venerdì, Dicembre 4, 2020

Etruschi From Lakota: dalla messa cattolica al rock, l’intervista ad “Aspettando Metarock”

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30 aprile, terza e ultima serata di Aspettando Metarock a Pisa. Insieme agli Esterina e ai Fiori di Hiroshima c’erano anche loro, i toscanissimi e grintosi Etruschi From Lakota. Vincitori del prestigioso premio FAWI 2013, premio assegnato dalla fondazione Arezzo Wave al miglior gruppo emergente italiano e del Premio Buscaglione nel febbraio 2014, avrebbero dovuto chiudere la serata, ma anche per loro il meteo non è stato una variabile fortunata. Il loro ultimo disco, Non ci resta che ridere, registrato e prodotto da Nicola Baronti per Phonarchia Dischi è uscito nel gennaio del 2015, ma i ragazzi stanno già lavorando ad un nuovo album. In occasione del festival abbiamo intervistato la band e ci siamo fatti raccontare un po’ della sua storia e delle sue ricerche.

Cominciamo con una domanda abbastanza scontata: da dove nasce il vostro nome?
Dario: prima ci chiamavamo Scoppiati in aria calda, eravamo in un periodo abbastanza giovanile, poi il nostro percorso musicale è diventato un po’ più serio, “c’abbiamo messo un po’ più il capo” e abbiamo deciso di cambiare il nome in Etruschi From Lakota. Questo nome nasce da un poster che era appeso in camera di mia mamma e da una poesia che ci piaceva. Etruschi è stato scelto perché siamo tutti toscani e Lakota invece è la radice americana, e il nostro sound rispecchia anche il nostro nome.

In Non ci resta che ridere si sente molto il contrasto tra il sogno anglo americano di una società consumista e la genuinità toscana fatta di pane quotidiano. Pensate che il pubblico riesca a capire e a valorizzare questa vostra scelta di dare radici forti alla musica italiana e toscana?
Dario: Si certo, i testi danno queste informazioni. Tutte le persone che sono venute a sentirci e si sono confrontate con noi hanno capito bene quello che le nostre canzoni vogliono dire, c’è stato un riscontro decisamente positivo.

Vi considerate dei cantastorie moderni, una rock band o un insieme delle due cose?
Simone: non ci diamo dei paletti nelle definizioni. Diciamo che tutte e due le cose che hai detto ci descrivono, siamo una band! Il nostro obiettivo è anche essere un insieme delle due cose…

Chi è Il contadino magro degli Etruschi Form Lakota? Da dove nasce questo pezzo?
Dario: il pezzo nasce da un testo scritto da Riccardo Stefani un autore con cui abbiamo collaborato. Lui si sentiva molto addosso la figura del contadino magro, e la sentiva anche su di me perché sono molto secco… Però la storia non è una storia personale, non parla di noi Etruschi, è una storia di vita…

Etruschi from Lakota – “Gli Indiani (Ehi tu, hai visto gli Indiani?)” il video diretto da Saiara Pedrazzi

Cultura gospel, country, indiani d’America e situazioni di religiosità collettiva americana sono elementi del vostro immaginario testuale e musicale, e questi si mischiano con la cultura contadina toscana. Da dove nascono le scelte musicali country del vostro ultimo disco? A quali artisti vi siete ispirati?
Simone: Abbiamo intrapreso un percorso che è durato negli anni, abbiamo cercato di approcciarci a tutta la musica che ci piaceva. Siamo molto legati sia alla musica americana, blues, gospel e rock ‘n roll, che alla musica italiana dei cantautori. Nel nuovo disco a cui stiamo lavorando esploreremo ancora di più…

Come lavorate alla realizzazione dei pezzi? Avete un nuovo album in cantiere. Raccontatemi…
Dario: i brani nascono principalmente nella forma chitarra e voce e si, stiamo lavorando ad un nuovo disco che sta venendo una figata, siamo super concentrati, davvero un bel lavoro… Ma non ti si dice altro!

Da musicisti che rapporto avete con l’amore (inteso in tutte le sue sfumature) e la religione tradizionale?
Dario: domanda strana… Che dire… L’amore, basta crederci nell’amore! La religione idem. Se credi in qualcosa è la tua religione! Amore e religione non sono la stessa cosa?

Perché nei vostri testi sento parecchia ironia nei confronti della religione…
Dario: quella che critichiamo è la religione terrena, non spirituale!
Pietro: la critica e l’ironia che abbiamo nei confronti della religione tradizionale viene dalla nostra infanzia. Abitando in piccoli paesi ed essendo cresciuti in quegli ambienti, ci è stato imposto sin da piccoli di andare a messa, di fare catechismo. Il Cattolicesimo l’abbiamo vissuto da vicino con la comunione, la cresima, e tutte le sue prassi. Il nostro bassista è stato capo chierichetto… Ora con gli occhi più grandi la vediamo in maniera più ironica, l’abbiamo vissuta quella religione e ora ci sentiamo liberi di parlarne in maniera più ironica e diretta. Ora insomma pensiamo con le nostre teste.

Prossimi live?
Dario: suoniamo a Roma il 7, il 12 a Santena vicino a Torino per una supersagra degli asparagi, poi abbiamo un sacco di date per l’estate. Sui social trovate tutto!

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Virginia Villo Monteverdi
Laureata in Storia dell’Arte medievale e seriamente dipendente dalla musica Virginia è una pisana mezzosangue nata nel 1990. Iniziata dal padre ai classici rock ha dedicato la sua adolescenza a conoscere la storia della musica. Suona e canta in un gruppo, ama fare video, foto e ricerche artistiche e ogni tanto cura delle mostre d’arte contemporanea.

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