venerdì, Gennaio 21, 2022

Il Fuoco – foto-Intervista a Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò

La seconda parte del concerto verte invece su brani non legati a “Il Fuoco”. Tra questi ci saranno anche degli inediti; cosa dobbiamo aspettarci da questi ultimi? La continuazione del discorso iniziato con “Dividing Opinions” o si sentirà l’influenza dell’ultimo lavoro?

Credo che sia “Dividing Opinions” rivisto sotto la luce de “Il Fuoco” a generare qualcos’altro. In ogni nostro disco c’è stato un passaggio che ha comunque marcato uno scarto rispetto al lavoro precedente, nella continuità abbiamo sempre aggiunto qualche piccola parte differente. Era stato così tra “Rise and Fall” e “Punk, Not Diet”, così come tra quest’ultimo e “Dividing Opinions”; “Il Fuoco” è stato quello che ha fatto lo scarto maggiore rispetto al lavoro precedente, ma arriva da un percorso differente rispetto agli altri, un percorso lineare per quanto riguarda la nostra carriera, ma non dal punto di vista degli album, su cui si innesta e per forza cambia quello che c’è dopo. I pezzi nuovi sono abbastanza differenti da quelli di “Dividing Opinions”, ma non sono nemmeno identici a “Il Fuoco”, si sente che sono stati fatti entrambi i lavori, anche perché continuiamo a cantare; al momento non abbiamo scritto brani strumentali per il prossimo disco e il coraggio per farlo l’abbiamo preso con “Dividing Opinions”, senza quel passaggio probabilmente sarebbe finito il gruppo. Per quanto riguarda il concerto di oggi dobbiamo tenere conto dell’acustica particolare che c’è qui alla Fondazione Pomodoro, quindi la scaletta e i brani dovranno adattarsi a questo. Ultimamente facciamo anche un set per così dire “acustico”, perché non lo è al 100%, ma è comunque più contenuto; l’abbiamo fatto a Radio Popolare e a Città del Capo a Bologna.

Ricollegandosi al discorso sul CD, “Il Fuoco” è uscito per la Unhip, anche perché la Homesleep aveva problemi e ha chiuso. Non è stata l’unica etichetta ad aver avuto problemi ultimamente (es. My Honey). Qual è la vostra idea sulla crisi del mercato discografico? Avete qualche idea su come fronteggiarla?

Io non ho idee in questo senso; l’unica cosa che posso dirti come musicista è che, con i miei compagni, devo continuare a lavorare sulla musica, perché i gruppi bravi stanno continuando ad andare in giro a suonare, a fare tour, ad avere gente ai loro concerti, ed è questa la cosa che a noi deve interessare. Purtroppo dal supporto disco non riusciamo più ad avere soldi, dico purtroppo perché era importante per avere fondi da poter reinvestire sulla musica e sul proprio tempo, per poterne dedicare di più alla musica. Dobbiamo modificare le nostre abitudini nuovamente; fortunatamente c’eravamo già attrezzati, noi lavoriamo tutti quanti. Non ci consideriamo musicisti part-time; o meglio, part-time sì, ma non hobbisti; ci mettiamo la serietà che tutti dovrebbero mettere quando decidono di portare avanti un gruppo, di andare a suonare davanti ad altre persone, di incidere dei dischi. Questa è l’unica cosa che dobbiamo fare. Dobbiamo poi cercare di riallacciare e creare contatti internazionali con altri artisti, come abbiamo sempre fatto, anche se negli ultimi anni ci siamo forse un po’ stancati delle vecchie abitudini. Le riprenderemo senza problemi però, conosciamo molti artisti e credo che troveremo supporto per lavorare. Stiamo guardando, con qualche contatto positivo, per licenziare il disco per etichette estere e recuperare la Germania, che era rimasta scoperta per gli ultimi due dischi ed invece per noi è una nazione molto importante, come mercato ma anche come bacino di gente che ci segue. Sulla crisi delle etichette c’è un fattore che è generalizzato, non stanno male solo le indipendenti, stanno male tutte le label, quindi secondo me la grossa crepa è dal punto di vista culturale. Devo dire che le etichette indipendenti, in generale, soffrono di una cattivissima gestione, fatta dagli anni 2000 in poi; quando hanno iniziato a girare i soldi, dagli anni ’90, hanno iniziato a ragionare come delle piccolissime major. Già le major sono state viziate da una cecità che le portava a lavorare sui grandi numeri, provando tanti artisti per avere comunque dei rientri; penso che invece un’indipendente non possa lavorare in quel modo. Molte etichette piccole hanno buttato fuori cinquanta dischi in un anno senza misurare la qualità. Credo che ci debba essere una grossa differenza tra mercato indipendente e mercato major, nelle pratiche, nelle aspettative e nella cultura di base che c’è. Questa si era appiattita, e si è appiattita anche dal punto di vista della politica, in cui il mercato, dagli anni ’90 in poi, ha deciso tutto quanto: era quello che regolava la bontà di un progetto piuttosto che di un altro. Si è rivelato una grossa cazzata; penso che nella musica la crisi si sia vista qualche anno prima, ci ha detto che quel modo di ragionare era una bufala e portava veramente male.

Hai già parlato della scena tedesca, a cui siete particolarmente legati, con amicizie e collaborazioni varie, come quella con Apparat, per fare uno dei nomi più grossi. Cosa vi affascina di quella scena e cosa vi avvicina ad essa?

A me hanno insegnato quando ero bimbo a chiamare i tedeschi “i tognini”, perché erano sempre i nostri avversari negli sport. Utilizzando però altre espressioni del mio dialetto che si avvicinano a “tognini”, si dà l’idea di gente decisa, che continua sempre, sta sul pezzo, non molla mai. Quello che mi piace dei tedeschi, a differenza degli italiani, è che hanno sempre cercato una loro via alla musica. È appena uscito un documentario molto bello per la BBC, che si chiama “Krautrock” e parla di una generazione di musicisti che hanno segnato la musica mondiale. Secondo me in Italia abbiamo avuto qualche esperienza simile, ma non siamo capaci di capirlo, ce lo devono venire a spiegare gli altri. Là invece sono riusciti a lavorare su una scena autoctona, su un tipo di proposta che fosse tedesca; lì la musica elettronica ha fatto la differenza, non il rock. Noi abbiamo avuto anche quello, ma non siamo capaci di valutarlo nel modo corretto. La Germania è una nazione che ha creduto in se stessa, con tutte le contraddizioni che la sua storia porta dentro di sé. A me non interessa la fierezza della nazione, che non c’è assolutamente in ciò di cui parlo; nei musicisti tedeschi c’è invece una voglia di dare un’immagine nuova del posto dove stavano attraverso la musica. Noi non siamo stati capaci invece. Mi è piaciuto chi da una posizione che è terza, quasi da outsider, ha sfidato gli altri mercati, fregandosene degli americani e degli inglesi, dicendo “ci siamo anche noi”.

Che importanza hanno i progetti solisti o comunque esterni al gruppo che più o meno tutti portate avanti? Hanno influenza su ciò che poi fate come Giardini di Mirò o sono valvole di sfogo per fare qualcosa che difficilmente si potrebbe fare con la band?

Sono tutte e due le cose, perché in realtà fai cose che con la band non puoi fare, ma una piccola parte la riporti indietro, la riporti a casa. Sono tutte cose molto salutari, in quanto sia sono una valvola di sfogo, sia ti fanno provare cose che, anche se in modo minimale, puoi integrare nel discorso che portiamo avanti come Giardini. Quindi in realtà sono dei toccasana. A volte possono essere disturbanti, perché sono impegni che entrano in conflitto; abbiamo una vita già molto impegnata, ci sono i Giardini che comunque portano via tempo, passione e tantissime energie, c’è il lavoro, c’è il vivere con le proprie famiglie che ormai stanno crescendo e tutto il resto. È chiaro che incastrare un altro progetto è difficile, ma se non vogliamo ragionare sul breve periodo, bensì su quello lungo, sono una ricchezza assoluta per il gruppo, per cui va benissimo sacrificarsi per farli.

Cosa ascoltano oggi i Giardini di Mirò? Avete un “disco dell’anno”?

È una bella domanda… I gusti non sono più una roba di famiglia come era una volta, quando tutti ascoltavamo la stessa cosa e ci passavamo i dischi. Ormai siamo molto autonomi, divoriamo tantissima musica e credo non sia più possibile trovare qualcosa che valga per tutti. Questo è stato sicuramente un passaggio importante, non puoi più dire quali sono i dieci dischi che abbiamo ascoltato tutti quest’anno. C’è chi è più attento alle proposte della musica del mondo, del jazz, del blues o dell’avanguardia, come Emanuele, che suona la tromba e il violino; Corrado invece è un po’ più addentro a tutto ciò che ha una vena autoriale/cantautoriale o al rock con un’impronta d’autore molto forte; Luca, il tastierista, procede nei suoi ascolti di musica new wave e di alcune cose legate alla classica contemporanea; Francesco, avendo uno studio e tante collaborazioni, ascolta tantissima elettronica primitiva, esperienze d’avanguardia, i primi esperimenti dei laboratori radiofonici sia della BBC che italiani, oltre alle colonne sonore, perché ha lavorato tanto in quel settore; io ascolto un po’ roba nuova, un po’ roba vecchia. Insomma, ci piace cibarci di tantissime cose, quindi sarebbe difficile citare un disco che è piaciuto a tutti quanti, i sei che siamo sul palco e gli otto sul furgone.

Chi eleggereste invece come rockstar dell’anno? Non credo condividiate la scelta di Rolling Stone…

Non so proprio cosa dire; la risposta che posso dare è che a me il rock è sempre piaciuto dal punto di vista musicale, ma come stile di vita non mi interessa proprio, quindi…

I GIARDINI DI MIRO’ PUOI VEDERLI ANCORA DAL VIVO, CON IL FUOCO NELLE SEGUENTI CITTA’

12/12/2009 – Conegliano Veneto – Zion Rock Club
09/01/2009 – Roma – Circolo degli Artisti
16/01/2009 – Firenze – Auditorium Flog


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Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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