Tokyo Police Club, Champ (Memphis Industries, 2010)

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Da pochi giorni è uscito il secondo lavoro sulla lunga distanza dei canadesi Tokyo Police Club, Champ, a due anni di distanza dal precedente Lp Elephant Shell e a quattro dal folgorante Ep A Lesson in Crime. Il quartetto di Toronto con questo disco non rivede in toto il loro stile, un indie rock legato a doppio filo con gli Strokes delle origini, né molti di quei particolari che li hanno resi in qualche modo diversi dalla massa delle formazioni indie rock d’ispirazione punk e new wave nate e cresciute nell’ultimo decennio. Era il 2006 quando A Lesson In Crime etichettò il gruppo come rivelazione dell’anno e in effetti c’era di che applaudire; canzoni semplici eppure in qualche modo toccanti ed epiche come Nature of the Experiment o la distopica Citizen of Tomorrow facevano ben sperare la critica in un futuro roseo e pieno di successo. Poi, Elephant Shell demolisce in parte le aspettative precedenti, complice l’assenza di spunti originali e interessanti che avrebbero reso l’ascolto più piacevole. Champ segna una ripresa notevole e una fase di allontanamento dagli standard dei vecchi TPC. C’è sempre la batteria dall’incedere singhiozzante, le tastiere dissonanti e le chitarre distorte impegnati nella tessitura di reti avvolgenti; ma c’è anche una maggiore cura nella produzione (di conseguenza l’abbandono della galassia garage, sul quale orbitava il primo Ep) e un approccio catchy che rispetta la forma canzone classica e cerca contemporaneamente di sperimentare su altri campi. Si ascolti a riprova di ciò Bambi, perfetto singolo dall’intro di tastiere magnetico, o Gone, dalla costruzione math rock comunque appetibile. Con i battiti rallentati l’anima punk esala per far posto anche ad episodi post punk di indubbio valore, come la conclusiva Frankenstein e la toccante Breakneck Speed, avvalorate anche da una maggiore sicurezza riportata dal cantante e bassista David Monks. Nonostante qualche piccolo passo falso, l’anonima Big Difference e il furto a danni degli Strokes chiamato Favourite Colour, quest’opera è un buon modo per riaffacciarsi nella scena alternative con qualcosa da dire. “It’s good to be back”, è bello essere tornati, ripetono in più canzoni. Questa volta anche per noi.

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