento anche un po’ imbarazzato, perché sembra che io in un modo o nell’altro abbia trovato una via nel fare quello che faccio e nell’esserne soddisfatto, così quando incontro dei ragazzi che mi chiedono dei consigli non so bene cosa dire. A me quello che è capitato è stato in fondo un colpo di culo! Può succedere domani quello che vi svolta la vita, ragazzi, basta solo crederci e vederlo.

 

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Bob Corn, la foto galleria completa realizzata da Chiara Gabellini

 

 

 

Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.