Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

I Giardini di Mirò sono ormai una delle realtà più consolidate e creative della scena indipendente italiana; a distanza di quasi due anni dall’ultimo lavoro, arriva la loro nuova sfida la sonorizzazione de “Il Fuoco”, film del 1916, che stanno portando in tour in questo periodo. Abbiamo incontrato Jukka Riverberi, voce e chitarra (ma non solo) della band, prima della data milanese, ospitata nei suggestivi spazi della Fondazione Pomodoro. Ecco cosa ci ha raccontato. 

Dicembre 7th, 2009
Il Fuoco – foto-Intervista a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò

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[ Foto di Francesca Pontiggia ]

I Giardini di Mirò sono ormai una delle realtà più consolidate e creative della scena indipendente italiana; a distanza di quasi due anni dall’ultimo lavoro, arriva la loro nuova sfida la sonorizzazione de “Il Fuoco”, film del 1916, che stanno portando in tour in questo periodo. Abbiamo incontrato Jukka Riverberi, voce e chitarra (ma non solo) della band, prima della data milanese, ospitata nei suggestivi spazi della Fondazione Pomodoro. Ecco cosa ci ha raccontato.

Benvenuto su Indie-Eye. Parliamo per prima cosa del vostro concerto di stasera qui a Milano. Come tutti quelli di questo tour, sarà diviso in due parti. La prima sarà dedicata alla sonorizzazione del film di Pastrone, “Il Fuoco”. Come è nata l’idea di confrontarsi con questo tipo di performance?

La sonorizzazione è nata da un invito, che ci è stato fatto dal Museo Nazionale del Cinema. Hanno chiesto, a noi come ad altri musicisti dell’ambito indipendente, di affrontare la sonorizzazione di vecchie pellicole restaurate, facenti parte del patrimonio archivistico del museo. Quindi la cosa è partita da un loro invito esplicito; noi abbiamo visto il film, prima eravamo un po’ spaventati, poi siamo arrivati alla conclusione che si poteva fare. L’avremmo fatta comunque, ma ci siamo confortati col tempo guardando il film. Il primo impatto è stato abbastanza duro, perché è un mondo completamente diverso dal tipo di immagini e dal tipo di narrazione a cui siamo abituati. Confrontarsi con un tipo di cinema che non è semplicemente bianco e nero, ma è davvero qualcosa di diverso nell’utilizzo dei linguaggi cinematografici, non è stato semplice. Non volevamo essere troppo pesanti e presenti all’interno del film, ma non volevamo neanche rimanerne vittime: da lì abbiamo trovato le misure.

Perché avete poi scelto di editare anche come CD la vostra opera?

Noi ci siamo molto affezionati alle musiche. Tutto il lavoro su “Il Fuoco” all’inizio doveva semplicemente concludersi con l’esibizione di cui eravamo stati incaricati, da fare a Torino alla fine del 2007. Abbiamo visto che la nostra gioia e il piacere nel suonare questi 50 minuti di musica erano molto alti, così come quelli di chi ci ha seguito, che non era lo stesso pubblico che trovavamo solitamente ai concerti. Ci avevano poi detto che, dato il successo conseguito, sarebbe uscito un DVD de “Il Fuoco” con le nostre musiche. Il DVD però ha tardato a venire perché, come si può capire, chi si occupa delle ristampe di questo tipo di film dal 1916 a oggi ha avuto un po’ di anni per aspettare, quindi può attendere anche due o tre anni in più; per noi gli anni invece sono qualcosa di differente, dobbiamo confrontarci su tempi più brevi. Ci sembrava un peccato lasciarlo così, a finire nel dimenticatoio: abbiamo deciso di onorarlo mettendolo in un CD e portandolo in giro nei club e non solo nei cinema e nei teatri.

Va detto che nel vostro caso, a differenza di molte colonne sonore o sonorizzazioni, l’ascolto dei singoli brani non perde di intensità senza il video di supporto. Penso sia dovuto al fatto che già in passato avete fatto brani strumentali. E’ un’interpretazione che condividi oppure no?

Penso di sì, anche se in realtà non mi sono posto molte domande sul perché funzioni o meno. Io da sempre penso che quando la musica è “fatta bene”, cioè pensata, suonata e ragionata, col cuore e con consapevolezza, possa affrontare qualunque tipo di percorso e discorso. Credo che un po’ le ragioni stiano in questa cosa. Qualcuno potrebbe ridurre il nostro sforzo e dire “Beh, avete fatto un altro disco strumentale”. In realtà c’è stato un passaggio molto importante per noi, sugli strumenti, sul suonare e sul lavorare di nuovo di sottrazione, dopo che nell’ultimo periodo comunque eravamo arrivati a fare canzoni, molto più brevi e con tempo sempre abbastanza serrato. Quindi non è stato un tornare alle origini, c’è stato un ritagliare spazi che non usavamo nemmeno in passato. E’ stato un passaggio diverso quindi. Forse funziona perché c’è stata la maturità di dieci album in mezzo. Noi un album completamente strumentale non l’avevamo mai fatto, questa è la prima volta che facciamo cinquanta minuti di musica di questo tipo.

Oltre a questa sonorizzazione, avete mai pensato di preparare una vera e propria colonna sonora? Nel caso, con quali registi vi piacerebbe lavorare?

Noi abbiamo già lavorato ad una colonna sonora originale, di un film che purtroppo si è visto pochissimo, “Sangue – La morte non esiste” di Libero De Rienzo, che come attore ha fatto parti in “Santa Maradona”, “A/R Andata + Ritorno” ecc. Avevamo fatto la colonna sonora originale, con dei pezzi che poi abbiamo riadattato e riutilizzato da altre parti; era un lavoro che era stato fatto solo da una parte del gruppo, non da tutti. Noi lavoreremmo ancora molto volentieri col cinema, così come con il teatro: ci sembra un’opportunità importante ed interessante da esplorare, oltre a quella classica dei club; ci alletta molto perché permette di giocare su tempi e dinamiche differenti, che non sono quelle dell’album e del concerto dal vivo. Registi ce ne sono veramente tanti: sarebbe bello, naturalmente, lavorare con i più grandi, ma anche con gli scalzacani che arrivano al primo film e ne fanno uno fantastico. Sarebbe bello lavorare su una bella pellicola che ha ancora qualcosa da dire e non è facile. In Italia verrebbe quasi automatico dire Sorrentino o Garrone, ma anche Mazzacurati. In realtà ce ne sono tanti da citare. Anche se fosse un invito estero poi non sarebbe male, ovviamente. Speriamo che in futuro ci sia davvero la possibilità.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.