lunedì, Luglio 4, 2022

Suede – Bloodsports

Sembra un déjà-vu. “The best new band in Britain”, come li definì il Melody Maker con una copertina del 1992 che è rimasta negli annali perché fu pubblicata ancora prima che i Suede pubblicassero il loro primo singolo. In Inghilterra, si sa, le prime rockstar della storia si chiamano NME e Melody Maker, e l’hype è il genere musicale da loro inventato e al quale appartengono molti album, di debutto e non, della musica britannica. Tuttavia, nel partire col botto i Suede inciamparono nel neonato Britpop e da quel momento vennero trascinati da quell’onda cavalcata dai principali duellanti Blur e Oasis. Il loro personale contributo all’epoca fatta di countryhouse e tanta morning glory si chiama Coming Up: insieme a Different Class dei Pulp rappresenta la Football League Championship del Britpop.
Dopo diciassette anni, un paio di passi falsi (per essere buoni), qualche progetto parallelo e molto silenzio, i Suede tornano all’ovile di Ed Buller. La storia in qualche modo si ripete, e l’appassionato produttore dei primi, storici tre album dell’indie-menticata band di Brett Anderson abbraccia questo ritorno con una postilla – anzi, con un post sul suo profilo Facebook – che tradotto recita: “So di essere di parte, ma per me [i Suede] sono ancora la migliore nuova band britannica”.
Che questo sia un bene o meno dipende dai punti di vista e, tra l’altro, si dice che molto materiale destinato a far parte di questo nuovo album sia stato scartato da Buller; comunque, la sensazione è che, senza il loro affezionato produttore, questo sesto album dei Suede somiglierebbe molto all’ennesimo lavoro solista di Brett Anderson.
Invece, somiglia timidamente a un album di outtake del periodo a cavallo tra il 1994 e il 1996, ovvero tra Dog Man Star e Coming Up: senz’altro gli album più rappresentativi della band e la cui bellezza sta anche nella loro significativa dualità – in quanto estemporaneo lavoro di introspezione, il primo, e fiero e riuscito tentativo di stare al passo coi tempi, il secondo.
La proprietà transitiva lo definirebbe quindi un fiero lavoro d’introspezione e, in effetti, il carattere antologico di Bloodsports si nota molto.
Una certa armonia caratterizza la struttura dell’album, che si compone di due parti quasi complementari. In linea generale, la prima parte è carica di pezzi trascinanti, numeri da stadio, ritornelli e cori che, senza dubbio, funzioneranno alla grande dal vivo. Di questa prima parte fa appunto parte il primo singolo estratto, It Starts and Ends with You: mossa scaltra, ritornello potente e full of catchiness. Barriers, la traccia di apertura, è stata recentemente pubblicata in tiratura limitata su 7″ in occasione del Record Store Day. Sabotage, quarta traccia di dieci, spezza l’aura di britpop-revival  ricordando piuttosto, con sintetizzatore, chitarre new wave e riverberi brettiani, che i Suede sono anche quelli di Dog Man Star. A questo disco sembra invece dedicata la seconda parte del disco, che si apre non prima di aver regalato ai fan For the Strangers, ballata in cui una dolce linea di chitarra culla gli immancabili gemiti nasali di Brett, e il secondo singolone, Hit Me, in realtà uno dei momenti più bassi del disco, in cui ci si accorge di quanto, nonostante il Duca Bianco nel cuore, i Suede siano affezionati a Coming Up e vogliano, forse un po’ forzatamente e non senza artifici, celebrarne i fasti. Questo trattato di geriatria viene subito perdonato grazie alla riflessiva e glaciale Sometimes I Feel I’ll Float Away e alla piccola gemma What Are You Not Telling Me?
Il disco sta per chiudersi con la stessa intensità emotiva; intensità che però viene temporaneamente spezzata da una enigmaticamente dimenticabile Always – penultima traccia di un lavoro di armonica umanità che ha tutta l’aria di voler essere un degno addio. Se così fosse, tutto sommato, onore al merito dei grandi Suede.

 

Flora Strocchia
Flora Strocchia
Flora scrive, è traduttrice, ascolta molta musica e non si perde un concerto.

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