domenica, Settembre 27, 2020

Seabear, l’intervista di indie-eye.it

Sindri Már Sigfússon è un personaggio di cui si sa poco. Islandese cordiale ma di poche parole come vuole un certo stereotipo, il ragazzo sembra voler rimanere concentrato sulla sua musica, lasciando parlare le canzoni al posto suo. Quelle stesse canzoni che, equamente presentate con i progetti Seabear e Sin Fang Bous, lo hanno portato a raccogliere l’attenzione e l’affetto di un pubblico fedele e crescente. Senza lasciarci inibire dal suo carattere schivo e dalle profonde occhiaie che tradivano la spossatezza di un tour nordamericano estenuante, lo abbiamo incontrato prima del suo concerto a Montreal, tenutosi il 30 marzo scorso per promuovere l’ultimo e eccellente album di Seabear (“We Built A Fire”, Morr 2010) . Ne abbiamo approfittato per indagare un po’ a tutto tondo sull’album, sulla novità della formazione allargata a sette elementi e sulla sua storia personale di musicista. L’intervista che segue non sarebbe stata resa possibile senza la puntuale sollecitudine di Promorama e di Morr Music. Si ringrazia ugualmente Teresa Romano e Erik Bordeleau per la collaborazione. Le foto sono di Amelia Robitaille e sono state gentilmente concesse da Meet You At The Show (un grazie anche a loro).

Cominciamo dall’inizio. Dopo un paio di autoproduzioni, nel 2005 hai pubblicato un 7’’ split con Grizzly Bear su Tomlab…

Sì, è stato divertente. Immagino che l’associazione dei due gruppi fosse dovuta esclusivamente al nome. All’epoca loro non erano ancora così famosi. Abbiamo anche suonato insieme in qualche occasione, a Parigi e in Islanda… sono ragazzi simpatici.

Da Tomlab, un’etichetta tedesca, sei passato a Morr Music, un’altra label tedesca, come è successo il tutto?

Molto semplicemente. Dopo quella prima pubblicazione, ci hanno chiamati a suonare in Germania per aprire i concerti del tour di The Books. Abbiamo suonato il primo concerto a Berlino e lì c’era Thomas Morr. L’abbiamo conosciuto grazie a qualche amicizia in comune e poi la situazione si è evoluta molto rapidamente.

Dopo il tuo primo album “The Ghost That Carried Us Away”, hai pubblicato un album come Sin Fang Bous… Perché hai deciso di cambiare nome quella volta?

Mah, in realtà Sin Fang Bous è il nome del mio progetto solista. All’inizio anche Seabear poteva sembrare un progetto solista e in una certa misura lo era. Ma poi siamo diventati una vera band e adesso siamo addirittura in sette, e allora ho sentito il bisogno di trovare un altro nome. Non c’è un progetto principale ed uno secondario, voglio portare avanti tutti e due allo stesso tempo. Infatti sto per tornare in studio per finire il nuovo album di Sin Fang Bous e voglio farlo uscire durante l’anno.

In effetti, il tuo primo album “The Ghost…” sembrava più essere il lavoro di una persona, mentre il nuovo “We Built A Fire” suona di più come il lavoro di una band…

Sì sono d’accordo. Sul primo album di Seabear non suonavo da solo ma le canzoni erano quasi tutte composte esclusivamente da me. Il nuovo album invece è stato un lavoro di gruppo fin dall’inizio: scrittura, arrangiamenti e registrazione.

We Built A Fire” in alcuni brani suona anche più immediatamente pop rispetto al passato (Fire Dies Down, I’ll Build You A Fire, Softship), è stata una scelta consapevole o è semplicemente venuto fuori così?

No, non c’è stato un calcolo, non è qualcosa che abbiamo cercato, semplicemente è venuto fuori così. Credo che sia dipeso dal fatto che abbiamo suonato molto dal vivo prima delle registrazioni così, quando siamo entrati in studio, ci siamo portati un po’ di quel divertimento e di quella energia che avevamo raccolto durante i live. Non ci siamo posti il problema di che musica volessimo fare… è uscito così.

Gigi Mutarelli
Gigi Mutarelli
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