giovedì, Ottobre 1, 2020

PJ Harvey – Let England Shake: la recensione

Da sempre PJ Harvey non manca un’occasione per ribadire quanto l’obiettivo principale di un vero artista sia non ripetersi e disattendere le aspettative del proprio pubblico. Negli ultimi anni questo munifico modus operandi ha finito quasi per cronicizzarsi, tanto che ogni suo nuovo disco finisce per rendere nulla ogni previsione e altrettanto inoperosi accostamenti e retrospettive sulla sua carriera multiforme, incentrata com’è sulla ricerca di territori inesplorati e sul perfezionismo stilistico. Per Let England Shake, registrato in una chiesa del XIX secolo nel Dorset, Polly ha lavorato costantemente per oltre tre anni, impegnando inizialmente le sue forze sull’arte della parola e sulla poesia come contenitore d’eccezione per la sua creatività. Tutti i testi di questo album sono stati infatti concepiti come poemi (la pubblicazione di una raccolta di testi resta per ora un progetto in divenire), che la trasposizione in musica ha spesso lievemente rimaneggiato, nati dall’urgenza di descrivere realtà e stati d’animo legati alla dimensione sociale, politica della storia presente e passata.

A scanso di equivoci: l’aggettivo “politico” non deve far pensare a un’ottica di parte, a uno sguardo dogmatico sulla realtà o a un ritrovato attivismo dell’artista, ma alla descrizione attraverso la parola poetica di sentimenti il più possibile condivisi, universali, come l’ambiguo coesistere di odio e amore per la propria patria che Polly tenta di sviscerare in più di un’occasione in questo disco (The Last Living Rose, England). Se una considerazione di ordine generale è concessa, il vettore che parte da Dry (del lontano 1992) fino a Let England Shake segna una sorta di apertura dello sguardo dell’artista dal mondo interiore, spesso inconscio a quello esterno e compartecipato, passaggio che Polly si è sentita di compiere appieno solo adesso perché proprio ora si è sentita pronta a comporre liriche che a detta sua, se non sottoposte al giusto labor limae, rischiano fin da subito di essere un esperimento mal riuscito.

A ciò si è accompagnato un lavoro di documentazione capillare su libri di storia, quotidiani e blog. Le parole sono cruente, disilluse, ma lasciano spazio contemporaneamente a vene di patriottismo e a preziosi ricongiungimenti dell’uomo con la natura, lontano dai territori di scontro. Tra riferimenti alla prima guerra mondiale, al conflitto di Gallipoli in All and Everyone, On Battleship Hill e The Colour of The Earth e al medioriente, il disco scorre sul confine tracciato da luce ed ombra, speranza e disperazione, uno sguardo chiaroscurale sulla realtà che evita di precipitare in sentimenti o percezioni radicali, ma che ricerca la bellezza anche nell’atto stesso di riportare ciò che entra nel campo visivo, proprio come nei disegni in carboncino con cui l’artista ha contribuito al giornale di Francis Ford Coppola Zeotrope:All-Story lo scorso anno.

Ed è ovviamente la musica a tenere insieme magistralmente il progetto: accompagnata alla produzione dal fidato Flood, dall’ormai essenziale John Parish, dal grande Mick Harvey e dalle percussioni di Jean-Marc Butty, Polly ha costruito intenzionalmente un contrappeso variegato e “leggero” alla profondità dei temi trattati. Scomparso il sample della Istanbul dei Four Lads con cui la presentò all’Andrew Marr Show esibendosi di fronte a Gordon Brown, la title-track mantiene il suo carattere allucinatorio, sostenuto da uno xilofono acidulo, dalla voce acuta e purissima e  dall’esile arrangiamento dell’autoharp, nuovo strumento deputato assieme al ritrovato sassofono. La componente corale è predominante e trova un suo primo tripudio a seguito delle morbidezze paesaggistiche di The Last Living Rose in The Glorious Land: tra lo straniamento della tromba militare e l’incedere frenetico del pezzo alla voce di Polly che chiede “What is the glorious fruit of our land?” rispondono i cori “Its fruit is deformed children”.

Il primo singolo The Words That Maketh Murder, pur parlando di soldati ridotti a pezzi di carne, diventa un irresistibile turbine danzereccio, con in coda le voci di Parish e Harvey che citando Summertime Blues si uniscono a Polly gettando uno sguardo ironico sulle speranze diplomatiche post conflitto mondiale (What if I take my problem to the United Nations?). La parte centrale del disco è un climax irreversibile: All and Everyone si impone come il pezzo più oscuro del lavoro, rendendo il terrore della morte e il senso di devastazione quasi palpabili e dilatati dai mesti intermezzi di sassofono. In On Battleship Hill Polly esibisce un falsetto controllatissimo, impeccabile, che trasforma il rilassato attacco di chitarre in un racconto in bilico tra la tensione delle parole e la dolcezza del pianoforte. England è il centro ideale del disco in quanto sintesi perfetta dell’esperimento.

La malleabilità della voce di Polly è qui al servizio della distorsione, funzionale alla componente da (anti)inno del pezzo assieme alla riuscita sovrapposizione di un brano folk tradizionale curdo (di Said el Kurdi) che nasce e scompare in parallelo; su tutti spicca il verso paradigmatico “I love England/you leave a taste, a bitter one”. In The Dark Places e l’energica Bitter Branches sono i pezzi più harveyani del disco, mentre la delicatissima Hanging In The Wire riprende il piano minimal à la White Chalk, ma ne lascia lievitare gli spiriti ricreando un’atmosfera distensiva. Written On The Forehead costituisce l’ennesimo imprevisto: un intarsio di acuti disturbati, flebili rintocchi elettronici e un sample di Blood and Fire di Niney The Observer ne fanno l’unico pezzo palesemente riferito alle strade di Baghdad. Le voci congiunte di Mick e John ne impreziosiscono la coda, per poi salire in primo piano nella conclusiva, quasi elegiaca The Colour of The Earth. Nonostante il miscuglio di intuizioni il disco non perde mai la sua integrità e sembra proprio mettere in pratica le intenzioni rivelate dall’artista. Se son serviti vent’anni perché Polly si sentisse a suo agio nella veste di storyteller a tuttotondo, possiamo solo immaginare cosa riserverà il futuro. E pensare che dice di sentirsi solo all’inizio.

Giuseppe Zevolli
Giuseppe Zevolli
Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.

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