lunedì, Settembre 28, 2020

Non voglio che Clara – Dei cani (Sleeping star, 2010)

Che Fabio De Min, (N.D.R. Foto intervistato insieme a Matteo Visigalli da Cavaliere / Pontiggia da questa parte) voce, pianoforte e soprattutto penna dei Non voglio che Clara, sia il migliore giovane autore di testi italiano è fuori di dubbio, non si spiegherebbe altrimenti un disco come l’omonimo “Non voglio che Clara”, che esattamente quattro anni fa dichiarò guerra, senza saperlo, a tutto il panorama indie di questo paese, mettendo virtualmente, eppure forse troppo poco, a tacere chi sosteneva che di cantautori “come quelli di una volta” non ce ne sono più. I Non voglio che Clara sono come quelli di una volta e sono, allo stesso tempo, totalmente quelli di questa volta, di questo tempo, pur mantenendone, per spessore, inconsapevoli debite distanze. Dei cani pare essere il terzo capitolo del loro romanzo russo, quello che De Min ha, senza dichiararlo mai completamente, tracciato dal primo “Hotel Tivoli” sino a oggi. In questo romanzo c’è un uomo che in prima persona racconta del suo unico grande amore, una donna di cui forse un tempo fu compagno e che poi perse per un errore piccolo e stupido. L’amore tuttavia, lo cantava Elvis e lo ripeteva Modugno, è come un fiume inarrestabile che corre verso il mare e i due non si resistono, diventano amanti finchè lei, superata un’adolescenza amorosa di appigli e tentativi “se ti senti sola / una soluzione la si trova / ci si aggrappa e si prova”, sceglie la vita di tutti, quella dell’ “amore per così dire” che troppo poco spesso è vero amore, si sposa, e lui in qualche modo muore, vive in un limbo, di cui un pezzo come L’avaro è assoluto emblema, tra il dovere di dimenticare e superare e il non volerlo fare perchè se è facile consumare e portare a morte ciò che vorrebbe vivere, molto più difficile è ucciderlo in un sol colpo. Il capitolo successivo è quello di quel che rimane “ognuno parli per sé / di quello che rimane dell’amore”, quello dei cani, che per amore uccidono o vorrebbero uccidere e nel non farlo sono i primi a morire, quei cani che guardano un fuori distante da loro e che anche nell’essere carnefici non sono che vittime di loro stessi. Dei cani, è il capitolo del romanzo in cui è troppo tardi, quasi si è sereni o ci si riesce un po’ a convincere d’esserlo perchè ormai lei è così lontana che non si prova più niente e il mondo vicino è così povero d’amore da non riuscire nemmeno a farti sentire il dolore dell’abbandono “e mi consola che nessuno / in questo secolo / ami qualcuno”. Ed è così che quelli che furono magnificenti atti orchestrali nel disco precedente, in Dei cani sono magnificenti chitarre dell’orrore, di finta allegria, quella poco credibile de L’inconsolabile e quella, che pare momentanea, di Secoli. Se prima stavamo negli anni ’60, e non certo perchè, come i poco attenti scrissero, la scrittura di De Min somiglia a quella di Tenco o De André bensì per un apparato relativo ad arrangiamenti e orchestrazioni che ricordava la miracolosa Mina di quel decennio, adesso siamo più che mai nell’orchestra dell’oggi, quella diretta dalla produzione di Giulio Ragno Favero, in una sinfonia di mellotron e chitarre elettriche più che mai adatta a omicidi passionali e odierni terrificanti fatti di cronaca. Poco importante dire che ci sono pezzi che somigliano ai Baustelle, perchè qua parliamo di qualcosa di alto e semmai parallelo, molto più interessante è invece il riecheggiare della Margherita di Cocciante in Il dramma della gelosia e molto più intenso è quel riferimento a Fossati che troviamo nel loro consueto capolavoro di aperta speranza in chiusura del disco, cioè ne La stagione buona. La narrazione ricca di flashback è quasi delirante, come se i pezzi del disco fossero i pezzi di un puzzle da riordinare per vedere, infine, l’immagine dipinta. Gli anni dell’università, Il tuo carattere e il mio e il capolavoro Gli amori di gioventù, sembrano raccontarci del tempo che è sparito e ha svuotato l’odierno quotidiano, mentre al presente sono lasciati gli atti di un’allegria di naufragi continui che finiscono a scontrarsi contro il muro graffiante del dramma della viltà “L’amore al tempo del kerosene”, snodo centrale di tutta la narrazione in un incendio elettrico ed elettronico esondante. Se “Non voglio che Clara” rimane per raffinatezza un lavoro insuperabile anche dai suoi stessi autori, una sorta di perla unica e rara che non ha attualmente eredi, Dei cani, nella sua apparente immediatezza è un disco stratificato e complesso che almeno narrativamente non molto ha da invidiare ai precedenti. (Giulia Cavaliere)

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Redazione IE
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