martedì, Settembre 29, 2020

Bachi Da Pietra – Quintale (La Tempesta, 2013)

Due anni or sono la pubblicazione di Stige 11 ha aperto un primo squarcio sul mosto infernale che Giovanni Succi e Bruno Dorella avevano lasciato a fermentare nell’ombra per almeno un lustro. Oggi, con Quintale, i Bachi da Pietra giocano a carte scoperte. Da questo punto di vista il feedback che introduce Haiti suona come una dichiarazione d’intenti. O meglio, di guerra. Snodandosi attraverso sentieri sludge oscuri e viscosi, il brano emana le stesse vibrazioni sepolcrali che già furono prerogativa di Saint Vitus, Melvins, Crowbar e Down. Cadenze funeree che torneranno anche in Mari Lontani e – con impeto vieppiù brutale – Sangue. Sul versante opposto, Coleotteri spinge il pedale dell’acceleratore: tra palm-muting selvaggi e un vorticoso tambureggiare simil-doppia-cassa, si viene trasportati indietro nel tempo di venticinque anni e scaraventati nel bel mezzo della Bay Area. Volendo tirare le somme, quanto accade sull’ultimo lavoro dei Bachi lo possiamo riassumere così: Succi usa il plettro e muove le dita della sinistra come uno che ha passato l’adolescenza in cantina, ad esercitarsi sui dischi degli Slayer; Dorella pesta sui fusti manco stesse registrando il nuovo OvO; qua è la si odono persino acceni di growling. Alla luce di tali considerazioni mi sembra inevitabile concludere che sì, stiamo parlando proprio di HEAVY METAL. Non quello edulcorato di Josh Homme, né quello di casa Ipecac o Southern Lord, che potrebbe persino far tendenza citare. NO. Quello scacciafica del gilet di jeans sopra al chiodo, che alle superiori poteva al massimo attirarti qualche sfottò. Da proposta di nicchia per antonomasia, i nostri sono passati in un hop-là a rivisitare il genere più becero (a parere di molti) e nazional-popolare che storia umana ricordi. Non riesco ad immaginare con quale altra mossa i due avrebbero potuto sottintendere lo stesso, gigantesco vaffanculo alla critica di settore, gettando al contempo le premesse per un potenziale allargamento della propria fanbase. Se tale muta di pelle la si debba ad una calcolata mossa strategica o semplicemente alla voglia di lasciarsi andare senza troppe menate non è dato sapere. Certo è che, con Quintale, Succi e Dorella affermano a chiare lettere di non avere più niente da dimostrare a chicchessia. Amplificatori al massimo, roghenrol, vediamo di spassarcela. E poco male se qualche segaiolo rimarrà deluso e abbandonerà il campo. Del resto è buona regola gettare a mare la zavorra ogniqualvolta la tempesta infuria. Nonostante quanto detto fino a questo momento, tuttavia, è necessario precisare che Quintale non può essere ricondotto esclusivamente a saturazioni oltre la sfera dell’umano. La tavolozza stilistica dei Bachi, ultimamente, comprende una gamma di atmosfere piuttosto vasta: c’è spazio per la rilettura di sonorità vicine al passato recente del gruppo (il Tom Waits anabolizzato di Brutti Versi e Pensieri, Parole, Opere), come per incursioni in territori inesplorati (le derive psichedeliche addizionate di sax su Ma Anche No). Finanche i brani prettamente METAL beneficiano di un apporto (cant)autoriale che finisce per trasformarli in qualcosa d’altro. Ma, nel complesso, non si può negare che Succi abbia deciso di misurarsi con forme espressive più vicine alla tradizione. Le trame armoniche non sono semplicemente suggerite, vengono esposte a viva forza. Le parole, non più sussurrate, sono scandite con decisione. La voce non si appoggia al recitativo, ma al canto. Dall’aderenza a tali linee guida scaturiscono brani diretti e sanguigni, che non necessitano di suffissi nobilitanti per dichiararsi orgogliosamente rock. Un concetto riassunto magistralmente dalla ferina Io lo vuole, riff assassino e testo malefico che avrebbero fatto la gioia del Divin Marchese. In questo senso riesce a fare ancora meglio Fessura. Ogni disco hard rock che si rispetti ha la sua power ballad, piazzata strategicamente a metà scaletta per allentare (seppur momentaneamente) la tensione. Non fa eccezione Quintale, ma più che ai Metallica i nostri sembrano guardare ai giganti del rock nostrano. Per quanto possa risultare tabù alle orecchie di molti, Fessura si inserisce senza problemi nel solco di brani come Sarà un bel souvenir e Animale di Zona. Vere e proprie chicche rappresentative di una stagione gloriosa, in cui l’epica non aveva bisogno di ammantarsi sotto coltri di pretese intellettuali. Gli elementi ci sono tutti: la batteria si limita a ripetere il più classico dei tum-tum-cha; Succi abbozza un frasario simil-hip-hop che in bocca a Pau avrebbe sortito risultati imbarazzanti; persino l’assolo di Favero alla chitarra ha un che di Capitan Fede. Eppure. Eppure è un brano meravigliosamente suggestivo, che centra alla perfezione il suo obbiettivo: dire quello che c’era da dire, e farlo con gusto. Niente di più, niente di meno. Probabilmente ce lo eravamo dimenticati. Si chiama scrivere canzoni.

 

 

 

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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